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Testimonianza 28

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La mia storia di vita consacrata comincia con una gravidanza in giovane età al di fuori del matrimonio. Potrebbe sembrare che in quest’incipit ci sia un ossimoro ed invece sono due realtà che convivono armoniosamente in me. Vengo da una famiglia dove l’essere donna “autonomamente organizzata” è ancora una rivendicazione ed una conquista. Dopo una convivenza ed una separazione devastanti, la mia salvezza in quei momenti e la mia rinascita nei succesivi è stata la teologia: menti illuminate di sacerdoti e religiosi mi hanno aiutata a risollevarmi, credendo fortemente nelle mie capacità. Ho avuto l'opportunità di fare diverse esperienze, ma il mio primo amore è sempre stato la vita consacrata. A 14 anni ho avuto un primo desiderio di entrare in un monastero di clausura, ma per la mia famiglia era un problema anche la mia partecipazione alla Messa domenicale; quindi non ho avuto l'opportunità di una guida costante che mi aiutasse a coltivare questo seme.

Con il passare degli anni ho pensato che fosse un capitolo chiuso - perché ormai diventata madre -, però ad un certo punto della mia vita ho incontrato l'Istituto Secolare in cui mi trovo attualmente. Io che, dopo anni di fidanzamento, ho rifiutato pure la proposta di aver pagate tutte le spese se mi fossi sposata, ho avuto come una folgorazione...ho pianto tutti i giorni senza sapere il perché. Il Signore mi ha chiamata ed io mi sono opposta con tutte le mie forze, ma ha vinto Lui. Solo un mese dopo ho comunicato al mio p. spirituale il desiderio di intraprendere questo percorso. Sembrava che stesse andando tutto per il meglio, quando tutto è stato bloccato per tutela del minore. La mia comunità, che è di ampie vedute, ha trovato il modo di darmi una formazione costante e di inserirmi pienamente fra loro. Non mi manca niente. Ciò che mi dispiace è che non ho chiesto nulla alla Chiesa (vivo del mio lavoro) se non il "permesso" di donare la mia vita, gratuitamente e senza alcun peso per nessuno, anzi, facendomi carico delle responsabilità che ne sarebbero derivate. Mi dispiace che se non avessi avuto la patria potestà, sarei stata paradossalmente idonea! Mi dispiace pure che nessuno “dall'alto” si sia preso la briga di venire a vedere come conduco la mia vita e se al di là delle “regole” esiste una verità altra, ancora non contemplata ma esistente. Un cammino, quindi, solo formalmente al di fuori dell’istituzione, anche se certificato adeguatamente. Nel frattempo più volte mi è stato proposto di impegnarmi con voti privati.

Ciò che mi ha accompagnata lungo il discernimento è la consapevolezza che io non sono il mio utero e non sono nemmeno solamente chi ho partorito, con tutto il rispetto per il frutto delle mie viscere. Ho desideri ed esigenze da donna che prescindono (e menomale!) dal mio essere madre e che non sono stati recepiti dalla mia Chiesa. Questa situazione porta con sé un peso ancora maggiore per le donne di altre comunità, specialmente dei paesi poveri, che, perché violentate o per diverse altre ragioni, hanno concepito dei figli al di fuori del matrimonio e che hanno interpellato anche il nostro Istituto con le stesse mie intenzioni. Eppure la chiamata alla vita consacrata avviene anche in queste storie, in cui la fantasia dello Spirito non lascia al dramma o al fallimento l’ultima parola.

Comprendo bene che sono questioni delicate e che dire un sì significa creare un “precedente”, ma è anche vero che non è secondo il Vangelo lasciare una parte di umanità come “sospesa” e senza tutele alla stregua delle società mondane che non pongono al centro la persona.

Quando sono in casa le mie occupazioni da madre, portate avanti secondo il Vangelo, confermano la mia consacrazione. Quando sono immersa nelle attività missionarie che mi competono, la mia maternità qualifica il mio servizio. E questo ha rappresentato un’efficace medicina contro i vari tentativi di sapore dicotomico che ogni tanto si presentano dall’esterno, oltre alle facili conclusioni di chi pensa che la mia scelta sia la conseguenza - travestita da vocazione - di una delusione d’amore: sono certa che ci sia una netta differenza fra l’ammettere un filo rosso che lega gli eventi della vita ed il fondare le scelte successive su motivazioni che non sono autentiche.

Al di là di queste considerazioni sparse, la mia scelta è quella di restare qui dove mi trovo, in spirito di obbedienza e di desiderio di donazione totale.

Nella concretezza del vissuto posso dire di non aver intenzione di subire la mia condizione, ma di accoglierla per trasformarla in opportunità. Partecipo pienamente già adesso alla vita dell’Istituto: posso constatare di aver trovato in loro molta serietà e tanta gioia per la mia vocazione; una gioia però composta, fatta di molta presenza affettiva ed orante, fino ad ora lontana da certi meccanismi relativi al numero e alla giovane età che si innescano spesso nelle comunità.

Forse è superfluo dire che mi sono passate per la testa tante cose man mano che ho cercato di razionalizzare la notizia, ma ho sempre mantenuto una certa pace. Di fronte ad un tempo così lungo e proprio per questo anche pieno di rischi, neanche per un attimo è venuta meno la certezza della mia vocazione a questa vita da alpinisti dello Spirito, come la definiva Paolo VI. Mai come in quel momento la mia povertà ha trovato pienezza, spogliata persino della mia identità e dignità, come il mio Signore delle sue vesti durante la Passione compiuta al di fuori delle mura di Gerusalemme.


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2 pensieri su “Testimonianza 28

  1. Ramon

    mentale (Prof. Lorenzo Macario, s.d.b.). Testimonianza del Dott. Jean Vanier. V Sessione: Aspetti giuridici Il diritto di fronte alla disabilit mentale (Prof. Francesco D Agostino). La protezione giuridica della persona con Ruolo delle donne nella Chiesa. Atti del Simposio organizzato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (Roma, 26-28 settembre 2016)

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  2. Ramon

    di tanti uomini e donne del nostro tempo. Non solo di quanti sono stati proclamati ufficialmente tali dalla Chiesa, ma anche di coloro che, con semplicit e nella quotidianit dell'esistenza, hanno dato testimonianza della loro fedelt a Cristo. Come non pensare agli innumerevoli figli della Chiesa che, lungo la storia del Continente europeo, hanno vissuto una santit generosa ed autentica nel nascondimento della vita familiare, professionale e sociale? Tutti costoro, come “pietre vive” aderenti a Cristo “pietra angolare”, hanno costruito l'Europa come edificio spirituale e morale, lasciando ai posteri l'eredit pi preziosa. Il Signore Ges lo aveva promesso: “Chi crede in me, compir le opere che io compio e ne far di pi grandi, perch io vado al Padre”

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