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Scendere dall’altare per entrare in relazione, la storia di Isacco.

Proprio nel giorno in cui Abramo salì sul monte Moriah per sacrificare il figlio Isacco, nacque Rebecca. Dio fa scendere dall’altare Isacco per portarlo sulla terra e in una relazione. Insegna che la dimostrazione di fede non passa attraverso l’offerta di sé al cielo, ma nella realizzazione concreta della vita, con i suoi alti e bassi, in un percorso mai scontato, che si basa sulla capacità di camminarsi a fianco.

Una riflessione sul celibato ecclesiastico

di Maria Teresa Milano, ebraista

Un grande Saggio dell’ebraismo era solito dire “Molto ho imparato dai miei Maestri, ma ancor più dai miei allievi” e quanto più passano gli anni, tanto più me ne convinco. Nel corso di una lezione con una mia studentessa di ebraico, mi sono imbattuta in un passo del Midrash di Genesi che non avevo mai letto, in cui si dice che proprio nel giorno in cui Abramo salì sul monte Moriah per sacrificare il figlio Isacco, nacque Rebecca, che sarebbe poi divenuta sua moglie.

L’episodio della “legatura di Isacco”, ovvero del sacrificio mancato, è tra i più noti del testo biblico e lungo i secoli sono state date numerose interpretazioni che toccano questioni importanti: la prova di fede, il rapporto padre-figlio, l’emancipazione.

Ma c’è anche un significato molto profondo, che riguarda il senso stesso del sacrificio, reale e metaforico. La grande domanda sul Monte Moriah è: per dimostrare la propria fede bisogna “salire sull’altare” e offrirsi? Il testo biblico risponde chiaramente di no, nel momento in cui Dio invia un angelo a fermare la mano di Abramo. 

Questo passo di Genesi esprime in modo netto quel che Dio non vuole, ma è il midrash ad aggiungere un senso ulteriore, molto bello e umano. Dicendo che Rebecca, la donna destinata a Isacco, nasce proprio nel giorno del mancato sacrificio, apre un quadro di lettura nuovo, in cui Dio fa scendere dall’altare Isacco per portarlo sulla terra e in una relazione. Insegna che la dimostrazione di fede non passa attraverso l’offerta di sé al cielo, ma nella realizzazione concreta della vita, con i suoi alti e bassi, in un percorso mai scontato, che si basa sulla capacità di camminarsi a fianco.

La grande opera della Creazione culmina nella formazione dell’essere umano, maschio e femmina, uomo e donna, due creature diverse eppure uguali in quanto entrambe “a immagine e somiglianza di Dio” e ogni storia biblica è costruita a partire da una coppia, quale simbolo di completezza, dialogo e complicità.

L’amore intimo e profondo riconosce le necessità dell’altro e sa prendersene cura e l’apice della relazione, composta di mente e di cuore, è il rapporto sessuale, in ebraico “da’at”, ovvero conoscenza. Tra l’altro è significativo che si usi il termine “da’at” anche per descrivere il rapporto tra essere umano e Dio; vuol dire che per amare Dio bisogna provare sulla propria pelle cosa significa “amore che ti supera, su cui non prevale la ragione e contro cui non puoi nulla. Non è la scelta di vivere parzialmente la nostra esistenza eliminando ad esempio i desideri e i bisogni del corpo, ad avvicinarci a Dio.

Il testo biblico ripete incessantemente che non siamo creature angeliche e non ci è mai richiesto di rinunciare a parti di noi, anzi, il richiamo costante tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento è di sviluppare i talenti, di seguire la propria strada quale che sia, di non subire la vita ma di viverla. Per questo Isacco non può stare sull’altare, perché a Dio non interessa una vittima sacrificale, ma un uomo che sappia realizzarsi in una relazione, in cui imparerà ad amare, a condividere e a riconoscere l’esclusività di quel legame, così intenso e importante da divenire lo spazio in cui si impara anche cosa significa “Non metterai un altro dio davanti a me”.

Lo aveva ben intuito Martin Buber, quando scriveva “La dottrina dell’unicità ha la sua ragione vitale nella esclusività che regge il rapporto di fede, come esso regge il vero amore tra due esseri umani, più esattamente: nel valore e nella capacità totale insiti nel carattere esclusivo”.

È triste constatare che invece, in ambito cattolico, si scelga di fare l’esatto contrario di Isacco e di “salire sull’altare” come se offrirsi fosse gradito a Dio.

È triste che non esca manco una smentita di fronte alle parole vergognose di Monsignor Camisasca diffuse a mezzo stampa un paio di mesi fa: “Il celibato non è la rinuncia alla sessualità, ma al suo esercizio genitale. La luminosità del celibato viene a noi dal Vangelo, dalla vita di Gesù stesso. È la scelta di vivere come lui”. A parte che non si capisce a quali passi del Vangelo alluda quando si riferisce alla “luminosità del celibato”, ma perché sostiene che vivere come Gesù significa scegliere il celibato? È forse l’elemento meno interessante della sua figura, mentre sono ben altre le scelte forti e distintive: la lontananza dal Tempio, la distanza da una qualsivoglia gerarchia e il rifiuto di un ruolo istituzionale, dell’esercizio del potere e della gestione del denaro. 

È quantomeno imbarazzante ridurre il senso della sequela di Gesù all’astinenza, è brutto per mille motivi e la questione non è che queste sono le parole di Camisasca ma non l’insegnamento ufficiale della Chiesa. I fatti parlano chiaro e le omelie “aperte e illuminate” di molti ministri lasciano il tempo che trovano, perché sono anzi la prova più tangibile di una evidente contraddizione, causa di profonde scissioni della psiche, e di sofferenze esistenziali incalcolabili. Abbiamo tutti l’impressione, non per le parole ma per l’evidenza dei fatti, che siano rimasti solo due punti di forza per dirsi ministri della Chiesa: l’altare e il celibato, ovvero l’esatto opposto del messaggio di liberazione di Isacco che la Bibbia ci consegna in relazione peraltro alla questione della massima dimostrazione di fede da parte di Abramo.

La spinosa questione dell’obbligo di celibato per i ministri della Chiesa cattolica (un unicum al mondo, estraneo perfino a tutte le altre chiese cristiane) è da tempo al centro di dibattiti importanti e anche di tante battaglie di laici e non è mia competenza entrare nella questione, per cui rimando all’ottimo articolo di Giannino Piana pubblicato sulla rivista Il Mulino. Da ebraista e biblista, però, mi permetto di presentare le evidenze testuali, storiche e culturali, da cui trae origine la nostra fede. 

E in questo contesto, credo di poter dire con certezza che l’obbligo di celibato è in assoluta contraddizione con la Scrittura, non fosse altro perché viola due principi fondamentali: 1. l’uomo ha il dovere di scegliere liberamente e nessuno al mondo, per nessun motivo, ha il diritto di imporre una scelta di vita a un altro essere umano; 2. L’amore è il filo su cui si dipana la storia e il legame tra un uomo e una donna (mente, cuore, corpo) è esattamente lo spazio in cui si manifesta l’intervento di Dio nel mondo; alle donne bisogna portare rispetto, caro Monsignor Camisasca, perché sono esseri umani e non attrezzi ginnici con cui fare esercizio. 

La psicologia, l’antropologia, la sociologia e la storia stessa del mondo viaggiano con lo straordinario insegnamento biblico, mentre l’istituzione continua con tenacia a perseguire e proporre un’altra via ed è proprio il caso di dire “Che Peccato”. Nel senso più profondo del termine.

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