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Ai Padri sinodali nostri fratelli in Cristo, agli esperti e agli uditori e uditrici

Come donne credenti guardiamo con attenzione e grande speranza al Sinodo per la Regione Pan-Amazzonica che si apre in questi giorni a Roma.Riconosciamo la portata storica e rivoluzionaria di questo sinodo che si lascia interrogare contemporaneamente dalle sfide pastorali e di salvaguardia del pianeta che si stanno ponendo oggi in Amazzonia, con la consapevolezza che, per rispondere a così grandi e gravi urgenze, è necessario partire dal riconoscimento della sapienza dei popoli che ancora oggi mantengono uno stretto e diretto contatto con la natura.

Accompagniamo i lavori dei padri sinodali e di tutti i partecipanti ed esperti con la nostra preghiera e l’offerta del nostro quotidiano impegno per una Chiesa sempre più evangelica e al servizio dei popoli, nella concretezza dei luoghi e dei tempi in cui questi popoli vivono.

L’autenticità della nostra vicinanza e preghiera non nasconde però l’amarezza per il perpetrarsi dell’ingiusto impedimento, alle donne che prenderanno parte ai lavori, di votare il documento finale che pure avranno collaborato a elaborare. Ancora una volta le decisioni che riguarderanno un’enorme regione composta da uomini e donne, verranno prese da soli uomini, e sentiamo ancora risuonare le parole del cardinale Léon-Joseph Suenens al Concilio Vaticano II quando disse “dov’è l’altra metà della Chiesa?”. Oggi è presente, ma minoritaria, aggiunta e senza diritto di voto.

Siamo comunque fiduciose nell’azione dello Spirito e interessate in particolare a quanto emergerà rispetto alla questione aperta nel documento preparatorio laddove si dice: “occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica”[1].

Pur consapevoli delle difformità dei contesti, siamo convinte che in tutto il mondo le donne rivestano un ruolo centrale nella Chiesa, pur non avendo un ministero ufficiale, e pertanto confidiamo nella creatività dello Spirito e nella docile e coraggiosa obbedienza a quanto suggerirà.

E che quanto si farà per l’Amazzonia possa, nei giusti tempi e modi, giungere fino a noi.

Attendiamo con cuore aperto, ma senza timore di guardare negli occhi e chiedere ragione delle scelte che verranno prese dai fratelli vescovi, in unione con il vescovo di Roma.

Buon lavoro, buon discernimento.

Le vostre sorelle in Cristo.

Catholic women speak

Donne per la Chiesa

Voices of Faith

Women’s ordination conference

 

[1]Documento preparatorio al Sinodo per la Regione Pan-Amazzonica: http://www.synod.va/content/synod/it/attualita/sinodo-sull-amazzonia--documento-preparatorio---amazonia--nuovi-.html

(comparso su "Noi, famiglia e vita" inserto di Avvenire, luglio 2019)

Il documento della Congregazione per l’Educazione Cattolica Maschio e femmina li creò. Per una via di dialogo sulla questione del gender nell’educazione, ha provocato reazioni piuttosto accese, com’era prevedibile per un documento molto atteso viste le preoccupazioni educative espresse da molti educatori cattolici, su questo tema, negli ultimi anni.

Provando a porsi in ascolto non solo del documento, ma anche delle reazioni che questo ha suscitato, vorrei proporre una lettura sintetica degli elementi di forza e di criticità, emersi da letture molto lontane culturalmente e geograficamente, e alcune implicazioni, in particolare educative e pastorali, che potrebbero avere.

Innanzitutto è importante rilevare un sostanziale e unanime apprezzamento per la scelta di affrontare la questione e di farlo a partire da un approccio educativo e non dottrinale: la scelta delle parole-chiave ascoltare, ragionare, proporreè senz’altro un’indicazione di metodo che dice la volontà di esprimersi in maniera rispettosa e dialogica, ben coscienti che si tratta di una questione che tocca la vita, le relazioni, il cuore di tante persone.

C’è qui un desiderio di rispondere alle domande degli educatori cattolici, ma anche di non lasciar cadere l’interpellanza portata dai giovani nella riunione preparatoria al loro sinodo dell’ottobre scorso, laddove chiedevano di: «affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù» (RP 11).

Dal punto di vista femminile, è poi particolarmente significativo vedere come il documento riconosca e valorizzi le “ricerche sul gender che cercano di approfondire adeguatamente il modo in cui si vive nelle diverse culture la differenza sessuale tra uomo e donna” arrivando a dire che “Non si può negare che nel corso dei secoli si siano affacciate forme di ingiusta subordinazione che hanno tristemente segnato la storia, e che hanno avuto influsso anche all’interno della Chiesa”(n.15).

Non è un caso che il documento sia stato recepito con favore e grande attenzione anche negli ambienti femministi laici, che hanno apprezzato particolarmente il richiamo alla differenza sessuale in un contesto culturale che cerca, anche mediante pratiche mediche come la gestazione per altri, di depotenziare e rendere invisibile il corpo femminile.

Particolarmente significativi sono, inoltre, i richiami al patto fiduciario, anzi all’alleanza, tra scuola famiglia e società per l’educazione all’affettività, che diventa anzitutto educazione alla scoperta di sé, del proprio corpo come dono di Dio e della vocazione alla relazione che ognuno porta in sé.

L’elemento che personalmente trovo più rilevante, lungamente atteso, è la chiara, ferma, esplicita condanna di ogni forma di discriminazione: “nessuno, a causa delle proprie condizioni personali (disabilità, razza, religione, tendenze affettive, ecc.), possa diventare oggetto di bullismo, violenze, insulti e discriminazioni ingiuste”(n.16). Queste, che nei nostri contesti possono apparire attestazioni evidenti e quasi scontate, non dappertutto lo sono, se pensiamo solo a paesi nei quali l’omosessualità è un reato (circa un terzo dei paesi del mondo), in cui si rischia la prigione, quando non la tortura o lo stupro correttivo; posti nei quali la vita di queste persone è considerata senza valore: qui il silenzio delle istituzioni religiose ha sempre pesato e oggi questo silenzio è stato rotto. La speranza che la voce di condanna giunga forte e chiara in tutto il mondo e modifichi l’atteggiamento delle chiese locali è alta.

Venendo agli elementi critici vorrei partire dal richiamo ai “valori della femminilità” che risente della consuetudine a considerare “la donna” come una categoria uniforme, non le donne come metà della popolazione umana. La citazione della lettera di Giovanni Paolo II del 1995 dice che la donna è in grado di comprendere la realtà in modo unico: sapendo resistere alle avversità, rendendo « la vita ancora possibile pur in situazioni estreme… realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale”. Queste parole, nel contesto del documento, potrebbero indurre a un’idea rischiosamente omologante. E cioè quella di ricondurre a un’idea di donna sempre e inequivocabilmente madre e di una donna che sempre e comunque, tutto sopporta. È l’idea di donna che può legittimamente farsi un uomo -anche un Papa santo- ma che rischia di non descrivere né tantomeno esaurisce la complessità e la varietà dell’umanità femminile, anzi rischia di fare della complementarietà con gli uomini un feticcio che nei fatti ne limita la piena espressione come soggetto. E che, in alcuni contesti, potrebbe anche essere intesa come implicita ammissione di prevaricazioni maschiliste, offensive per la dignità femminile.

Colpisce, inoltre, come un documento che prende in considerazione un tema così chiaramente complesso e multidisciplinare come il gender, citi nella propria bibliografia solo altri documenti vaticani o papali, senza alcun riferimento diretto a una qualche letteratura scientifica. Quando, ad esempio, si dice che “L’avvento del XX secolo – con le sue visioni antropologiche – porta con sé le prime concezioni del gender, da un lato basate su una lettura prettamente sociologica delle differenziazioni sessuali e dall’altra su un’enfasi delle libertà individuali” (n.8) non si rischia di dimenticare gli apporti della psicanalisi, della psicologia, della psicobiologia, dell’antropologia culturale nell’approfondimento del rapporto tra sesso e genere? E allora ci si chiede: la pubblicazione del documento non sarebbe stata un’occasione preziosa per rafforzare il dialogo con la cultura contemporanea che, così come appare nel testo, sembra piuttosto ridotto? Messa da parte anche la ricca elaborazione teologica, che nei decenni scorsi si è sviluppata in questo campo e comunemente chiamata teologia queer.

Nel testo la sessualità appare definita e determinata unicamente dai caratteri maschili e femminili. Una scelta comprensibile. Ma, parlando di genere, la scienza ha da tempo documentato l’esistenza di un margine di variabilità - pure al di fuori della complementarietà maschile / femminile – che non sembra possa essere considerata come prodotto di una scelta individuale. Inoltre nel documento si nota una forte insistenza sul corpo, che diventa quasi un assoluto, in particolare nella sua dimensione visibile. Ci si chiede perché si sia scelto di lasciare sullo sfondo la complessità di questioni come le dinamiche ormonali, la chimica del cervello e anche i dati genetici, elementi tutti che la scienza ha ampiamente approfondito e che si collocano su un piano ben diverso da quello della libera scelta.

Quando poi si entra su questioni particolarmente controverse, come la situazione delle persone transgender, il documento rischia di semplificare una materia scottante, parlandone come di una rivendicazione rispetto al poter “scegliere un genere che non corrisponde con la sua sessualità biologica e, quindi, con il modo in cui lo considerano gli altri (transgender)” (n.11). Ci si domanda quanto ci sia dell’esperienza reale delle persone transgender in questo documento.

In una testimonianza toccante, suor Luisa Derouen (Suore Domenicane della Pace), che da vent’anni svolge il suo servizio tra le persone transgender negli Stati Uniti, racconta: una comune narrazione disinformata sulle persone transgender è che sono peccaminose, egoiste, deliranti e potenzialmente pericolose. Se questo è ciò che crediamo, come possiamo avere una mente aperta per imparare su di loro e da loro?  Non scelgono il loro genere. Chi sceglierebbe di essere rifiutato dalla famiglia, dagli amici e dalle comunità di fede? Chi sceglierebbe di perdere il proprio lavoro, la propria casa, la propria reputazione? Molti si impegnano in anni di consulenza facendo il duro lavoro dell’autoconoscenza e elaborando le conseguenze di ogni decisione che prendono lungo la strada. È stato un grande privilegio in tutti questi anni essere testimone della loro fedeltà a Dio. Recentemente ho ricevuto una email da una transessuale piena di fede, la cui salute è seriamente compromessa da anni di stress per continuare a fingere di essere qualcuno che sa di non essere. Nei nostri numerosi scambi, mi ha scritto: “Offenderò Dio se farò la transizione? Non c'è vita dentro di me senza Cristo al centro, tuttavia, non c'è me senza transizione, che paradosso”. La mia esperienza è che, senza eccezioni, quando smettono di combattere la loro realtà transgender e accettano che questo è ciò che sono, la loro relazione con Dio è rafforzata, non diminuita.

In questa e altre testimonianze emerge come l’elemento centrale della vita cristiana, la comunione con Dio, porti a fare verità di sé e questo – a volte – si traduce in un intervento medico, ma non può affidarsi unicamente a una scelta medica che estrometta il soggetto (“non sono i genitori né tantomeno la società che possono fare una scelta arbitraria, ma è la scienza medica che interviene con finalità terapeutica”n.24), bensì a un percorso di discernimento nel sacrario della coscienza e nella relazione con il Dio vivente.

La preoccupazione per la crescita umana e spirituale dei ragazzi, che pervade tutto il documento, raggiunge tutti noi educatori, genitori, insegnanti e ci invita a porci – noi per primi – come mediatori del dialogo invocato. Con un occhio di riguardo e particolare cura per quelli che si trovano a confrontarsi, spesso spaventati e smarriti, con la scoperta delle proprie inclinazioni sessuali.

Se sapremo accogliere i nostri figli e i nostri ragazzi per quello che sono, se sapremo accompagnarli con saggezza e gratitudine nella scoperta di sé e nell’incontro con il Dio creatore, allora avremo fatto diventare carne l’invito di Papa Francesco a far crescere in loro “l’apertura all’altro come volto, come persona, come fratello e sorella da conoscere e rispettare, con la sua storia, i suoi pregi e difetti, ricchezze e limiti” (Discorso all’Associazione Italiana Maestri Cattolici, 5 gennaio 2018) a cui tutto il lavoro della Commissione è orientato.

 

presidente Associazione Donne per la Chiesa

 

 

(comparso su "Noi, famiglia e vita" inserto di Avvenire, marzo 2019)

Ho sperimentato l’attesa e anche la perdita di un figlio a lungo sognato, nelle prime fasi di una gravidanza, so cosa significa quando il desiderio di generare prende tutte le fibre del nostro essere e diventa quasi ossessivo. È un desiderio che ci chiama dalle profondità di noi stesse, ci chiama perché sentiamo che è il nostro momento di dare la vita, di partecipare all’opera creatrice di Dio e tutto di noi è proteso in quella direzione: siamo pronte a farlo… e invece non ci riusciamo. ...continua a leggere "Una vita per la vita? Solo una madre sa"

Capita che esca tutto all’improvviso, quella che sei e sei sempre stata.
Nell’Anno della Misericordia.
E allora lo devi scrivere, lo devi dire, lo devi testimoniare.
Devi dire che hai capito cosa eri fin da bambina e non hai mai trovato la strada, o strada ne hai fatta, ma... sembra piena di errori che ti riportano all’origine, da dove vieni. ...continua a leggere "Testimonianza 26: la strada dell’autenticità"

di Delfina Barbara Serpi

Oggi celebriamo l’assenza del peccato originario in una donna.
Una donna che, spesso, viene ridotta al suo essere madre, come se il suo unico merito sia stato partorire il figlio di Dio.
Una donna che, spesso, si pretende essere modello unico per tutte le altre donne, irraggiungibile e frustrante.
Una donna della quale non si sa quasi nulla, ma se ne esige la verginità.
Una donna disegnata come mite, silenziosa, obbediente.
Così, Maria viene ridotta ad insopportabile beghina, foriera di sventure da annunciare praticamente ogni sei minuti ad un veggente più o meno credibile.
E se, invece, Maria fosse altro?
Consideriamo quanto coraggio può essere servito per dire a Gabriele “ com’è possibile?”, e quanto ancora di più ne è servito per dire sì ad un progetto assurdo.
Pensiamo a quanta allegria e leggerezza ci siano in questa donna giovane, che intona il magnificat e canta la sua gioia di essere riconosciuta dallo sguardo di Dio.
Consideriamo quanta personalità ci sia voluta, per imporre al Figlio, con un sorriso, un miracolo prematuro, apparentemente poco significativo.
Pensiamo alla forza di carattere che ci vuole a star sotto una croce a guardare un Figlio che muore atrocemente, aggrappata al braccio di un altro figlio donato, tante vite per una morte.
Credo che Maria sia davvero un modello al quale noi donne dobbiamo guardare, ma non per esserne mortificate o compresse in una costante inadeguatezza. Modello di coraggio, di gioia, di carattere, di personalità, di disponibilità all’assurdo dell’esistenza, questo è Maria.
Una donna, come tutte noi.

articolo apparso su Adista - Segni Nuovi n. 41

Dieci mesi fa, con una trentina di donne da tutta Italia, abbiamo pubblicato il nostro Manifesto delle donne per la Chiesa nel quale provavamo ad esprimere difficoltà, ostacoli e speranze che, come donne credenti e impegnate, incontriamo nella Chiesa. Forse per il linguaggio semplice e diretto, forse per l’aderenza all’esperienza o perché i tempi erano maturi per recepirlo, quel Manifesto ha ricevuto molta più attenzione di quanto ci saremmo aspettate e, soprattutto, da lì sono nati in varie città gruppi nei quali le donne si stanno incontrando per confrontarsi, approfondire e sostenersi nel loro impegno. ...continua a leggere "Bilancio di un Sinodo"

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Non è facile prenderne coscienza, per alcune ci vogliono anni, per altre le resistenze sono talmente forti da non riuscire a superarle mai, eppure per molte di noi c’è stato quel momento – preciso o esteso – nel quale abbiamo iniziato a vedere con occhi nuovi il rapporto con il parroco, il confessore, il rettore della scuola in cui insegniamo e le cose si sono fatte finalmente chiare. Quel rapporto così costruttivo e profondo nel momento in cui mettevamo in opera i loro progetti, è diventato freddo, teso e anche ostruttivo quando si è trattato di proporne di nostri. Soprattutto se riguardano la crescita e l’autonomia della donne nella Chiesa.

Fa male. ...continua a leggere "Gesù difendeva le donne, non si difendeva dalle donne."

La crisi morale che la Chiesa sta vivendo sembra continuare ad allargarsi: al rincorrersi delle notizie di abusi compiuti da prelati ai danni di minori e persone in condizione di fragilità, si è aggiunta infatti la rivelazione delle dinamiche perverse di recriminazione e lotte di potere all'interno della gerarchia cattolica ai più alti livelli, come emerge dal vergognoso dossier Viganò, lasciando i fedeli smarriti e inquieti. Il silenzio orante di Papa Francesco rappresenta l'unico appiglio in questo momento di caos nel quale l'esperienza dei fedeli è quella di sentire la terra sgretolarsi sotto i piedi. ...continua a leggere "Le urgenze della Chiesa secondo Padre James Martin"

Relazione di Paola Lazzarini al primo incontro di Donne per la Chiesa, Roma

Donne per la Chiesa è un raggruppamento informale di donne di tutta Italia (e non solo) che si è andata formando a partire da un nucleo originario di una trentina di persone che hanno scritto il Manifesto che oggi qui presentiamo.  Il progetto è nato in seguito a un mio articolo sulle criticità che vedevo nella rappresentazione della donna credente come negli ultimi anni si è affermata  e in particolare sul rischio che all’interno di questa si perpetui un’immagine di donna che non rende giustizia alla complessità e diversità che il mondo femminile cattolico racchiude. ...continua a leggere "La piena partecipazione alla missione di Cristo: è questo che vogliamo!"