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Una vita per la vita? Solo una madre sa

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(comparso su "Noi, famiglia e vita" inserto di Avvenire, marzo 2019)

Ho sperimentato l’attesa e anche la perdita di un figlio a lungo sognato, nelle prime fasi di una gravidanza, so cosa significa quando il desiderio di generare prende tutte le fibre del nostro essere e diventa quasi ossessivo. È un desiderio che ci chiama dalle profondità di noi stesse, ci chiama perché sentiamo che è il nostro momento di dare la vita, di partecipare all’opera creatrice di Dio e tutto di noi è proteso in quella direzione: siamo pronte a farlo… e invece non ci riusciamo.

Quando poi quel momento arriva e la minuscola creatura a cui tendevamo inizia a formarsi nella nostra carne sperimentiamo la grazia e la responsabilità di essere abitateed è una grazia nuova, nelle viscere, e non è più un messaggio rivolto solo a noi… anzi diventiamo noi stesse messaggio, annuncio di vita, per nostro marito e per il mondo. La creazione continua.

Se in questo quadro si inserisce l’ospite inatteso della malattia e della necessità di curarsi, molti aspetti cambiano. Se per tutte le donne la gravidanza, con i suoi piccoli e grandi disturbi, richiede di stabilire un rapporto nuovo con i farmaci e le cure mediche, perché non è più solo il proprio benessere a contare, ma quello del bimbo nel grembo, per alcune – in presenza di malattie importanti – questo può diventare un vero e proprio dramma. Anche se i casi sono sempre più rari esistono situazioni nelle quali una donna non può curarsi in gravidanza a meno di non mettere a rischio la vita o la salute del suo piccolo anche quando questo può significare perdere la propria.

Cosa passa nella mente e nel cuore di una madre dinnanzi a questa realtà? È quasi impossibile ricostruirlo perché tutto in me si ribella anche solo al pensiero: perché? Perché proprio in quel momento? Che senso ha l’aver ricevuto il dono di un figlio a queste condizioni?

Dinanzi a queste domande drammatiche è facile che si produca in chi è coinvolto, ma anche in chi osserva, pur non volendolo, un’immagine di Dio Moloch, crudele che scambia una vita per una vita e questo a volte viene legittimato da espressioni pericolose che sembrano rinviare a un Dio che sceglierebbe consapevolmente di mandare una prova, una malattia, un dolore. Bisogna dirlo subito, con chiarezza: Dio non manda le prove: i dolori e i drammi della vita non sono “doni” speciali di Dio per santificarci, questo sarebbe fare di Dio un idolo famelico che si compiace della nostra sofferenza, no! È una tentazione forte, ma è una tentazione e si può superare solo aggrappandosi alla Parola per scoprire – come diceva Padre Silvano Fausti – che non è corretto dire che “Gesù è come Dio”, ma che Dio (che non conosciamo) è come Gesù che ce lo ha rivelato! E allora si scopre che in quell’abisso di sofferenza in cui ci troviamo Dio c’è, certamente, ma è il Dio dei piccoli e dei sofferenti, piccolo e sofferente con noi. Lui che è l’Onnipotente impotente, che condivide nella sua carne ogni nostro dolore e raccoglie ogni nostra lacrima.

Allora al cospetto di questo Dio che non “manda le prove”, ma le vive con noi, capiamo di poterci affidare domandandogli l’unico dono che Gesù abbia promesso: lo Spirito. Il discernimento, di cui il Papa parla sempre è proprio quel processo di ascolto dello Spirito mediante la decodifica dei propri desideri profondi e può essere vissuto anche in questi momenti, anzi soprattutto in questi momenti nei quali non esiste “la cosa giusta”, perché qualsiasi cosa si scelga genera dolore. In queste circostanze drammatiche esiste solo la cosa migliore per quella diade madre-bambino, per quella coppia, per quella famiglia, da trovare nella cripta segreta della coscienza. E allora la risposta non è scontata e non può essere giudicata.

La Chiesa ha spesso scelto di portare sugli altari donne che hanno deciso di mettere da parte la propria salute per la vita del figlio che portavano nel grembo e se ne comprendono le ragioni, dato che si tratta di un dono di sé radicale nell’amore, eppure mi domando se non occorrerebbe maggiore prudenza pensando a chi resta (il bambino, il marito, eventuali fratellini e sorelline) e anche a chi quella scelta non ha compiuto e che non merita di essere considerata una madre meno capace di amore e donazione.

Nel segreto del grembo e nei primi mesi di vita (quelli che i medici chiamano esogestazione, ovvero il compimento della gestazione al di fuori dell’utero, reso necessario dalle dimensioni del cranio del piccolo d’uomo) madre e figlio sono sì due soggetti, ma uniti e per molti aspetti una cosa sola, inseparabile e questo dovrebbe trattenere noi, tutti, compresi i medici e gli esperti di morale, al di fuori, oltre la soglia quando si tratta di decisioni così vitali. L’unico a potersi affacciare su quella soglia è il marito e padre, l’unico legittimato a prendere la parola, l’unico.

Quando si cerca di racchiudere scelte così drammatiche in una cornice etica certa (e lo si fa -immagino- per sfuggire alla complessità che portano in sé) a volte si dimentica che essere madre non significa semplicemente mettere al mondo, quello è solo l’inizio, la maternità si compie poi in tanti altri fondamentali momenti e i primi mesi, quelli della dipendenza totale del neonato da sua madre, sono tra i più fondamentali. Per questo mi mette a disagio pensare all’arrivare a partorire come unico orizzonte e a identificare il “portare a termine la gravidanza” come l’espressione assoluta dell’amore più generoso, anche perché ci sono di solito in gioco anche altri rapporti e responsabilità: il marito, altri figli, i genitori, le persone che in vario modo e a vario titolo sono legate a quella donna… anche a loro si pensa ed è giusto pensare quando ci si mette dinanzi a Dio e alla propria coscienza per discernere. Ed è anche per rispetto a questo insieme di relazioni veramente sacre che è importante non giudicare la scelta, in qualunque direzione vada.

Al cospetto di un dramma di queste proporzioni, ritengo sia importante tenerlo presente, occorre aver chiaro che oltre alla donna, al bambino, al padre e agli altri eventuali figli, c’è poi un ulteriore soggetto intangibile eppure dirimente che è la relazione misteriosa e invisibile, ma intensa quanto nessun’altra, che si sviluppa nel grembo. È la dimensione di contemplazione amorosa che noi donne viviamo quando colei/colui che non c’era ora c’è e c’è nello spazio più impenetrabile e nostro: il nostro corpo, incastrato tra i nostri organi interni, inaccessibile a tutti, inaccessibile anche a noi stesse. Allora di questa relazione, quando incontra la malattia e la scelta drammatica, probabilmente non si può parlare se non con il linguaggio della mistica e della poesia, per questo prendiamo a prestito le parole di una donna – che non fu madre – ma che di mistica e poesia visse, Adriana Zarri e che dice meglio di chiunque, io credo, quanto proprio nell’esperienza di quella vita fragile che ci è consegnata possiamo comprendere davvero dov’è e chi è Dio e ritrovare così la sua presenza amorevole anche nei momenti più terribili della vita: Gesù bambino, dai piedini rosa come la nostra carne, come la nostra speranza, come la nostra vita; hai fatto bene a dimenticare la tua gloria accanto alle trombe degli angeli e a spegnere quel concerto del cielo, hai fatto bene a camminare come noi, a faticare come noi, ad aver fame e sete, stanchezza e sonno, gioia e dolore; e a piangere con i nostri occhi. Hai fatto bene a mostrarci così gli occhi di Dio, la fame di Dio, l'amore di Dio, l'impotenza di Dio; a dare un volto a Colui che non ha volto, a dare voce al silenzio del Verbo. Dio dai piedini rosa, Dio che ha freddo e che piange; piccolo cucciolo eterno, caduto nello scorrere del tempo; e che s'acquieta in braccio a sua madre, come un cucciolo d'uomo... ecco il Dio bimbo che abbiamo accanto anche nei momenti più difficili, che non mette alla prova, che non giudica, che sta accoccolato accanto al nostro cuore, insieme al nostro piccolo.


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