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di Elza Ferrario, responsabile SAE Milano

Vorrei condividere con voi il respiro delle teologhe che in America Latina percorrono cammini di giustizia tramite la lettura popolare della Bibbia con i credenti, le credenti afro-amerindie.

Nel brano che è stato letto, dal cap. 20 del Quarto Vangelo (Gv 20,1-18), troviamo Maria Maddalena che va di buon mattino al sepolcro, lo trova vuoto, corre ad avvisare Pietro e il discepolo amato, e poi scompare dal racconto per un po’ di versetti fino a quando la ritroviamo fuori dal sepolcro, in lacrime.

Vorrei sostare in quest’intermezzo, in cui l’azione è lasciata a due uomini, Pietro e il cosiddetto “discepolo amato”, che la tradizione orale e iconografica identifica in Giovanni, ma in cui possiamo ben vedere rappresentata la comunità del Quarto Vangelo, la comunità del discepolato fondato sulla diaconia, il servizio.

Fatto sta che si apre una gara: il discepolo amato arriva prima, ma aspetta fuori, aspetta che arrivi Pietro, fa entrare per primo lui, che pure era arrivato dopo. Bisogna affermare il primato petrino, come anche nel Vangelo di Luca, nel brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35): i due discepoli, Cleopa e verosimilmente sua moglie Maria, dopo aver riconosciuto Gesù risorto a tavola, nello spezzare il pane, ritornano a Gerusalemme dagli Undici e “quelli (e quelle) che erano con loro”, che dicono: “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”. 

A Simone?! 

Veramente i “due uomini in vesti splendenti” che annunciano la resurrezione di Gesù erano apparsi alle donne: a Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo (Lc 24,1-12), ma ecco quello che riferiscono gli Undici: “è apparso a Simone”. Il primato dell’autorità!

C’è una comunità credente, di donne e di uomini co-spiratori, che respirano lo stesso respiro, una comunità che arriva prima, che vede, che crede, ma che aspetta: aspetta gli indugi dell’autorità, aspetta il suo tardare, perché sa che l’importante non è arrivare primi, ma è arrivare insieme, è sinodo, cammino condiviso.

Nella narrazione di Marco, al capitolo 16 (Mc 16,1-8), vediamo rappresentata plasticamente questa comunità: trascorso il sabato, è l’alba del primo giorno della settimana, fa ancora buio, Gesù è morto, ed ecco Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salòme, le donne che erano venute dalla Galilea con Gesù e con lui erano entrate in Gerusalemme (cfr. Mc 15,40-41), vanno al sepolcro. 

Vanno insieme, con i profumi preparati durante la notte. Non di corsa, facendo a gara per arrivare prima. Vanno insieme, passo passo, perché è così che conviene stare quando, con paura, affrontiamo un pericolo di cui siamo consapevoli. 

Una straordinaria testimonianza di sororità evangelica, un vero e proprio evangelo, una “buona notizia”, che parla di una comunità in cui “non è così” – ricordate? era il vangelo di domenica scorsa, per il rito ambrosiano (Mc 10,35-45): Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. E Gesù a scrollare la testa e dire: “Ma non avete capito niente! Così funziona nel mondo, ma tra voi non è così!”. 

Sono due modelli ecclesiali diversi: la Chiesa del servizio, evangelica, e la Chiesa del potere, che ha ceduto alla logica del mondo.

Che fare, come donne?

C’è una poesia molto bella, di dom Pedro Casaldáliga, vescovo brasiliano – il prossimo 8 agosto lo ricordiamo, a un anno dalla sua morte –, che dice:

Saper aspettare 

sapendo allo stesso tempo forzare

l’ora di quell’urgenza 

che non permette più aspettare.

Il suo titolo è: Teimosia, “testardaggine”.

Si ha l’impressione, nella Chiesa, di fare due passi avanti e uno indietro.

C’è un movimento a spirale – la teologa battista Elizabeth Green intitola così il suo recente libro, definendo la teologia femminista dell’ultimo decennio Un percorso a spirale

C’è uno Stop and go, come dice il titolo del nostro bell’incontro di stasera: una battuta d’arresto e poi una ripartenza.

Maria Maddalena, le donne della resurrezione ci insegnano ad aspettare e forzare, con teimosia, con testardaggine.

di Zuzanna Flisowska, responsabile ufficio romano di Voices of Faith

“Non mi trattenere”

“Non avvicinarti: togliti i sandali dai tuoi piedi”

“Va’ piuttosto dai miei fratelli”

“E ora va’: ti invio (…) per fare uscire il mio popolo dall’Egitto”

“Maria!”

“Mosè!”

Due epifanie.

Nella storia della Salvezza la somiglianza di queste due scene sorprende. Le due epifanie si rispecchiano dall’inizio alla fine della Bibbia. Ecco le due persone scelte per diventare testimoni dei due momenti chiave e strumenti del difficile dialogo di Dio con gli uomini. Scelte per portare al popolo la testimonianza liberatrice della potenza di Dio. Per annunciarli che Dio non li lascerà soli, ma li condurrà alla Terra Promessa, dalla morte alla vita.

Due persone che si sono trovate davanti all'Incomprensibile, Sorprendente, davanti all'Inarrestabile nelle parole umane, nelle idee, nei nostri limiti. Di fronte a un Dio che supera la nostra comprensione umana, eppure non si nasconde, è nostro, il più vicino, il più importante. „Rabbuni”. „Il Signore”. „Dio di Abramo, Dio di Isaaco, Dio di Giacobbe”. Dio di Maria Maddalena.

Maria e Mosè. Due persone chiamate per nome. Chiamate a trasmettere questa esperienza personale e paradossale. Sappiamo che dovranno lottare per proteggere questo messaggio che è e deve restare più grande di noi. Messaggio che il popolo vuole chiudere nelle categorie umane.

Due persone chiamate ad essere sorprese, trasformate e guidate. A lasciare la loro situazione limitata, a lasciare le pecore, a smettere di piangere. E diventare gli Apostoli dell'Inconoscibile.

di Umberto Rosario del Giudice, teologo.

Tre figure: Maria Maddalena, Pietro e il “discepolo che egli amava”. Tre personaggi; tre esperienze davanti alla “pietra rotolata” e al “sepolcro vuoto”.

Maria Maddalena nell’immediatezza della narrazione fa un’esperienza in più: incontra il Maestro, risorto. Non sarà lei a riconoscere Gesù ma sarà il Risorto a farsi riconoscere chiamandola per nome. Da lei però parte la ricerca, il voler “capire i segni”, con totale dedizione per venerare/adorare quel Gesù, anche se morto. Ecco la fede di Maria: riconoscere Gesù come proprio Signore, anche morto.

Possiamo dire che se i due discepoli sono testimoni, in questa scena, della pietra rotolata e del sepolcro vuoto, Maria Maddalena è anche testimone del Risorto perché “cerca” il Signore. Così il Maestro chiama solo Maria per nome e si è fa riconoscere da lei perché solo lei lo ha voluto/potuto riconoscere: ella è la sola che rimane sul posto a “cercare il Signore”; gli altri due personaggi della scena “tornano dagli altri discepoli” (la traduzione “a casa” è ambigua). Lei continua a voler capire; riflette, si china a guardare il sepolcro vuoto mentre piange; non si arresta, non si ferma: cerca… Gesù stesso le chiederà “cosa cerchi?” (τίνα ζητεῖςtìna zêteis). Lei risponde senza ancora riconoscerlo “Signore”. Solo che prima agli angeli aveva detto “mio Signore”. Rispetto e appartenenza. Ma Gesù le chiede “cosa cerchi?”.

Lo stesso verbo è usato in Matteo: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). E anche in Mt 7, 7-8: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto».

Ma torniamo al quarto Vangelo: qui il verbo ζητέω (zetèo) è usato 26 volte. Significa per lo più cercare ma nel senso di indagareinvestigaredesiderare di conosceremeditare ma anche di bramareesigere… è un “cercare con desiderio”.

Ma nel quarto Vangelo ha un significato ambiguo anche se nell’economia della narrazione, l’autore usa questo verbo in una forma inclusiva. La prima volta appare in Gv 1,38: Gesù chiede ai discepoli di Giovanni che lo seguono “cosa cercate” (τί ζητεῖτε, tì zetêite). La risposta è “dove dimori”. “Venite e vedete”, dirà Gesù. Quei discepoli cercano un luogo, cercano una posizione da cui capire la realtà che li circonda; cercano una ragionevolezza delle cose, un’interpretazione religiosa definita e definitiva… e seguono Gesù.

Ma il verbo è usato anche da Gesù: egli averte nel dialogo con la Samaritana che è il “Padre che cerca veri adoratori” (Gv 4,23). Si faccia attenzione: i discepoli rimangono a guardare la scena e quando sopraggiungono non chiedono a Gesù cosa stesse cercando da quella donna: vorrebbero capire ma evitano. Il verbo diventa “ambiguo”: si cerca, ma con ambiguità, morbosità, con doppiezza. Il verbo è usato per indicare i Giudei che “cercano la gloria gli uni dagli altri”, o “cercano di arrestare” Gesù, di “lapidarlo” o di “ucciderlo”; oppure è usato per indicare il desiderio della folla che cerca Gesù per “mangiare”.

Poi riappare usato da Gesù che affronta il gruppo di soldati e le guardie chiedendo “chi cercate?” per ben due volte.

Lo stesso verbo sarà usato anche per Pilato che “cerca” di mettere in libertà Gesù.

E nel grande discorso di Gesù, il verbo è usato per indicare che i discepoli (come prima i Giudei) lo “cercheranno” ma non lo troveranno…

Credo che l’uso di questo verbo sia uno “stop and go”. Inizia con i discepoli di Giovanni che cercano il Cristo e si chiude con il Signore che suscita la fede in Maria. E in mezzo tanti che hanno “cercato”… ma non il Cristo.

Chiude dunque l’uso di questo verbo proprio il versetto che abbiamo ascoltato: Gesù chiede a Maria: “chi cerchi?”, e solo quando lei ha messo a nudo tutta la sua vulnerabilità, le sue vere intenzioni, tutta la sua voglia di “cercare Gesù” (un “chi”) non qualcosa; solo quando esprime la sua volontà di “cercare Gesù in quanto Gesù”, allora il Risorto la può finalmente chiamare per nome: “Maria”; e gli occhi di lei lo riconoscono come il Maestro.

Nella nostra indecisione, il Cristo si fa riconoscere, se siamo spontanei, veri, non ambigui, se cerchiamo il Cristo perché è il Cristo.

Ma all’azione del Cristo corrisponde la fede tenace, la ricerca vera e limpida di Maria.

In questo contesto si comprende anche il suo pianto che non è di depressione o di disperazione indefinibile, ma è energia vitale, tensione puntuale, ricerca di un “chi” non di un “cosa”: lei cerca lui, l’amato (come ricorda la prima lettura della festività, Ct 3,1-4a). Vuole capire, vedere, sapere, perché cerca il “suo Signore”. E il Signore si fa trovare. E torna dai discepoli… aspettando, chissà con quanta pazienza, che anche i loro occhi si aprano alla presenza del Signore.

di Maria Teresa Milano, ebraista

Il suo nome era Maria e veniva da Magdala, un villaggio di pescatori adagiato sulle sponde del lago di Tiberiade. Il vangelo di Luca riferisce che Gesù l’aveva liberata da sette demoni e sono stati versati fiumi di inchiostro sulla simbologia del numero e sul significato del termine, ma non è di questo che vorrei parlare guardando oggi la sua figura.

Sono un’ebraista e leggo il testo cercando i significati racchiusi nelle parole della Bibbia, nelle storie e nella Storia, tenendo a mente il must di ogni buon filologo: “Non fare mai dire a un testo quel che il testo non intendeva dire”. 

Ma anche i filologi possono cambiarsi d’abito e porsi di fronte a quel testo meraviglioso che è la Bibbia per lasciarsi interrogare, perché la sua vera forza è la capacità di non fornire risposte, quanto piuttosto di mettere ciascuno di noi di fronte a domande importanti. Restando nel rispetto della lingua e del testo, senza forzature, ma guardando con occhi limpidi all’aspetto più umano, che tocca tutti, a prescindere dalla fede o da qualsiasi scelta personale.

Maria di Magdala era una donna come lo sono io, forte e al tempo stesso vulnerabile come lo sono io e aveva i suoi demoni come li ho io, come li abbiamo tutti; ciascuno ha i propri ed è difficile contarli, ma sappiamo che quei demoni spesso si dileguano, nell’incontro con persone speciali, nelle relazioni che contano, nell’amore gratuito di chi sa guardarti dentro e tirarti fuori, prendendoti per mano, chiamandoti per nome come Gesù fa con lei. E chiamare per nome significa riconoscerti un’esistenza che è solo tua, speciale e unica.

Maria lascia il suo villaggio e segue Gesù riponendo in lui una fiducia assoluta e in questo non vedo tanto la prova di una scelta spirituale e nobile, anche se sono consapevole del fatto che nel corso dei secoli questa visione ha contribuito in modo decisivo a delineare la sua figura e il suo ruolo. Personalmente vedo soprattutto la sua capacità concreta di amare, liberata e libera da diversi demoni (forse più di 7), come la diffidenza, i dubbi o la paura, demoni che abiteranno invece fino alla fine i discepoli, anche i più vicini a Gesù. Maria resta accanto a Gesù sempre, perché il suo essere donna si traduce anche nel saper condividere e nel rimanere, qualsiasi cosa succeda. 

La ritroviamo in effetti nei giorni della passione e anche sotto la croce; lei è lì e guarda morire l’uomo a cui aveva affidato la propria vita. Lei c’è. I suoi no. Mi ha sempre colpita la Crocifissione di Masaccio, in cui Maria è di schiena, con le braccia spalancate in un gesto profondamente umano, quello dell’abbraccio, quasi un ultimo messaggio per dire “Non sei solo, io resto qui”.

E quando Gesù risorge è proprio a lei che si presenta. Non fa gesti eclatanti, ma ancora una volta, con grande semplicità, la chiama per nome: Maria. E ancora una volta, lei lo riconosce, i suoi dubitano.

La vecchia battuta divenuta cavallo di battaglia di tante omelie pasquali secondo cui “Gesù si è presentato alle donne perché così era sicuro che in un attimo lo avrebbero saputo tutti” non fa più ridere nessuno, perché forse altra è la realtà o, dovremmo dire, altre sono le domande. Sono domande su di noi e sulla nostra capacità di sentirci chiamare per nome, di lasciarci liberare dai demoni, quali e quanti che siano, con il coraggio e la fiducia di Maria di Magdala, con la sua capacità di stare dietro le quinte proprio come Miriam con Mosè e con la sua assoluta libertà di essere sé stessa e non il suo ruolo, con il suo modo molto semplice e reale di essere umana.

di Marco Marzano

in “Domani” del 20 luglio 2021

Don Emanuele Tempesta è un prete di 29 anni, vicario in una parrocchia della diocesi di Milano. E’ stato arrestato a Bardonecchia, dove si trovava in vacanza con un gruppo di minori, con l’accusa di aver abusato, nei mesi precedenti, di almeno otto bambini tra gli otto e i dodici anni. I vertici della diocesi, nell’evidente ansia di sottrarsi ad ogni accusa di collusione con l’indagato, si sono precipitati a rendere noto il fatto e le accuse mosse al prete e ad esprimere «stupore e dolore» e insieme «vicinanza a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Il tono del comunicato e il contenuto di alcuni suoi passaggi fanno insomma pensare che la diocesi reputi credibili e molto gravi gli addebiti rivolti al suo sacerdote. La vicinanza alle presunte vittime e alle comunità coinvolte è sicuramente apprezzabile, ma in questo caso non rappresenta un atto particolarmente coraggioso, dal momento che fa seguito all’arresto del prete da parte delle forze dell’ordine e quindi all’esplosione dello “scandalo”. Diverso sarebbe stato il caso in cui fosse stata la stessa diocesi a denunciare gli abusi alle autorità statali. Quello sarebbe stato un vero gesto straordinario e di discontinuità rispetto al passato. Dissociarsi da un prete indiziato di abusi dopo che costui è stato clamorosamente arrestato può essere facilmente interpretato come un tentativo di tutelare a tutti i costi, anche ammettendo una colpevolezza dell’indagato, che è ancora da dimostrare in sede processuale, l’istituzione dal fango sollevato dalla vicenda. Don Emanuele Tempesta è stato ordinato prete solo due anni fa e in questo brevissimo lasso di tempo potrebbe essersi reso responsabile di un numero tale di reati sessuali da farlo qualificare come un “abusatore seriale”. Prima del 2019 ha trascorso non meno di sei lunghi anni all’interno di un’istituzione totale come il seminario, un luogo chiuso da dove non si esce e dove i ragazzi sono costantemente sotto osservazione da parte dei compagni e soprattutto dei tanti formatori (professori, rettori, vice rettori, educatori, padri spirituali, psicologi, eccetera). Quali valutazioni sono state compiute sulla maturità umana e spirituale del futuro don Emanuele? La chiesa è disposta a mettere a disposizione dell’accertamento della verità il fascicolo che sicuramente possiede nei suoi archivi su don Emanuele? E’ possibile che nessuno tra i compagni e i superiori del seminarista si sia accorto che c’era qualcosa non andava? Una strana carriera Alcune agenzie di stampa riferiscono che don Tempesta sarebbe stato ordinato con alcuni anni di ritardo. Questo vuol dire che molto probabilmente è stato, aun certo punto del percorso, “fermato” dai superiori perché ritenuto non ancora adatto a fare il prete oppure che è stato allontanato da un seminario e ripreso da un altro. Cosa ha motivato lo “sblocco” della sua carriera? E perché si è deciso di ordinarlo comunque? non sarà per caso stata la “fame di preti” a far propendere il vescovo in questa direzione o, peggio, la sistematica sottovalutazione delle qualità umane e della situazione psicologica a tutto vantaggio dell’attitudine a rispettare la disciplina e a seguire gli ordini impartiti dall’alto? L’ultimo punto riguardala personalità dei seminaristi e lo svolgimento della loro carriera dentro i ranghi del clero. Molti di questi ragazzi sono assai immaturi e fragilissimi da ogni punto di vista già al momento di candidarsi al sacerdozio. Molto spesso sono attratti dalla possibilità che l’istituzione offre loro di “mettere tra parentesi”, in ragione dell’obbligo celibatario, le loro difficoltà sessuali e le loro incertezze relazionali e affettive. La permanenza dentro i seminari molto spesso peggiora, e molto, la situazione, consolidando l’attitudine al segreto, al nascondimento e alla menzogna, l’anaffettività e l’immaturità. 

L’uscita dal seminario che segue l’ordinazione e l’inserimento in parrocchia fanno venir meno l’ultimo guscio protettivo rappresentato dal monitoraggio quotidiano operato dall’istituzione e finiscono per produrre, nel caso di don Tempesta in un arco di tempo incredibilmente ridotto, conseguenze devastanti per la società e anche per la comunità dei credenti, per il popolo di Dio. L’eventuale colpevolezza di don Emanuele verrà accertata in tribunale, ma la Chiesa Cattolica non ècostretta ad aspettare la sentenza per iniziare un doloroso ma necessario processo di riforma e rigenerazione.

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di Maria Teresa Milano

Il bar la mattina è un vero e proprio forum di discussione e la cosa incredibile è che si toccano praticamente tutti i campi dello scibile. Certo in questo momento è difficile intavolare dibattiti consistenti, ma il coffee to go permette comunque qualche scambio di battute mentre si è in coda o si beve, a debita distanza, caffè e cappuccino in piedi davanti al locale.

Stamattina si parlava del Festival di Sanremo, in particolare delle performance di Amadeus e Fiorello, che hanno duettato prima in una nuvola di piume soffici e bianche, unghie laccate di rosso e glutei sodi e poi letteralmente incorniciati quasi fossero opere d’arte, da donne che si muovevano intorno a loro fasciate da mini-tute in pelle nera. Le amiche del caffè erano piuttosto perplesse e così sono andata a cercarmi in rete la puntata. Di primo acchito mi sono sembrate semplicemente due scene d’altri tempi, la prima più vicina alla tradizione del cabaret, la seconda a certe produzioni anni ’80 un po’ trash, poi ho cominciato ad avvertire una sorta di disagio. Qualcosa mi disturbava, ma non capivo cosa: non era certo l’esibizione dei due uomini, eleganti e sobri, né i costumi piuttosto minimal delle ballerine. La danza è arte e le produzioni del celebre Ohad Naharin, direttore artistico della compagnia di ballo israeliana Batsheva hanno dimostrato come sia possibile portare in scena anche un nudo senza che questo risulti volgare perché, appunto, ogni scelta sul palcoscenico nasce da un pensiero e di questo si fa portavoce.

Il problema allora non è da cercare nei centimetri di pelle esposti davanti alle telecamere, bensì nel pensiero che sta dietro quei movimenti ostentati e quegli sguardi lanciati in parte ai due conduttori del Festival, in parte al pubblico a casa.

Il pensiero forse, è quello delle “donne in vetrina” e lo dico senza alcun intento moralistico e senza alcuna ideologia, ma solo con grande tristezza, perché il palcoscenico dell’Ariston per certi versi è un simbolo di questo paese. È vero, non è seguito come un tempo e i giovani non se ne interessano granché, ma resta comunque un punto di riferimento, per noi e per chi ci guarda di fuori. Le scelte artistiche del Festival raccontano un po’ chi siamo e quali sono i nostri modelli culturali. La puntata di mercoledì ha messo chiaramente in luce che non amiamo né sperimentare né puntare sull’eccellenza e preferiamo stare comodi nei cliché, perché di certo sono più rassicuranti.

E mentre la tv di stato propinava ai fedeli ascoltatori il classico binomio uomo forte/donna oggetto, sul canale YouTube delle Paoline tre donne discutevano con intelligenza e lucidità dello spinoso e quanto mai urgente tema della presenza femminile nella Chiesa, ponendo l’accento proprio su questo punto in particolare: cosa vogliamo dire di noi e come siamo percepite?

Con quale consapevolezza e quale fiducia ci avviciniamo a un mondo, quello ecclesiastico, strutturato secondo una rigida gerarchia composta di maschi celibi che vedono nell’esclusione della donna dalla vita il punto forte della loro scelta? Se non siamo contemplate nella vita, come possiamo esserlo in una collaborazione in cui i soggetti hanno pari dignità e pari diritti? 

Paola Lazzarini, Antonietta Potente e Cristina Simonelli hanno messo sul tavolo della discussione, pur nel poco tempo a disposizione, i diversi aspetti della questione e hanno ribadito che non si può parlare di distribuzione di incarichi e di posizioni interne al sistema se non si prende prima in considerazione l’aspetto antropologico: ma questa donna, cos’è?

Forse un oggetto da collocare in una struttura cercando di trovare un equilibrio tra le richieste concrete dei movimenti femminili internazionali e le resistenze e/o gli impedimenti giuridici di un sistema patriarcale poco incline al cambiamento? O un’immagine idealizzata e tramandata dalla tradizione che non trova riscontro nella realtà? O un’entità distante dalla vita concreta, una realtà di cui gli uomini si permettono di parlare ma con cui non si “sporcano le mani” mai? 

Ed ecco che in modo forse un po’ surreale, nella stessa sera e nello stesso momento, l’immagine di donna oggetto e donna in vetrina univa idealmente il Festival nazional popolare della canzone italiana e i discorsi teologici e sociologici che in questo momento ci stanno particolarmente a cuore. 

Questo paradosso credo metta in luce un fatto fondamentale: la rivoluzione deve essere innanzitutto culturale, perché il concetto stesso di donna-oggetto va riconosciuto nelle sue mille sfumature e non sempre il criterio è quello della “nudità esposta”. Solo se lo si riconosce lo si può decostruire, per ritrovare dignità di sé, sicurezza del proprio valore e finalmente, possibilità di costruire un dialogo. Finché noi donne accetteremo di stare “in vetrina”, raccontandoci magari che lo facciamo per nobili motivi o peggio ancora per fede, nessun cambiamento sarà possibile. 

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A TUTTE LE PERSONE DI BUONA VOLONTÀ!

1. Nella nostra Chiesa tutte le persone abbiano accesso a tutti i ministeri.

I diritti umani e la Legge fondamentale (=Costituzione) garantiscono uguali diritti per tutte le persone - solo la Chiesa Cattolica lo ignora.

Essere un uomo oggi attribuisce diritti speciali nella Chiesa.

#giusta: pari dignità - pari diritti

2. Nella nostra Chiesa tutti partecipino alla missione e il potere sia condiviso.

Perché il clericalismo è uno dei problemi fondamentali della Chiesa Cattolica oggi e incoraggia l’abuso di potere con tutte le sue sfaccettature disumane.

#partecipativa: responsabilità condivisa

3. Nella nostra Chiesa, gli atti di violenza sessualizzata siano indagati in modo completo e i responsabili siano ritenuti tali. Le cause siano costantemente combattute.

Per troppo tempo la Chiesa Cattolica è stata scenario di violenza sessuale. Le autorità ecclesiastiche tengono ancora nascoste le informazioni su questi crimini violenti e si sottraggono alle responsabilità.

#Degna di fede: interazione rispettosa e trasparenza

4. La nostra Chiesa mostri un atteggiamento di apprezzamento e riconoscimento nei confronti di una sessualità autodeterminata e attenta e della partnership.

Perchè la morale sessuale ufficialmente insegnata è estranea alla vita e discriminatoria. Non si basa sull'immagine cristiana dell'esssere umano e non è più presa sul serio dalla maggioranza dei credenti.

#colorata: vivere in relazioni di successo

5. Nella nostra Chiesa lo stile di vita celibe non sia un prerequisito per l’esercizio di un ministero ordinato.

Questo perché l'obbligo del celibato impedisce di seguire la propria vocazione. Coloro che non sono in grado di mantenere quest’obbligo spesso vivono dietro false facciate e sprofondano in crisi esistenziali.

#vicinoallavitavera: senza celibato obbligatorio

6. La nostra Chiesa operi secondo i principi cristiani. È amministratrice dei beni che le sono stati affidati, non li possiede.

L’ostentazione, le dubbie transazioni finanziarie e l’arricchimento personale dei responsabili della chiesa hanno profondamente scosso e diminuito la fiducia nella Chiesa.

#responsabile: gestione sostenibile

7. La nostra missione è il messaggio di Gesù Cristo. Agiamo di conseguenza e affrontiamo le questioni sociali.

Poiché la gerarchia della Chiesa si è giocata la sua credibilità, non riesce a farsi sentire in modo convincente e a lottare per un mondo giusto nello spirito del Vangelo.

#rilevante: per le persone, la società e l’ambiente

di Emilia Palladino

Non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare. Questa frase così lapidaria, spesso sentita e altrettanto spesso detta, ha un suo nocciolo di verità che fa riferimento ad una specifica esperienza esistenziale attraverso cui passa in genere ogni donna e ogni uomo: quella di non arrivare con il proprio controllo a prevedere il completo evolversi di una situazione specifica o generica che sia.

C’è però un’altra categoria di situazioni a cui facilmente viene associata la frase di apertura, che riguarda tutte quelle circostanze nelle quali abbiamo potuto comprendere nuovi aspetti della nostra persona, di come siamo e di cosa desideriamo anche profondamente, ma non sappiamo in alcun modo concretizzare questo cambiamento anche nei fatti, nelle relazioni con gli altri. Una situazione in particolare, in mezzo a tante altre che si potrebbero dire, è specificamente legata al comportamento delle donne nell’ambiente familiare: accade cioè che una donna, una moglie, una compagna, una mamma senta profondamente il desiderio di compiere passi di libertà che la sciolgano dall’obbedire a codici non scritti che riguardano situazioni concrete in casa, e poi però di non riuscire in alcun modo a spezzare quegli schemi ormai assodati della vita familiare, in non pochi casi costruiti con anni di consuetudini. Chi cucina? Mamma – sempre e in ogni caso; anche quando tempo non ne ha avuto e avrebbero potuto farlo figli e figlie grandi, mariti o compagni altrettanto adulti e autonomi. Chi può spezzare questo “si è sempre fatto così”: la donna per prima che ad un certo punto dice “no”? Oppure un comportamento differente (ma difficilissimo da cogliere per hi non si è mai posto il problema) da parte di chi abita in famiglia con lei? 

Eppure non è così semplice: non è vero cioè che la consapevolezza di poter dire di no (in questo caso), consente di dirlo effettivamente. Non sempre le cose vanno come una pensa che debbano andare. In parole più specifiche, non sempre la consapevolezza di assumere un ruolo dato dal genere e che non si sente proprio, porta alla capacità di rompere il modello di riferimento e tentare una strada differente, in termini prima di tutto relazionali, poi pratici.

Nel tentativo di arricchire la comprensione di questa particolare dinamica – che ha molteplici ragioni: storiche, psicologiche, culturali, sociali e politiche, che però non è possibile approfondire qui – si può partire da due raffigurazioni, che hanno avuto un consistente peso “normante” nella vita dell’uomo e della donna del passato, ma anche del presente, e che si trovavano in molte case del Nord Europa, soprattutto tedesche, fra la fine dell’‘800 e fino al 1930 circa: si tratta delle raffigurazioni della “scala della vita”.

A sinistra la scala della vita di una donna, a destra quella di un uomo. Come si può osservare, la rappresentazione grafica è radicalmente simbolica per entrambi i generi: detta infatti un percorso dalla nascita alla morte in “fasi”, riducendo l’esistenza di entrambi all’acquisizione di posizioni successive, ciascuna caratterizzata univocamente nei modi e negli obiettivi; il tempo, da compagno delle proprie scoperte e conquiste, diventa così il tiranno inesorabile che conosciamo, che sottrae tutte le possibilità che non si sono potute esplicitare senza aprirne altre; introduce l’idea che per metà della vita si salga e che poi la vecchiaia sia un inesorabile scendere e non un auspicabile perfezionare (come invece era nelle culture più antiche, a partire da quelle tribali); raffigura visivamente il sostegno della religione cattolica a tutte le fasi della vita, poggiato solo sui racconti di Genesi, raffigurati però in modo evidentemente manipolatorio; disegna famiglie monche, in cui entrambi sono funzionali alla realizzazione dell’altro/a.

Ogni volta che osservo queste immagini mi chiedo quanto di queste rimane nel nostro modo di vedere, di capire, di progettare, di aspettarsi qualcosa da sé e dagli altri. Quanto il nostro modo di essere e di comportarci rimanga “informato” da queste figure senza anima; quanto tutte le battaglie combattute e gli spazi conquistati abbiano in realtà lasciato dietro di loro brandelli di inutilità e inefficacia.

È vero soprattutto per le donne, lo sappiamo. Forse più per il fatto che gli uomini non abbiano maturato una riflessione su loro stessi altrettanto implacabile come quella femminile e per tempo sufficiente da aver generato cultura.

Eppure, quante donne oggi adulte in tutte la parti del mondo, in culture differenti, in non pochi casi senza saperlo, hanno in mente quella scala della vita: hanno cioè in mente – e così guardano il mondo, gli uomini, le altre donne, nel caso anche le figlie, i giovani e le giovani ... – che senza maternità la donna non sia “vera” donna, che senza un uomo che le ami non possano essere se stesse, che se non si passa proprio da quei gradini e proprio in quella successione non ci si possa dire “sé”.

Quanta naufragata solitudine in quelle rappresentazioni sia per lei, sia per lui. Quanto quell’eccellenza di genere, che calpesta chi si è concretamente, sia regola da rispettare solo in quell’unico modo; quanta severa aggressività in ogni gradino, quanta cattiveria lì dove non si è nel posto giusto al momento giusto. Quanto senso di colpa diventato criterio di valutazione di sé e tramutato in violenza nei riguardi degli altri e/o in tristezza depressa per non essere come si dovrebbe. E quanto, in questo brutto mondo di pezzi unici, ha giocato un ruolo una certa presunzione cattolica del dire come debba essere una donna, come debba essere un uomo, senza aggancio alla carne, al corpo, alla concretezza della storia, all’esperienza viva di ciascuna di noi, di ciascuno di noi.

Non si può pensare di riappropriarsi di sé senza passare dal faticoso percorso di dire il non detto, di individuare quel codice non scritto, la cui violenza simbolica (come direbbe Bourdieu) ci orienta senza nemmeno percepirne il potere manipolatorio. È un percorso che consente di intravedere e a volte di riappropriarsi di verità profonde di sé, ma costringe anche ad avere a che fare con la frustrazione di non essere sempre in grado di affrancarsi nella propria consapevolezza. È necessario che il tempo sia anche compagno della liberazione e non solo il nemico da battere: il rischio sarebbe di agganciarsi addosso conquiste che in realtà devono radicarsi più profondamente, per non perderle non appena si vorrebbe correre. Per non avere più la sensazione debilitante e destabilizzante di subire la propria vita e non di possederla; per provare a non essere tanto fatalisti da pensare che non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare.

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di Maria Teresa Milano*

Sono ebraista e non mi occupo di questioni femminili in modo specifico, ma in qualche modo la storia delle donne attraversa da sempre le mie tante attività e i miei interessi, accademici e non.

La mia curiosità risale a quando ero piccola: mia mamma mi leggeva la Vera storia dei bonobo con gli occhiali, un libro della fortunata serie Dalla parte delle bambine diretta da Adela Turin e passavo le mie giornate con mia nonna che aveva creato intorno a sé un circolo femminile d’altri tempi, un numero nutrito di donne che faceva capo a lei per ogni sorta di domande e problemi. 

Sono cresciuta in una grande famiglia in cui tutte le donne hanno sempre lavorato e avuto ruoli di responsabilità, hanno sempre guidato e gestito i propri viaggi in modo autonomo, hanno potuto coltivare i propri hobby, hanno preso decisioni importanti e non ho mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, che in qualche modo le donne fossero inferiori agli uomini, anzi, mi è sempre sembrato che per molte faccende gli uomini avessero bisogno di appoggiarsi alle donne. 

Avrei poi trovato conferma di questo leggendo “L’anello forte” di Nuto Revelli, un ritratto sincero e profondo delle donne nella società contadina del cuneese d’un tempo, in cui molte vivevano una condizione di sottomissione soprattutto economica e diverse famiglie erano segnate dalla piaga della violenza domestica, ma laddove i mariti erano uomini perbene, l’opinione della moglie era tenuta in grande considerazione.

Sono entrata in contatto con la discriminazione di genere dunque molto tardi, forse perché non avendola in mente non riuscivo neppure a riconoscerla come tale. Ricordo che avevo forse già 25 anni quando ho capito che un uomo che batte un pugno su un tavolo è carismatico e sicuro di sé, mentre una donna che fa la stessa cosa è una prepotente o un’isterica, quando non una femminista (ovviamente il termine è pronunciato con disprezzo e porta con sé un corredo di immagini in cui i reggiseni bruciati sono solo il punto di partenza). 

Forse anche per questo ho iniziato a leggere le storie di donne con altri occhi e ho iniziato ad ascoltare le voci e le vicende femminili dal vivo, perché proprio come mia nonna anche io ho creato un mio “circolo”, in cui si parla di cose belle e di successi, ma anche di paure e di difficoltà, con grande schiettezza.

Ed è proprio a queste donne che ho iniziato a portare un pezzetto del mio lavoro su quel testo meraviglioso che è la Bibbia, a impiegare alcuni spunti che il testo ci dà perché penso che quel testo antico che per troppi secoli (ancora oggi purtroppo) è stato confinato all’ambito della fede e alla pratica religiosa, sia in realtà una miniera di riferimenti umani e universali.

Una grande studiosa israeliana, Rachel Elior, ha definito le donne della Bibbia “presenti/assenti” e in effetti tutti noi conosciamo Abramo, Mosè, Davide e Isaia, ma forse non abbiamo mai sentito parlare di Micol, Miriam, Chulda o Tamar. E se ne abbiamo sentito parlare forse ci sono apparse così lontane, nel tempo ma anche nei riferimenti, come se non c’entrassero nulla con la nostra vita.

In realtà, se noi eliminiamo da quelle figure la patina (o per meglio dire la coltre spessa) del moralismo e dei significati poco umani e molto simbolici che abbiamo accumulato lungo i secoli e proviamo a leggere i personaggi alla luce dell’esperienza prettamente umana e quotidiana, ritroviamo ogni minima sfaccettatura dell’essere donna, ogni singolo aspetto della nostra vita. Vediamo in quell’universo femminile tanti pezzetti di noi, a prescindere dalle nostre scelte di vita o di fede, perché quelle vicende ci raccontano in generale come siamo fatte, ci suscitano domande importanti e fungono da specchio.

Inoltre, cosa importante, possiamo leggere il rapporto tra le figure femminili e quelle maschili, possiamo osservare il loro modo di stare al mondo in quanto esseri umani. Non icone, non simboli, ma donne come noi. 

In quel libro troviamo ogni situazione possibile e ovviamente anche i grandi temi che ci toccano: la relazione con l’uomo in ogni forma (amare, essere amate, essere rifiutate, essere sfruttate, sedurre ed essere sedotte), la maternità, il ruolo sociale e comunitario, il rispetto e anche la violenza, verbale e fisica (a questo proposito ricordiamo lo stupro di Tamar e di Dina e la terribile vicenda della concubina di Gabaa).

Davvero credo che nelle storie di quelle donne si possano ritrovare i nodi della nostra esistenza, del nostro essere umani. 

Prendiamo per esempio Eva, il personaggio che più di ogni altro ha influenzato la percezione della donna nella nostra cultura e nella nostra società religiosa ma non solo. Ci è stata inculcata una visione profondamente errata e credo che spesso questo sia stato fatto in assoluta malafede.

Eva è associata alla parola peccato, è la tentatrice, è un essere subdolo e l’uomo Adamo è una vittima. Pensiamo a quanto questo ha condizionato e continua a condizionare il nostro modo di guardare il mondo e credo sia una violenza verbale (che poi ha ricadute anche molto concrete) da parte di tutti noi, ogni volta che guardando una situazione ci aggrappiamo al “modello Eva”, peraltro nella sua visione bieca e sbagliata, funzionale solo a disegnare modelli maschili e femminili utili a una società maschilista e patriarcale. 

Purtroppo la lettura errata della vicenda di Adamo ed Eva ha influito in modo molto pesante 

Ma cosa c’è scritto davvero?

Sono 2 i racconti della creazione: 1. Dio crea l’essere umano, maschio e femmina (assoluta uguaglianza in natura); 2. Dio crea la donna dall’uomo, come parte di lui e il testo dice che crea per lui un ezer kenegdo, un aiuto che sta di fronte e contro, ovvero in relazione dialogica e dialettica. Perché due racconti della creazione? Io credo per illustrare due aspetti: quello biologico, legato alla natura (maschio e femmina) e quello legato alla relazione (in dialogo e in dialettica). 

Di certo nessuno dei due racconti parla di superiorità dell’uomo sulla donna e nessuno dei due lascia pensare che l’uomo debba dominare la donna. Chiunque si appelli alla Bibbia per dimostrare questo o non l’ha mai letta, o non l’ha capita, o la usa in modo disonesto per i propri scopi. 

Cosa succede dopo la creazione? C’è il famoso fattaccio dell’albero della conoscenza del bene e del male. Eva vede che quell’albero è buono e bello da mangiare, desiderabile agli occhi, affascinante da comprendere. Quell’albero colpisce Eva nella parte più istintiva ovvero attraverso i sensi (bello, buono, desiderabile), ma anche nella sua mente, perché lei sente che è affascinante da comprendere. 

E così Eva coinvolge l’uomo in quella meraviglia e gli porge la mela, cioè gli dice: “facciamo questo percorso insieme, nella conoscenza della realtà”. Ma dopo essersi incamminati insieme lungo quel percorso, a un tratto i due si accorgono di essere nudi, ovvero capiscono di essere umani e vulnerabili. In effetti a quel punto il testo biblico dice che Dio consegna loro due tuniche di pelle. Adamo ed Eva piombano nella realtà: sono fatti di pelle, sono esseri umani e non angeli.

E allora inizia la fatica, che non è solo il duro lavoro della terra e la sofferenza del parto, ma è proprio la fatica di continuare a camminare insieme, uomo e donna, nel mondo reale, dopo che il paradiso è finito. 

Quando ci si innamora è come stare nel Giardino di Eden, poi si entra poco alla volta nella conoscenza reciproca e a un tratto ci si guarda e ci si accorge di essere nudi, umani, senza difese e vulnerabili, persone che sbagliano e che per la maggior parte del tempo fanno semplicemente quel che possono. La consapevolezza dà inizio alla fatica, ma non vi è nulla di tragico in questo, anzi, accettare quella fatica e starci dentro è il primo passo per cercare insieme, uomo e donna, il senso della vita. 

In effetti da Adamo ed Eva in poi, la Bibbia ci racconta di uomini e donne che affrontano le situazioni più disparate e se leggiamo quelle storie con occhi puliti, senza sovrastrutture, senza moralismi, vedremo proprio noi stessi e le nostre situazioni. E il punto fondamentale è che come ha fatto notare una psicanalista e filosofa francese, Éliane Amado Levy, tutta la storia è un susseguirsi di coppie e infatti la prima frase che pronuncia Dio nel racconto della creazione è “Non è bene che l’uomo sia solo”.

La donna non è un accessorio e non è uno strumento per fare figli; la donna è la metà dell’umanità e l’uomo non esiste senza donna. Lo dice molto chiaramente la Bibbia: uomo e donna camminano a fianco, fanno insieme la storia, si sostengono e si confrontano, stando sullo stesso piano.

Dunque l’uomo non ha alcun diritto di prevalere e se lo fa, ne pagherà le conseguenze, perché il suo prevalere è contrario alla natura e alla relazione. 

Allora perché la lettura di quel testo ha contribuito così tanto a creare la visione opposta? Questa è la classica domanda da 1 milione di dollari e mi permetto di dire che forse è successo perché la lettura è stata fatta soprattutto dagli uomini, spesso da uomini che non solo non erano sposati, ma avevano pure il sacro terrore delle donne. Se uno legge la Bibbia e ha difficoltà con le donne, è ben difficile che possa avere una visione oggettiva del testo e possa leggerlo in libertà. In realtà credo che sia ben difficile che possa avere una visione normale della vita in generale, ma questo è un altro discorso. 

Il testo biblico si presta a moltissime letture e ci insegna a guardarci, a farci domande, a ritrovarci in tanti piccoli frammenti che poi vanno a comporre la nostra esistenza.

Eva ci ricorda costantemente che noi donne siamo capaci di intraprendere percorsi di conoscenza, camminando a fianco agli uomini, nella reciprocità, condividendo esperienze e che nessuno ha il diritto di farci sedere sul sedile posteriore. Ricordiamolo ogni volta che sentiamo quella frase orribile “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Si sta a fianco, non dietro.

Miriam, sorella di Mosè e Aronne che canta per il popolo all’uscita dalla schiavitù d’Egitto, segnando così il punto più importante della storia ci ricorda che abbiamo una voce e che abbiamo il diritto di farla sentire nei momenti cruciali.

E gli esempi sono ovviamente decine e decine e non è possibile entrarci dento ora, ma vale la pena citare un particolare che mi ha sempre molto colpita. I racconti biblici spesso impiegano l’aggettivo “bella” per definire la donna. 

E questo ci ricorda una cosa fondamentale: è nostro diritto essere e sentirci belle sempre, perché non si tratta di proporzioni del viso, corpi scolpiti o pelle perfetta e non si tratta neppure di essere giovani ed esibirsi su Instagram e affini, ma si tratta di avere la consapevolezza che siamo belle anche quando passano gli anni, perché la bellezza viene dalle esperienze che abbiamo maturato, dai tesori che abbiamo dentro di noi e che ci rendono così speciali. Nessun uomo ha il diritto di dirci il contrario, anzi, gli uomini intelligenti guardano le nostre rughe e i segni degli anni e dicono: “Sei bellissima”.

Abramo e Sarah erano molto anziani e il testo dice che lei era bellissima, ma non lo dice di lui. Ricordiamolo ogni volta che diciamo o sentiamo dire: l’uomo diventa affascinante quando invecchia, la donna si “disfa”. In realtà lo stesso processo avviene anche nell’uomo e le nostre sono solo idee infondate ma così radicate che abbiamo iniziato a crederci.

Cari signori uomini che avete costruito un sistema intero su questo testo, facendovi patriarchi, provate a rileggere quel passaggio e a comprendere meglio la risata di Sarah, che è per sé ma anche e soprattutto per Abramo. E in quella risata c’è anche posto per un colpo dritto all’orgoglio maschile, perché Sarah esprime chiaramente il suo dubbio di poter provare piacere, data l’età del suo uomo.

Come ho detto, la Bibbia è davvero una miniera di riferimenti umani e universali e le sue donne ci parlano di quel che siamo. Forse possiamo cominciare proprio di qui, dicendoci chi siamo e cominciando così a essere presenti e non presenti/assenti.

* Maria Teresa Milano è docente di lingua, storia e cultura ebraica allo STI ISSR di Fossano, traduttrice, collabora con festival letterari, giornali, musei, teatri e associazioni culturali, crea progetti culturali e porta avanti l’attività artistica con le Voci Fuori dal Coro di Fossano e con il gruppo klezmer Mishkalé.

http://www.salottibiblici.com/

Questo intervento è stato fatto in occasione della Giornata contro la violenza alle donne per la Consulta per le pari opportunità di Genola (CN) e il Centro antiviolenza Mai più Sole.

Siamo sette donne, chiamate a diverse funzioni all'interno della Chiesa cattolica.

Forti di questa chiamata, il 22 luglio, qui alla Nunziatura Apostolica in Francia, abbiamo presentato le nostre candidature per le cariche di diacona, predicatrice laica, parroca, nunzia e vescova.

Recentemente, tra il 14 settembre e il 2 ottobre 2020, siamo state ricevute in udienza individuale dal Nunzio Apostolico in Francia.

Ringraziamo Celestino Migliore per questo gesto di apertura e per il suo benevolo ascolto. Ha potuto ascoltare la diversità delle nostre realtà di donne e delle nostre vocazioni. Dimostra che il dialogo è possibile.

Tuttavia, non siamo qui a titolo personale; è per la pari responsabilità di tutti nella Chiesa che abbiamo supplicato.

E un ascolto cordiale non fa una riforma.

Ricordiamo inoltre che Anne Soupa non ha finora ricevuto alcuna risposta alla sua candidatura all'arcidiocesi di Lione, che è stata resa pubblica il 25 maggio. Ancora nelle mani del Nunzio.

Siamo convinte che la Chiesa sia a un punto di svolta nella sua storia. Deve ora riconoscere - a parole e soprattutto nei fatti - che per le donne è legittimo ricoprire tutti gli incarichi, siano essi laicali o ordinati, di governo o spirituali.

La Chiesa, come istituzione, deve finalmente superare il suo procrastinare e aprire le porte alle donne. Se vuole rimanere fedele a Cristo, deve ricordare che Cristo non ha mai usato criteri di genere.

Le nostre candidature hanno dato vita a dialoghi senza precedenti, sia intorno a noi che all'estero, confermando che siamo in molti a desiderare una Chiesa diversa. Per far sì che ciò avvenga, continueremo a portare il nostro messaggio con determinazione e invitiamo tutte le donne che lo desiderano a far conoscere la loro vocazione; saremo lì per sostenerle.

DICHIARAZIONI INDIVIDUALI delle 7 CANDIDATE

Loan ROCHER - Ricevuta il 14 settembre 2020

In un'atmosfera cordiale, ho parlato del mio desiderio di essere diacona per l’accoglienza incondizionata di coloro che si sentono rifiutati dalla chiesa. In particolare, ho parlato dei credenti LGBTQI+, che spesso non hanno altra scelta che essere cristiani alla periferia.

Mi ascoltava, da buon diplomatico, e mi ricordava la tradizione. Gli ho offerto il libro della Comunione Betania: Omosessuali e transessuali, Cercatori di Dio.

Marie-Automne THEPOT - ricevuta il 18 settembre 2020

Perché privarci delle donne quando abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i credenti per pensare e realizzare una Chiesa ambiziosa e impegnata, che risponda alle sfide del secolo? Ho potuto presentare al nunzio la mia richiesta di una condivisione delle responsabilità tra donne e uomini, chierici e laici, e il mio invito ad essere audaci per progredire concretamente sull’argomento.

Lo scambio che avevo sperato sulle possibili soluzioni non ha avuto luogo.

Sylvaine LANDRIVON - ricevuta il 22 settembre 2020

In uno scambio caldo e aperto, abbiamo discusso temi difficili: il desiderio teorico di declericalizzazione che si confronta con una reazione autoritaria in molte diocesi; l'apertura alle donne, ma solo alle cariche amministrative senza alcun legame con la trasmissione della Parola.

E una domanda è rimasta senza risposta: cosa fare oggi quando si è laici e si è chiamati a "servire con i nostri beni" spirituali, intellettuali... una Chiesa che amiamo in un solido impulso di fede?

Laurence de BOURBON-PARME - ricevuta il 25 settembre 2020

La sua accoglienza e il suo ascolto sono stati molto calorosi. È stato un momento intenso per me.

Ho condiviso con lui le mie esperienze spirituali. Il suo ascolto è stato profondo e mi ha risposto a livello personale. Attraverso le mie parole, ha sentito alcune delle esigenze delle donne.

Claire CONAN-VRINAT - ricevuta il 28 settembre 2020

Un ascolto benevolo e reciproco, a volte ridendo, sempre attento. Abbiamo discusso, con reciproca apertura, sull’accesso delle donne all’ordinazione. Ho potuto spiegare con determinazione la mia convinzione che Gesù non ha scelto di fondare un clero, tanto meno un clero di uomini, e che l'apertura del diaconato e del sacerdozio alle donne parteciperà alla lotta contro il clericalismo voluta da papa Francesco. Nell'attuale contesto francese, ho chiesto che la Chiesa esca da una riflessione infinita con sè stessa, come due specchi rivolti l'uno verso l'altro. Ci siamo trovati d'accordo sul bisogno di speranza e di fiducia... e ho aggiunto: "Abbiamo bisogno anche di azione!»

Hélène PICHON - ricevuta il 1° ottobre 2020

Ho avuto il piacere di discutere della presenza di donne in posizioni di leadership nella Chiesa con un nunzio che da Ginevra a New York, dal Consiglio d'Europa all'Onu, è stato accompagnato da decine di donne brillanti e altamente competenti. A questo proposito, Papa Francesco, convinto dell'eccellenza delle donne e della loro perfetta capacità di esercitare posizioni di leadership nella Chiesa, ha nominato donne alla guida della Banca Vaticana e diverse donne a posizioni di Segretari di Stato vaticano.

Ho sollevato con lui la questione dell'uguaglianza di genere nella leadership della Chiesa cattolica romana e l'ho invitato a sviluppare con noi la visione di una Chiesa egualitaria veramente ispirata al messaggio di Cristo con piena parità, ricordandogli che, in effetti, in vista dell'agenda del 2030 e dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile, non avevamo un secondo da perdere!

Christina MOREIRA - ricevuta il 2 ottobre 2020

Dopo anni durante i quali i papi uno dopo l’altro hanno invariabilmente ripetuto che "la porta era chiusa", una porta si è aperta. Un sacerdote premuroso ed empatico mi ha accolto, mi ha ascoltato e mi ha fatta sentire compresa. Ero dentro una "casa", riconosciuta e nutrita con la connessione. È stato un incontro di speranza, la prova che tutto è possibile.

Per ulteriori informazioni, potete consultare il sito: www.toutesapotres.fr/