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La creazione dell’Umano (seconda parte)

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di don Luciano Locatelli

La benedizione riportata nel v. 28 (“e Elohim li benedisse e Elohim disse loro: “fortificate e moltiplicate e riempite la terra e sotto mettetela e dominante il pesce del mare e il volatile dei cieli e ogni vivente strisciante sulla terra”) si pone come indicazione da seguire per superare l’incompiutezza che caratterizza l’umano.

Il primo invito accomuna l’umano agli animali: fruttificare, moltiplicare, occupare lo spazio terrestre. Ma vi è un passo ulteriore che è proprio dell’uomo: sottomettere e dominare. Come in v26b il dominio appariva come tratto caratterizzante il Creatore, così qui Elohim ordina di agire come lui, a sua immagine.

I due verbi utilizzati trasmettono una certa idea di potenza. Il primo (vv 26 e 28) è il verbo “radah”, che significa “calpestare, schiacciare”, da cui, in un contesto conflittuale, “dominare”. Nella tradizione biblica è associato a volte al potere del re ( 1Re5,4; Sal 110,1). Il secondo, “kabash” rimanda alla sottomissione della terra. Questo verbo ha una particolare connotazione guerriera perché può indicare sia l’azione di assoggettare i vinti che quella di asservire gli schiavi. A conti fatti, ciò che Elohim chiede all’uomo non è certamente un’azione esente da una certa forza, la stessa che egli ha impiegato nell’ordinare e organizzare gli spazi.

I versetti precedenti, che qui non sono stati oggetto di analisi, hanno mostrato come la potenza di Elohim è profondamente abitata dalla mitezza (per questo motivo ho scritto fin dall’inizio che occorre considerare l’insieme del testo ai fini della sua comprensione!). Mitezza che si esprime nell’uso della parola, il “soffio creatore”. Ora, tale dominio mite può forse fare difetto in quella creatura che è sì immagine ma anche chiamata a essere somiglianza? Certamente no. Ma per comprendere questo occorre tenere presente il seguito del racconto.

La richiesta, infatti, del dominio sugli animali è “mitigata” dall’ordine di cibarsi di cereali e frutti, mentre gli animali hanno a disposizione il resto della verdura (vv 29-30). Se è vero, come è vero, che il narratore non sta immaginando un mondo scomparso o un paradiso perduto, bensì sta descrivendo il suo mondo, il mondo che si spalanca davanti ai suoi occhi ogni giorno, ci chiediamo allora perché dia voce a un ordine di Elohim che è quanto meno sorprendente e poco plausibile con la vita reale che egli sta descrivendo. Forse questa discrepanza rappresenta un segnale che lo stesso narratore lascia al lettore per indurlo a cercare un significato nascosto sotto la superficie del racconto.

In effetti, dopo l’ordine di esercitare una forza dominante sugli animali, il dono di un’alimentazione vegetale non potrebbe essere un’indicazione di dominare con mitezza, ossia dominare l’animale senza ucciderlo? L’alimentazione vegetale, al di là di diete vegetariane o vegane che non interessano il narratore, è un invito a porre un limite al dominio, a esercitare il dominio senza violenza. Il fatto che umani e animali abbiano un’alimentazione diversa indica che le due parti non devono necessariamente lottare tra loro per sopravvivere. Si tratta invero di un invito molto discreto, un invito a esercitare un dominio mite. Insomma: dopo aver imposto all’umano un dovere di dominio, Elohim gli suggerisce di farlo con mitezza, senza forzare la sua libertà ma invitandolo ad assumersi le proprie responsabilità. Al pari di Dio, l’umano deve darsi un limite: quello del rispetto della vita e del posto proprio dell’animale.

Questo è dunque il modo di portare a compimento l’opera iniziata: un dovere di dominio unito ad un invito concreto di moderarlo. “Spetta agli umani, “creati” a immagine di Elohim, darsi da “fare” per imparare a somigliare a questa immagine di cui, in loro, portano la traccia” ( A. Wénin).


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