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La nostra riflessione sul documento finale del Sinodo per la Regione Panamazzonica

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Come Donne per la Chiesa abbiamo seguito il Sinodo appena concluso con grande attenzione, nella preghiera e nella mobilitazione, grate che la Chiesa abbia scelto l’Amazzonia e la sinodalità per rispondere alle sfide del nostro tempo, anche se convinte che l’impossibilità per le madri sinodali di partecipare alle votazioni abbia rappresentato un vulnus nell’intero processo. Il documento finale che è stato reso noto nei giorni scorsi parla di una Chiesa che vuole con tutte le sue forze porsi dietro ai passi del Maestro, scegliendo i poveri e facendo proprio il loro volto: volto indigeno, campesino, afrodiscendente, migrante.

Ci lasciamo toccare profondamente dall’ammissione che “spesso l'annuncio di Cristo è stato fatto in collusione con i poteri che hanno sfruttato le risorse e oppresso le popolazioni. Attualmente, la Chiesa ha l'opportunità storica di differenziarsi dai nuovi poteri colonizzanti ascoltando i popoli amazzonici per poter esercitare la loro attività profetica con trasparenza” e ci sentiamo chiamate anche individualmente, come madri, mogli, amiche, educatrici, docenti, professioniste ad “agire di fronte a una crisi socio-ambientale senza precedenti” con “una conversione ecologica”. Nella gratitudine per il cammino sinodale compiuto, un solo punto ci lascia amareggiate e riguarda proprio le donne. Ancora una volta a grandi proclami sulla necessità che la donna “assuma più fortemente la sua leadership all'interno della Chiesa” e al riconoscimento della “ministerialità che Gesù ha riservato alle donne” non fanno seguito passi concreti. Da un lato si chiede esplicitamente che uomini sposati di provata fede ed esperienza, in particolare gli attuali diaconi permanenti, possano accedere all’ordinazione presbiterale; invece per le donne si domanda l’invenzione di un ministero “ad hoc”, quello delle leader di comunità, che non fa che enfatizzare una discriminazione. I ministeri ordinati e in particolare il diaconato restano inaccessibili alle donne, senza considerare che se è vero che lo Spirito soffia dove vuole, la vocazione al servizio ministeriale può e di fatto raggiunge anche le battezzate. L’instrumentum laboris conteneva una coraggiosa proposta di cambiamento nella visione dell’evangelizzazione, ma il documento finale sembra più connotato da calcoli di necessità (riguardo ai viri probati) e prudenza (riguardo alle donne). Ora si rimanda a ulteriori lavori della commissione sul diaconato istituita nel 2016 e questo nonostante molti vescovi e almeno un circolo minore si fossero espressi chiaramente per la sua restituzione. Parliamo di restituzione perché le evidenze storiche del diaconato delle donne sono molteplici e altrettante sono le esigenze concrete da parte delle comunità, soprattutto in Amazzonia. Eppure non basta. Quando si tratta delle donne sembra che non ci siano mai abbastanza ragioni per rompere il muro della diseguaglianza, come se il comune Battesimo non fosse sufficiente. Non si riesce a credere che la dignità delle donne stia davvero a cuore alla Chiesa, quando si teme di condividere il ministero, facendone di fatto un privilegio maschile.

È di pochi giorni fa la notizia che in Italia ormai le donne stanno lasciando la pratica religiosa più degli uomini, così avviene anche in altri paesi dell’occidente, e questo in gran parte per il mancato riconoscimento di uno status paritario. Speravamo che “dalla fine del mondo” e grazie alle nostre coraggiose sorelle dell’Amazzonia, arrivasse un vento nuovo anche per noi, il vento fresco della corresponsabilità e del camminare insieme, le une accanto agli altri. Così non è stato, una ennesima occasione mancata. E a quanti ci dicono che occorre pazientare rispondiamo che etimologicamente la pazienza rimanda a una situazione patologica, malata, che provoca sofferenza. Una situazione dalla quale è legittimo desiderare di uscire.

Amando la Chiesa, continuiamo anche a interrogarla: perché una Chiesa che non riconosce uguale dignità ai propri figli e figlie, inesorabilmente perde di credibilità quando si appella al riconoscimento della dignità dei popoli e del creato.


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