Vai al contenuto

di Maria Teresa Milano

(conferenza tenuta nell'ambito del progetto "L'Anello Perduto" il – 13 novembre 2021)

Vorrei anzitutto chiarire la differenza tra lamentarsi (in cui c’è anche la lamentela) e lamento.

Tutti ci lamentiamo – del lavoro, della vita frenetica, del vicino di casa, del marito/moglie, dei figli, del covid… - ma questo non ha nulla a che vedere con il lamento. Anche io ogni volta che emetto una fattura mi lamento del fatto che il 43% dei miei introiti va allo Stato e che sono proprio stufa della partita IVA, ma questa è una lamentela e non dice nulla di davvero intimo di me, tant’è che lo posso fare seduta al bar o in questo incontro con voi anche se non ci conosciamo. Lamentarsi è una delle componenti della nostra comunicazione verbale con gli altri e certo ha gradi diversi di intimità a seconda dell’interlocutore, ma per quanto ci apriamo, il nostro non sarà mai un lamento, quello vero, che nasce e si sviluppa dentro di noi e che origina un vero e proprio percorso interiore.

Il lamento di cui desidero parlare è quel “sospiro” che nasce dalle nostre viscere e che solo in certi momenti della vita ci permettiamo di cogliere e di esprimere, perché riesce a erompere solo quando prendiamo atto di una nostra situazione divenuta insopportabile.

Veniamo al mondo con un lamento (il bambino uscito dal calore protettivo della pancia della mamma saluta il mondo con un grido, un pianto) e lasciamo il mondo con un sospiro o talvolta con un gemito (toccante l’immagine di Gesù sulla croce, in tutta la sua umanità). 

I nostri anni sono segnati da mille espressioni che dicono le nostre emozioni e il nostro modo di guardare alla vita, ma sono pochi i momenti che dedichiamo al lamento, forse anche perché quel lamento giunge solo in situazioni davvero critiche e nasce solo quando riusciamo a riconoscerle come tali. Azzardo a dire che il lamento è il nostro riconoscimento che qualcosa non va sul serio e dunque diventa “espressione” fisica che esprime la nostra assunzione di responsabilità nei confronti della nostra vita. Finché riconosciamo che qualcosa non va, ma continuiamo a tirare dritti per la nostra strada, cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci limitiamo a lamentarci ma quando decidiamo di cambiare quel qualcosa che non va e riconosciamo/diamo importanza alla nostra sofferenza, allora riusciamo a far nascere il lamento.

Secondo Westermann il lamento è il linguaggio della sofferenza, secondo Ackermann è lo strumento che serve a esprimere le emozioni che scaturiscono dal dolore, tanto intense che non si trovano le parole.

Secondo Rav Jonathan Sacks “il lamento è la scintilla da cui parte il processo di guarigione da una ferita ed è importante fare attenzione che il lamento non diventi un luogo di chiusura, in cui continuiamo a rivoltarci. Deve essere ascoltato e compreso, ma bisogna uscirne per poter guarire”.

Il lamento, come ho detto, non nasce perché corriamo troppo o ci è capitato un intoppo o non possiamo fare quel che vorremmo, ma da particolari condizioni dell’esistenza – spesso di fronte a qualcosa che ci ferisce nel profondo e su cui non possiamo agire.

Una situazione classica è quando percorriamo una via diversa da quella che in fondo sappiamo essere più autentica ma che non abbiamo il coraggio di intraprendere per paura, legami e vincoli, condizioni sociali o famigliari… Ci raccontiamo un sacco di storie per tenere in piedi il nostro castello, ma c’è quella vocina dentro che ogni tanto si fa sentire per riportarci a un “noi” che ci fa paura affrontare e che spesso tentiamo di rimuovere con tutte le nostre forze. Ce la contiamo per un po’, a volte per anni, ma se prevale in noi l’onestà, alla fine riconosciamo il conflitto interiore e decidiamo che per vivere dobbiamo risolverlo. Lamentarsi può portare alla rimozione (quindi non alla soluzione), elevare un lamento può generare un processo catartico. 

La Bibbia è il libro dell’uomo e contiene tutte le possibili sfumature dell’esistenza umana, dunque riporta in varie forme il lamento (e anche il comune lamentarsi ovviamente). Voi avete scelto i salmi e a ragione, perché su 150 sono ben 73 quelli che contengono l’elemento essenziale del lamento – supplica orante a Dio per chiedere aiuto. Di sicuro il lavoro redazionale che ha portato alla formazione del canone ha cercato di trovare un equilibrio tra lamento e lode.

Teniamo conto del fatto che nel testo biblico (e credo in altre culture/narrazioni) il lamento assume anche connotazioni politiche, sociali e religiose e tirare in ballo Dio può al tempo stesso accusare o celebrare, essere spirituale o sovversivo.

Secondo Brueggemann il lamento è rischioso perché le lacrime divengono idee. In alcuni momenti è pericoloso e provocatorio perché sfida le strutture di potere, richiede giustizia, spinge ai limiti i confini delle nostre relazioni tra di noi e tra noi e Dio. Ricorda a Dio che deve intervenire.

Tra i tanti salmi che contengono lamento, ne ho scelto uno in particolare, il più estremo, perché ci sono momenti della vita in cui noi siamo proprio in quella condizione.

Come ho detto, la Bibbia ci racconta ogni minima sfumatura di noi e quindi anche questo particolare stato di disperazione totale descritta nel Salmo 88, che è stato definito il più pericoloso e irrisolto e forse il più senza speranza di tutti i lamenti. È l’unico a non esprimere né un ringraziamento né un voto né una lode. È rabbia e protesta ed è lamento allo stato puro, non diretto a un nemico o a una condizione qualsiasi di disagio o malattia, ma a Dio stesso.

SALMO 88

Questo salmo è l’espressione più viva di come ci sentiamo noi in certi momenti della vita ed è interessante che nella disperazione si arrivi ad attribuire a Dio cose che non dipendono affatto da Lui. Sorrido sempre quando leggo “Hai allontanato da me i miei amici, m'hai reso abominevole per loro… Hai allontanato da me amici e conoscenti; le tenebre sono la mia compagnia” perché mi viene da dire “Ma guarda che sicuramente hai fatto tutto da solo”.

Ci sono momenti in cui siamo talmente insopportabili nel nostro crogiolarci che riusciamo ad allontanare anche chi ci ama di più. Siamo noi ad allontanare le persone da noi, non lo fa Dio.

In questo climax il salmista arriva a dire “Perché, SIGNORE, respingi l'anima mia? Perché mi nascondi il tuo volto?”. In realtà Dio non respinge nessuno e non nasconde mai il Suo volto. Forse noi fatichiamo a vederlo, ma ancora una volta il problema è nostro.

La Bibbia ci dice che Dio ci ascolta sempre, ma ci sono momenti in cui tace.

Il libro di Giobbe è stato scritto per molte ragioni (è interessante e complesso e non ne parliamo qui) e tra queste credo ci sia anche l’esperienza del silenzio di Dio.

Non credo che Dio stia in silenzio per “punirci” o per farci soffrire, ma che lo faccia quando non siamo ancora pronti a sentire quel che ha da dirci. Oppure ci parla, ma noi non vogliamo sentire, perché quel che dice ci può fare male, perché va contro a quel che abbiamo deciso. 

In fondo questo può succedere anche nella vita concreta. Se abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno che ci ama profondamente e senza “secondi fini”, sappiamo cosa significa sentirsi dire cose che sono lame piantate nel cuore. E sappiamo cosa vuol dire non voler sentire, urlare contro chi ci dice quelle cose, perché solo chi ci ama veramente può dirci le cose più terribili su di noi e accettare di ricevere in cambio urla, arrabbiature, silenzi pesanti, dolore. Solo dall’amore profondo escono le parole più dure e solo chi ama si prende il rischio di pronunciarle. E noi ci prendiamo il rischio di rifiutare le parole e la persona, perché sappiamo che resterà comunque lì per noi.

Lo stesso succede con Dio e il Salmo 88 dice che Dio ci ama così profondamente da sbatterci in faccia le nostre incapacità a un certo punto della vita; noi non ascoltiamo, urliamo, strepitiamo, ma poi riusciamo a far salire il lamento profondo ed esistenziale.

Questo salmo 88 ci presenta però anche un’altra condizione umana: l’autocommiserazione.

Il fatto è che abbiamo bisogno di lamento, di pianto, dobbiamo esprimere rabbia e sofferenza, ma quando tocchiamo l’abisso, prima di scivolare nell’autocommiserazione, bisogna riprendersi. Si tocca l’abisso per risalire, non per sguazzare.

E come si impara a risalire?

Non ho certo la verità, ma cerco tra quelle pagine la forza per provarci e trovo diverse parole importanti, tra cui quella che voi avete scelto: FIDUCIA.

In ebraico vi sono diversi termini per indicare la fiducia e io ve ne segnalo uno in particolare: ‘Emun, che è legato a ‘emunah-fede e a quella affermazione che sta al fondo di molte preghiere: ‘amen.

È curioso che ‘emun sia legato anche a ‘omna che significa trave, come a dire che la fiducia è davvero l’elemento portante di un rapporto, che sia tra uomini o con Dio. Ed è anche l’elemento che se si incrina o si spezza fa cadere in un attimo tutto il palazzo. Quando viene meno la fiducia tutto si sgretola, non c’è più alcuna possibilità, ma la sfida è proprio questa: continuare a fidarsi, perché è questo che fa Dio nei tanti racconti biblici, dal diluvio in poi; anche di fronte alle cose più terribili, passata la tempesta, torna a dare una chance.

Ed è questo il nostro motore, perché chi perde la capacità di dare fiducia diventa sterile, quello che io chiamo “anestetizzato emotivo”. 

Se io ho dato fiducia a qualcuno e lui/lei l’ha tradita, semplicemente ha sciupato il dono prezioso che gli/le ho donato, ma a me quella capacità di donare resta. È vero che io sento una delusione profonda, ma a perderci è l’altro/l’altra. Io continuerò a scommetterci.

La fiducia è ricorrente nei salmi, come in tutto il testo biblico e riguarda sì la relazione con gli altri, ma emerge anche forte l’importanza di avere fiducia in Dio (senza scivolare nel fatalismo).

SALMO 23 – il pastore che si prende cura e ci ristora, ci dà un posto in cui “albergare”.

SALMO 90 – immagini delle ali che offrono rifugio, conforto e le ali di Dio sono come le braccia di chi ci ama – nessun essere umano può vivere senza carezze, abbracci, senza il calore e il profumo della pelle dell’altro/altra, da quando siamo neonati fino agli ultimi giorni della vita.

Chiudiamo con il SALMO 4, uno dei miei preferiti, purtroppo tradotto male nella versione italiana. È un salmo difficile dal punto di vista linguistico, ci sono moltissimi commenti di diversi Maestri lungo i secoli e non entriamo in questo, ma lo leggiamo nella mia traduzione.

C’è il tema della notte, quel tempo in cui nella Bibbia accadono i più grandi eventi (passaggio del Mar Rosso, profezie, sogni importanti, ecc…), un tempo in cui ci si trova spesso soli con se stessi, nel silenzio e dunque è un tempo che può fare anche molta paura. La notte amplifica i dubbi e le domande e questo salmo dice di stare in silenzio e parlare al proprio cuore. Non di parlare a chi ci sta intorno, ma a quella parte di noi così profonda che troppe volte non vogliamo ascoltare.

A mio avviso, il salmo 4 ci presenta in modo molto chiaro cosa significhi avere fiducia in se stessi.

C’è la fiducia che diamo agli altri e che può essere tradita, c’è quella che diamo a Dio e che non viene tradita anche se a volte abbiamo quell’impressione e infine c’è la fiducia che diamo o che non diamo a noi stessi, perché la paura ci frena e ci mancano le forze (in effetti il salmo 88 che abbiamo visto sopra lo dice: sono come un uomo ormai privo di forza).

È la fiducia in noi a fare la differenza, è il motore che ci spinge a trasformare il lamento in azione costruttiva. È quella “trave” che ci può sostenere e permetterci scelte importanti e autentiche.

Voi avete fatto una scelta importante, avete chiuso un matrimonio dopo anni di speranze, sogni, desideri, tante cose realizzate ma anche dolori e avete senz’altro ingaggiato battaglie per tenere in piedi quel legame, come se fosse quello a sostenervi, come se la promessa valesse sopra ogni cosa, ma non è così. (su promesse e “per sempre” vi consiglio la lettura di un saggio molto bello di Maria Cristina Bartolomei che si intitola “Fissità e perennità”).

È difficile, spesso non vogliamo sentire o forse non vogliamo vedere; abbiamo tutte le informazioni, il cuore ci dice chiaramente qualcosa ma comunque non diamo inizio al lamento e al percorso di guarigione. La vita, però, è imprevedibile e Dio ha un gran senso dell’umorismo, dunque se siamo fortunati, continuerà a metterci di fronte un segno dopo l’altro finché non succederà qualcosa, magari del tutto insignificante, che finalmente ci farà smuovere. 

A me è successo proprio così e ho preso una decisione importante della vita quando ho deciso che l’eventuale delusione degli altri era molto meno importante della delusione che negli anni avrei provato per me stessa.

Non è stato semplice e ho dovuto fare un grande atto di fiducia in me e un grande atto di fiducia negli altri. La fiducia in Dio non era neppure in discussione. Sono una biblista, so per certo che Dio ci ama e ci vuole felici e che aborre il sacrificio di ogni tipo.

Lamento e fiducia richiedono coraggio e un pizzico di umiltà che fa dire “Ok, ora si cambia rotta”.

Conosco persone splendide che hanno ribaltato la loro vita per dare corpo ai desideri, ai talenti personali e per guardare avanti in altro modo: amici che si sono separati, preti che hanno lasciato il ministero e suore che hanno lasciato la vita religiosa per ricominciare da capo, altri che hanno cambiato nazione o hanno rinunciato a quello che a 25 anni era il “progetto di lavoro e di vita” e a 50 non lo era più. 

La vita cambia, noi cambiamo e credo davvero che ciascuno di noi abbia il diritto di elevare il proprio lamento, quello delle viscere, per nutrirlo e “parlare al proprio cuore nella notte”, senza pressioni e senza ricatti più o meno espliciti, per emanciparsi ed essere onesto con se stesso.

Voglio chiudere con un episodio di Genesi. Quando Giacobbe regala la tunica al figlio Giuseppe perché è il suo preferito, secondo alcuni commenti dei Maestri in realtà lo ingabbia, perché quella tunica lo mette su un binario (ketonet passim può voler dire anche “tunica a righe”). Giuseppe in effetti verrà venduto, resterà in prigione e solo quella sua capacità di sognare, riconosciuta da estranei e non dai suoi, lo farà vivere. Ma per vivere e brillare, Giuseppe deve perdere la tunica e, con tanta fiducia in sé (ma anche con la fiducia del Faraone nei suoi confronti), forgiare una nuova identità. 

Bisogna prendere tra le mani quella “trave” che è la fiducia in noi, in Dio e in chi ci ama e avere l’umiltà e il coraggio di cambiare direzione nella propria vita. Mi permetto qui di rimandare al concetto di vita a ZigZag che ho elaborato insieme al filosofo Luca Margaria nel nostro ultimo libro “Abitare le Parole. Suggestioni semiserie sulla vita dalla A alla Z”.

Lamento e fiducia ci aiutano a uscire dal binario e ci fanno vivere lo zigzag della vita in tutta la sua meravigliosa complessità.

di Maria Teresa Milano

Il polverone mediatico sollevato dalle recenti parole dello storico Alessandro Barbero mi ha fatta molto riflettere su cosa significhi “fare il proprio mestiere” e su come si possa dare un contributo utile ai dibattiti che animano la società. Mi si chiede spesso di intervenire sulla cosiddetta “questione donna” e ogni volta mi torna in mente la dichiarazione di Regina Jonas, la prima rabbina della storia: “Mi auguro verrà un giorno per tutti noi, in cui non ci saranno più questioni sul tema “donna”, perché finché ci saranno questioni, qualcosa non funziona”. Era il 1938.

Siamo nel 2021 e la discussione è quanto mai attuale, nella società civile come nella Chiesa e credo che chiunque si interessi per lavoro o per studio al tema possa mettere il proprio pezzetto di competenza insieme ai pezzetti di tanti altri, per provare a delineare quadri comuni. Credo sia questo il significato di “fare il proprio mestiere”.

Sono ebraista e intrattengo un rapporto molto stretto ormai da 25 anni con la Bibbia, a mio vedere una straordinaria enciclopedia dell’umanità, capace di suscitare domande importanti sulla vita ancora oggi, a secoli di distanza dalla sua redazione. Per ragionare sul ruolo della donna nella società e nella Chiesa, forse sarebbe utile ripartire proprio dalla lettura del testo, eliminando le sovrastrutture e quella patina moralistica che produce solo un forte senso di inadeguatezza, oltre a inculcare idee fuorvianti e infine dannose.

Il testo biblico è molto chiaro: uomo e donna sono creati diversi (maschio e femmina), ma anche uguali per dignità e sono indispensabili l’uno all’altra, tant’è che Dio ordina all’uomo di lasciare la propria casa e di “incollarsi” alla donna (così in ebraico) per divenire una carne sola. Uomo e donna sono creati in relazione stretta, questa è la prima grande dichiarazione di quel testo che per molti ha un valore sacro ed è “Parola di Dio”. 

Ma quel breve passaggio di Genesi è solo l’inizio di una lunga narrazione che si svolge sempre all’insegna della dualità. Come ha ben evidenziato la filosofa francese Éliane Amado Levy, la Bibbia è una storia di coppie e mai di singoli e basti citare qui alcuni esempi eclatanti: il generale Barak rifiuta di scendere in battaglia se al suo fianco non c’è la giudice Deborah, Mosè conduce il popolo fuori dall’Egitto con la guida di Miriam, Salomone sale sul trono grazie alla madre Betsabea e moltissimi altri sono gli episodi significativi.

Citare le donne e collocarle accanto all’uomo con uguale importanza, non significa fare una “lettura al femminile” della Bibbia come molti sostengono, ma semplicemente leggere quel che c’è scritto per intero e non al 50%. 

La Bibbia non parla mai di uomini che procedono soli e mai una sola volta accenna a una superiorità maschile e/o a una condizione di sottomissione femminile. Quel testo, che per molti di noi è oggetto di ricerca negli ambiti più svariati e per moltissimi funge da punto di riferimento per la vita e anche per la fede, propone l’idea di una storia che si realizza nel “camminare a fianco” di uomo e donna, ciascuno con le proprie peculiarità. 

Mi fa sorridere che alcuni colleghi sentendomi dire queste cose mi accusino di essere femminista, un po’ perché a quanto ne so non è un insulto né una colpa, un po’ perché molte donne mi accusano esattamente del contrario.

La verità è che non ho bisogno di etichette e il mio unico interesse come studiosa e come donna è ritrovare in quel testo elementi utili a intessere un discorso proficuo e costruttivo a più voci, in cui non ci sono parti che rivendicano nulla per sé, ma che si riconoscono nella reciprocità. Ed è questo, credo, il concetto fondamentale che corre come un filo nel testo biblico, perché è molto chiaro che senza reciprocità non si fa la storia. E senza reciprocità non si è adulti.

Questo credo sia lo spunto fondamentale da cui ripartire per rivedere i rapporti tra uomini e donne, innanzitutto dal punto di vista umano e antropologico, perché diversamente mi pare molto difficile poter imbastire qualsiasi discorso su ruoli e istituzione.

Relazionarsi con rispetto e nella reciprocità significa innanzitutto non decidere tra uomini cosa è meglio per le donne, ma chiedere loro cosa pensano, cosa desiderano e quali sono i talenti che possono mettere in campo. Relazionarsi con rispetto e nella reciprocità significa parlarsi guardandosi negli occhi, con la volontà reale di ascoltarsi e di venirsi incontro, per quanto difficile possa sembrare all’inizio. Siamo persone e non oggetti, abbiamo un cervello e una facoltà di parola, non siamo una questione da studiare e da gestire nel modo meno traumatico possibile. 

Ci sono ancora troppi uomini che si esprimono sulle donne e sul rapporto con le donne senza averne alcuna esperienza concreta, per non parlare di quelli che con sguardo compiacente dicono “Eh, voi donne avete una marcia in più”. Classico esempio di razzismo al contrario, alla pari con “I neri hanno la musica nel sangue”, tanto per tirare in ballo la biologia che affascina il professor Barbero. 

Questi atteggiamenti mentali, che ovviamente poi creano azioni concrete e generano stili di vita, fanno male a tutti, ma soprattutto a quegli uomini, che così facendo e pensando, si privano della ricchezza di un incontro all’insegna della libertà e non godono della bellezza di guardarsi con occhi puliti, senza farsi soffocare dalle gabbie che, ci tengo a ribadire, non hanno nulla a che vedere con la Bibbia, testo letterario o “Parola di Dio” che dir si voglia.

N. 4 (luglio – settembre 2021)

Continuiamo il cammino nonostante le difficoltà che incontriamo lungo il percorso. Non possiamo tacere la delusione per il rifiuto della CEI alla richiesta di diverse associazioni cattoliche, compresa la nostra, di includere nel Sinodo tematiche tra le quali, la parità di genere e la violenza nella Chiesa (Vds Report n.3). Il Sinodo italiano avverrà nell’ambito delle parrocchie e delle diocesi, mediante la costituzione di gruppi sinodali. Questi ultimi, dovranno intercettare e coinvolgere le persone nel cammino sinodale. Il “Sinodo della sinodalità” e dell’inclusione di tutti, voluto dal Papacomprende anche coloro che si sono allontanati dalla chiesaNoi, di “Donne per la Chiesa” parleremo della partecipazione al Sinodo in occasione dell’Assemblea annuale dell’Associazione prevista per il 9 ottobre prossimo.

La pubblicazione del documento preparatorio al Sinodo, la cui prima fase, dedicata proprio all’ascolto, si aprirà il 10 ottobre prossimo è stata annunciata da un evento on line, a cui hanno partecipato due donne, di cui solo una con diritto di voto. Su quest’ultimo aspetto, si evidenzia che la richiesta delle donne cattoliche tedesche, di dare a tutte le osservatrici il diritto di voto, non è stata accolta. Ciò, avrebbe consentito alle donne, in quanto parte integrante del popolo di Dio, di incidere concretamente sul presente e sul futuro della Chiesa, ponendo le basi per una riforma radicale, divenuta, ormai, non più rinviabileIl cambiamento nella Chiesa non potrà avvenire senza l’avvio di un processo di declericalizzazione, su un piano orizzontale e di ascolto dal basso. In assenza di ciò, le/i credenti che si sono allontanati dalla Chiesa, proprio a causa del clericalismo, non hanno, motivo di rientrarvi. Mai come ora c’è bisogno di “cogliere i segni dei tempi” che indicano la fine della Chiesa immobile, clericale e misogina per fare sì che le belle parole e le buone intenzioni contenute nei documenti sinodali divengano presto realtà. 

Fuori dall’Italia, seppure le condizioni siano più favorevoli, come in Germania, il cammino sinodale tedescoincontra ostacoli nel trovare una piattaforma condivisa di base nell’affrontare la problematica del Governo della Chiesa, mentre viene altresì sollecitata con urgenza la riforma.

In Inghilterra, a Bristol si è svolto nel mese di settembre, un “Sinodo delle donne”, laico ed inclusivo promosso dal gruppo “Root and Branch, in cui sono state affrontate, tra l’altro, tematiche quali, la violenza nella Chiesa e la parità di genere. 

Pierangela Lacomba - Responsabile del progetto

(per sottoporre iniziative, eventi, registrazioni e altro materiale si può scrivere a: p.angela_2020@libero.it)

DONNE PER LA CHIESA

Eventi (incontri ed iniziative):

Episodi Pod Cast “Cristiane a chi? Per un cristianesimo femminista e queer” 

Ep 2: Paola Lazzarini: “Le Donne nella e per la Chiesa” (5 agosto 2021)

L’intervista a Paola Lazzarini, Presidente di “Donne per la Chiesa”, evidenzia, tra l’altro, la sua intuizione nell’aver intercettato il punto di forza delle donne comuni che frequentano le parrocchie e le Chiese, o che se ne sono allontanate e che sono accomunate dalla consapevolezza del mancato rispetto della parità di genere nella Chiesa che ha creato loro profonda insofferenza e disagio. Si tratta di un femminismo cattolico di base, che trae ulteriore forza e sostegno dal suo inserimento in una rete internazionale di donne cattoliche, il “Catholic Women Council”,  che peraltro, “Donne per la Chiesa” ha contribuito a creare, per camminare insieme verso il cambiamento.

Prosegue l’impegno di Donne per la Chiesa in materia di abusi sulle religiose.

Al riguardo si segnala il secondo incontro dal titolo “Il grande silenzio. Due voci di denuncia e di disobbedienza”.Organizzato da: 

“Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne – OIVD”, “Donne per la Chiesa”,  “Voices of Faith”.

L’esperienza di due ex suore, una tedesca e l’altra italiana (la nostra Presidente, Paola Lazzarini), le quali, con grande coraggio hanno raccontato le rispettive esperienze di abuso fisico e/o psicologico subite nell’ambito di istituzioni ecclesiastiche femminili, e ciò che l’abbandono di queste ultime ha comportato, come processo di liberazione, da un lato, e di crescita personale dall’altro.

https://www.facebook.com/Donne-per-la-Chiesa-1687332491552823/videos/155697656719166

Gruppi Locali:

“Donne per la Chiesa” – Gruppo di Milano -  22 luglio 2021

Dedicato a Santa Maria Maddalena un incontro di letture e meditazioni 

https://fb.watch/7O7zrFr-Zb/

Interessante post sul sito di Donne per la Chiesa (23 agosto) che evidenzia come nuovi studi condotti dalla ricercatriceElizabeth Schrader sul ruolo di Maria Maddalena evidenzino che è stato deliberatamente sminuito dagli scribi biblici per minimizzare la sua importanza.

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=3008781022741290&id=1687332491552823

Assemblea annuale “Donne per la Chiesa” 9/10/2021.

L’Assemblea convocata per il 9 ottobre prossimo si occuperà anche della nostra partecipazione al Sinodo con la richiesta di proposte a tutte/i partecipanti. Nel frattempo seguiamo l’evoluzione delle fasi preparatorie dell’evento in Italia e degli eventi correlati all’estero:

Sinodo Italiano 

Presentazione documento preparatorio al Sinodo

suor Nathalie Becquart

Erano presenti due donne, rispettivamente: Suor Nathalie Becquart, (la prima e unica donna con diritto di voto al Sinodo), Sottosegretaria della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi e la Prof.ssa Myriam Wijlens, Docente ordinario di Diritto Canonico presso l’Università di Erfurt (Germania) e Consultore della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi.

https://www.youtube.com/watch?v=I--f4PxbmVg&t=253s (video)

Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione (Documento)

https://www.vaticannews.va/it/vaticano/news/2021-09/testo-letto-in-italiano.html

da un post di “Donne per la Chiesa”

(RNS Religion News Service:“Il Papa vuole disgregare la gerarchia ecclesiastica ma per le donne potrebbe non essere abbastanza”)

…”Becquart, che potrebbe essere l'unica donna con diritto di voto al sinodo dei vescovi, ha detto che crede che le donne si sentiranno parte del processo decisionale della chiesa sinodale attraverso la sinodalità.

Ma essere parte della discussione potrebbe non essere sufficiente per una nuova generazione di donne che desiderano avere la parità con gli uomini nella Chiesa cattolica. Senza alcuna promessa di costringere il clero maschile a prendere in considerazione i sentimenti dei fedeli, specialmente delle donne, la sinodalità rischia di essere niente più che una conversazione ben intenzionata che può essere altrettanto facilmente liquidata.

"Il discorso finirà mai?" ha detto Phyllis Zagano, una studiosa cattolica statunitense che sostiene la promozione delle donne nella Chiesa, durante un webinar del 10 settembre su sinodalità e donne. L'efficacia della sinodalità "dipenderà dal singolo vescovo", ha aggiunto, indicando le risposte disparate al processo sinodale in diverse diocesi, soprattutto negli Stati Uniti.

"Mentre la cultura occidentale accetta sempre più le donne in posizioni di autorità, la Chiesa non sembra farlo", ha detto Zagano. Il clericalismo, la convinzione del clero e dei fedeli che coloro che sono ordinati hanno più autorità, è "pronto a far deragliare l'intero processo se la voce del popolo non viene ascoltata attraverso i canali ufficiali".

Naturalmente, canali non ufficiali per far sentire la voce delle donne sono sempre esistiti nella Chiesa, attraverso movimenti e organizzazioni religiose e laiche, ha aggiunto.

È "parte del DNA della gente" oggi aspettarsi che le donne facciano parte delle decisioni, ha detto Ethna Regan, docente di teologia e filosofia alla Dublin City University, in un'intervista con RNS.

Secondo la teologa, il sinodo sulla sinodalità è un'opportunità per la chiesa "di fare davvero qualcosa di nuovo in termini di consultazione, e se non colgono questo momento, non hanno fede nello Spirito Santo!"

"O credi che lo Spirito Santo sia operativo attraverso il popolo di Dio e che possiamo imparare gli uni dagli altri, o non lo credi. È così semplice", ha detto.

Il cammino sinodale italiano:

Avvenire (30 agosto 2021)

Da quest'anno al 2022 protagoniste diocesi, parrocchie e movimenti. In ogni diocesi nasceranno i «gruppi sinodali» aperti anche ai lontani. Durante il Giubileo la grande assemblea nazionale

https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/cammino-sinodale-italiano-il-calendario-e-le-tappe?fbclid=IwAR0xLupeNZW05Ty2fqYHQZN8V2rWnKrw1Cx6w8tOXlF3AJF4VNa6Tx9xyh

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI FEDELI DELLA DIOCESI DI ROMA

Aula Paolo VI
Sabato, 18 settembre 2021

…“Il percorso sinodale incentrato sul tema: “Per un Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione»: tre pilastri….la fase diocesana è molto importante, perché realizza l’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo”…

https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2021/september/documents/20210918-fedeli-diocesiroma.html

Serena Noceti: La Sinodalità dimensione della Chiesa

http://www.centroorientamentopastorale.it/organismo/2021/09/07/noceti-perche-sia-sinodale-dinamiche-di-comunicazione-pluridirezionali-in-forma-asimmetrica/?fbclid=IwAR2Vp6DEZWwsjTVwArZhzZjiinvWkIziBGCGv-MsiP9fqhUex8p3ujp0Ws0

Valentina Sancini e Chiara Zambo: DAL BASSO, INSIEME

10 passi per una Chiesa sinodale

https://www.facebook.com/photo/?fbid=962589344303121&set=a.118275188734545

Il Sinodo all’estero: reazioni, difficoltà e novità.

Germania

Le donne tedesche sul piede di guerra, al Papa chiedono il diritto di voto al Sinodo

Le donne tedesche della Federazione Femminile cattolica “KDFB” la seconda associazione cattolica in Germania (180.000 socie) hanno chiesto (6 settembre) al Papa il diritto di voto al Sinodo per tutte le donne osservatrici.

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/germania_vaticano_papa_francesco_donne_voto_sinodo_diritto_sacerdozio_riforme-6179364.html

La risposta del Card Grech: Invochiamo lo Spirito Santo

La risposta del Card Grech, Segretario Generale del Sinodo è stata evasiva ed insoddisfacente, sia nel minimizzare l’importanza del voto, questione peraltro sollevata dalle donne anche in occasione dei due precedenti Sinodi, dei giovani e sull’Amazzonia, sia nel sottolineare che nel Sinodo non c’è democrazia e nell’evocare, come soluzione, l’intervento dello Spirito Santo. 

https://www.ilmessaggero.it/vaticano/vaticano_donne_papa_francesco_sinodo_corruzione_voto_mind_the_gap-6181135.html?fbclid=IwAR2g_MVpsNSQvFfOEUgW3Yq34OtYe_BiSynGhtGPCTUT3uc-ABijbXf4L9E

 

Il Sinodo tedesco è spaccato sulla questione del governo della Chiesa

"Sul fatto che nella Chiesa qualcosa (molto) debba cambiare perché l’abuso di potere non abbia spazio, sono d’accordo tutti. Più difficile diventa la questione quando si deve passare al “quanto” o al “cosa” cambiare. Lo dimostra l’esito del dibattito all’interno del Forum del Cammino sinodale tedesco dedicato a “potere e separazione dei poteri”, uno dei quattro gruppi tematici impegnati a elaborare un testo che serva da piattaforma condivisa per la richiesta di una riforma. Oltre al “testo base”, infatti ("Potere e separazione dei poteri nella Chiesa. Partecipazione congiunta e partecipazione alla missione"), ne circola uno alternativo (“Responsabilità e potere”) redatto da quattro membri del Forum che accusano il primo di essere basato su ipotesi teologiche inconciliabili con la Chiesa universale”.(Adista)

Da un post di “Donne per la Chiesa”:

 (National Catholic Reporter:“L'assemblea plenaria dei vescovi tedeschi è iniziata con appelli urgenti per la riforma della chiesa”)

L'assemblea plenaria dei vescovi tedeschi è iniziata con appelli urgenti per la riforma della chiesa e un richiamo a prestare attenzione agli ammonimenti di papa Francesco.

 Il vescovo Georg Bätzing, presidente della conferenza, ha invitato tutti i vescovi ad abbracciare un cambiamento radicale, ha riferito l'agenzia di stampa cattolica tedesca KNA. Ha detto che sono necessari presto cambiamenti visibili nel progetto di riforma della chiesa tedesca del Cammino sinodale, che potrebbe essere un "apriporta" per il processo sinodale mondiale lanciato dal papa.

Nel frattempo, l'arcivescovo Nikola Eterovic, ambasciatore del papa in Germania, ha ripetutamente esortato i vescovi a preservare l'unità della Chiesa ea seguire le direttive del papa.

All'inizio dell'assemblea del 20-23 settembre, i gruppi di riforma cattolici e le associazioni femminili hanno tenuto manifestazioni per chiedere riforme rapide e fondamentali, avvertendo che solo così la Chiesa può ristabilire la propria credibilità.

Bätzing ha invitato i suoi colleghi vescovi a concordare che sono necessari cambiamenti radicali nel modo in cui lavorano e nella loro comprensione del loro ministero. Nel suo sermone al servizio di apertura, il vescovo del Limburgo ha criticato il modo in cui alcuni vescovi hanno agito in preparazione dell’assemblea sinodale del 30 settembre-2 ottobre, parte del Cammino sinodale, un tentativo di rivitalizzare la chiesa e ripristinare la fiducia a seguito di un rapporto commissionato dalla chiesa del settembre 2018 che ha dettagliato migliaia di casi di abusi sessuali da parte del clero cattolico in sei decenni.

 
https://www.ncronline.org/news/world/german-bishops-plenary-assembly-begins-appeals-church-reform?fbclid=IwAR2MNzWynBtduRFYE1fiQm0J0-ZUnyZCMm8I3EIdfokJVRy2Snq9XvDZ5pM

Inghilterra

Adista:“Bristol, le donne cattoliche al centro di un sinodo tutto laico”

https://www.adista.it/articolo/66566

LE ALTRE RISORSE

Teologia Femminista 

Coordinamento Teologhe Italiane (CTI):

SECONDO CORSO DI TEOLOGIA DELLE DONNE– Iscrizioni dal 1° settembre 2021 inizio del corso: 30 settembre 2021

PIME: Seminario teologico internazionale – Studio teologico su Maria Maddalena

https://www.facebook.com/photo/?fbid=4372640699481095&set=gm.4299342836838135

Chiesa e sessualità

Le associazioni giovanili tedesche chiedono un cambiamento del magistero cattolico sulla sessualità

Predicazione

Suore San Giuseppe di Chambery (CSJ)

 “INCONTRIAMOCI CON LA PAROLA”, IL COMMENTO AL VANGELO DELLA DOMENICA (CSJ). L’appuntamento settimanale con l’omelia della domenica ci fornisce un punto di riferimento sulla predicazione delle donne della Parola di Dio. (https://www.youtube.com/user/possosognare e https://www.facebook.com/suore.chambery)

In particolare, Suor Maria Giovanna Titone che fa parte di “Donne per la Chiesa,” ha inaugurato un esperimento social mediante la richiesta ai suoi contatti di inviare contributi riferiti alla lettura del Vangelo per camminare insieme condividendo preghiere, meditazioni e riflessioni della Parola di Dio.

Instagram – Twittomelia: Incontro con Selene Zorzi

twittomelia

Fratelli tutti, sorelle tutte

Quattro chiacchiere con la teologa Selene Zorzi su Apocalisse, diversità e dintorni

https://www.instagram.com/p/CULS1-2KZ-W/?utm_medium=share_sheet&fbclid=IwAR3_Gxx2zvBV7xJziShuh2TqBChv3CsxH93XFc_tcb0M9UPReKjjG2Xj1No

Associazioni internazionali

“Voices of Faith”

(www.voicesoffaith.org)

La campagna lanciata da VoF “Sorelle cosa dite?” si concluderà il 21-22 novembre p.v. a Roma ed è incentrata sulle testimonianze delle religiose che chiedono la fine della servitù, della misoginia e del razzismo nella Chiesa.

https://www.facebook.com/voicesoffaithwomen/photos/a.727474643953866/4502921159742510/

“Catholic Women Council”

(https://www.facebook.com/groups/1271654093216381)

Da un post del CWC:

“Tras las huellas de Sophia“ (“Tra le tracce di Sofia - Spazio di riflessione teologica femminista)

La Gaceta de Sophia” (Gazzetta n. 13. Settembre 2021)
Documento preparatorio per il Sinodo 2021-2023.
Donna, Chiesa?
Sforzo condiviso!      

…..“Le donne e soprattutto le femministe di tutto il mondo sono consapevoli della difficoltà di cambiamenti significativi anche dopo la conclusione del Sinodo dei Vescovi nel 2023. Tuttavia, riteniamo anche che la proposta di una Chiesa sinodale offra uno spazio di opportunità da sfruttare al massimo. Si aprono possibilità per le donne di essere ascoltate, valorizzate, riconosciute e prese in considerazione e ancor più incluse nelle posizioni decisionali dell'Istituzione.

Immaginiamo una chiesa di uguali, dove abbiamo voce e voto, in cui possiamo esercitare i nostri diritti e libertà responsabile e dove ci sia spazio per tutti.”

https://www.traslashuellasdesophia.com/so/edNllI18a?languageTag=en&fbclid=IwAR2Wst-tW-mF5HFA8h-e7craGd3Ra5CM-HoU4gKXziIkyHt_mY-0R5rsIvs#/main

Empowerment femminile Nomine di donne ai vertici della Chiesa

Papa Francesco ha nominato nello scorso mese di luglio la professoressa Susan Solomon, scienziata tra le più influenti al mondo, membro della Pontificia Accademia delle Scienze. 

La professoressa Solomon, del Massachusetts Institute of Technology (MIT), ha condotto ricerche pionieristiche sui danni allo strato di ozono antartico ed è stata membro dell'IPCC, contribuendo all'elaborazione del rapporto che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2007 (condiviso con Al Gore).

Un’altra nomina per Suor Alesssandra Smerilli, (26 agosto) Sottosegretaria al Dicastero per lo Sviluppo umano, già peraltro nominata Consigliere dello Stato della Città del Vaticano e Consultore del Sinodo dei Vescovi. 

Vale la pena fare una riflessione sul conferimento di molti incarichi alla stessa persona che, se da un lato ne sottolineano le capacità professionali, dall’altro, privano altre donne, ugualmente capaci, di ricoprire tali incarichi. Inoltre, l’allargamento degli spazi per alcune donne, dovrebbe servire loro anche per sostenere le altre donne nel conseguimento di importanti obiettivi come quello della parità di genere nella Chiesa.

L’Avvocata Alessia Urdan è stata nominata (17 settembre u.s.) Cancelliere vescovile di Gorizia. La nomina acquista rilievo in quanto si tratta di una donna che esercita pienamente ed in prima persona il proprio mandato.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-09/nomina-cancelliere-diocesi-gorizia-urdan-vescovo-redaelli.html?fbclid=IwAR3KEz0bndB7UotUGNAndeKnnfAAQwvHRUkpkK44yBTJOWk3aNQ9utUjTtM

PUBBLICAZIONI E LIBRI 

Jesus San Paolo: Le Straniere

“Sul numero di Jesus di settembre debutta la nuova rubrica “La straniere”, curata da Federica Tourn dedicata a dare voce a donne credenti (non solo cattoliche) per proporre idee, riflessioni ed esperienze che esprimano il punto di vista femminile sulla Chiesa. Questo mese incontriamo la biblista francese Paule Zellitch”. (da un post di Piera Baldelli):

Lo Spirito soffia dove vuole non soltanto sul clero

https://www.facebook.com/piera.baldelli/posts/4337710036307495

John Shelby Spong: “Incredibile” 

Interessante libro del Vescovo della Chiesa episcopale statunitense, nel cui ambito peraltro, vi è una parità di genere in tutti gradi dei ministeri ordinati. Spong, impegnato nella riforma del cristianesimo, indica nelle sue 12 tesi il superamento del “teismo” come unico modello per cogliere l’essenza di Dio, e vede nel post-teismo e nel non teismo la possibilità di entrare in contatto con la Divinità nella realtà della quotidianità, seguendo l’esempio d’amore di Gesù. 

https://nuovacristianita.wixsite.com/website/post/le-12-tesi-appello-a-nuova-riforma-introduzione?fbclid=IwAR1cHPBvRwIm1Rgz6nWCHK4wXkrJvi8_VcYMVWWAZ1V5IMJhmByAQbh8BA0

1

di Elza Ferrario, responsabile SAE Milano

Vorrei condividere con voi il respiro delle teologhe che in America Latina percorrono cammini di giustizia tramite la lettura popolare della Bibbia con i credenti, le credenti afro-amerindie.

Nel brano che è stato letto, dal cap. 20 del Quarto Vangelo (Gv 20,1-18), troviamo Maria Maddalena che va di buon mattino al sepolcro, lo trova vuoto, corre ad avvisare Pietro e il discepolo amato, e poi scompare dal racconto per un po’ di versetti fino a quando la ritroviamo fuori dal sepolcro, in lacrime.

Vorrei sostare in quest’intermezzo, in cui l’azione è lasciata a due uomini, Pietro e il cosiddetto “discepolo amato”, che la tradizione orale e iconografica identifica in Giovanni, ma in cui possiamo ben vedere rappresentata la comunità del Quarto Vangelo, la comunità del discepolato fondato sulla diaconia, il servizio.

Fatto sta che si apre una gara: il discepolo amato arriva prima, ma aspetta fuori, aspetta che arrivi Pietro, fa entrare per primo lui, che pure era arrivato dopo. Bisogna affermare il primato petrino, come anche nel Vangelo di Luca, nel brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35): i due discepoli, Cleopa e verosimilmente sua moglie Maria, dopo aver riconosciuto Gesù risorto a tavola, nello spezzare il pane, ritornano a Gerusalemme dagli Undici e “quelli (e quelle) che erano con loro”, che dicono: “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”. 

A Simone?! 

Veramente i “due uomini in vesti splendenti” che annunciano la resurrezione di Gesù erano apparsi alle donne: a Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo (Lc 24,1-12), ma ecco quello che riferiscono gli Undici: “è apparso a Simone”. Il primato dell’autorità!

C’è una comunità credente, di donne e di uomini co-spiratori, che respirano lo stesso respiro, una comunità che arriva prima, che vede, che crede, ma che aspetta: aspetta gli indugi dell’autorità, aspetta il suo tardare, perché sa che l’importante non è arrivare primi, ma è arrivare insieme, è sinodo, cammino condiviso.

Nella narrazione di Marco, al capitolo 16 (Mc 16,1-8), vediamo rappresentata plasticamente questa comunità: trascorso il sabato, è l’alba del primo giorno della settimana, fa ancora buio, Gesù è morto, ed ecco Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salòme, le donne che erano venute dalla Galilea con Gesù e con lui erano entrate in Gerusalemme (cfr. Mc 15,40-41), vanno al sepolcro. 

Vanno insieme, con i profumi preparati durante la notte. Non di corsa, facendo a gara per arrivare prima. Vanno insieme, passo passo, perché è così che conviene stare quando, con paura, affrontiamo un pericolo di cui siamo consapevoli. 

Una straordinaria testimonianza di sororità evangelica, un vero e proprio evangelo, una “buona notizia”, che parla di una comunità in cui “non è così” – ricordate? era il vangelo di domenica scorsa, per il rito ambrosiano (Mc 10,35-45): Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. E Gesù a scrollare la testa e dire: “Ma non avete capito niente! Così funziona nel mondo, ma tra voi non è così!”. 

Sono due modelli ecclesiali diversi: la Chiesa del servizio, evangelica, e la Chiesa del potere, che ha ceduto alla logica del mondo.

Che fare, come donne?

C’è una poesia molto bella, di dom Pedro Casaldáliga, vescovo brasiliano – il prossimo 8 agosto lo ricordiamo, a un anno dalla sua morte –, che dice:

Saper aspettare 

sapendo allo stesso tempo forzare

l’ora di quell’urgenza 

che non permette più aspettare.

Il suo titolo è: Teimosia, “testardaggine”.

Si ha l’impressione, nella Chiesa, di fare due passi avanti e uno indietro.

C’è un movimento a spirale – la teologa battista Elizabeth Green intitola così il suo recente libro, definendo la teologia femminista dell’ultimo decennio Un percorso a spirale

C’è uno Stop and go, come dice il titolo del nostro bell’incontro di stasera: una battuta d’arresto e poi una ripartenza.

Maria Maddalena, le donne della resurrezione ci insegnano ad aspettare e forzare, con teimosia, con testardaggine.

di Zuzanna Flisowska, responsabile ufficio romano di Voices of Faith

“Non mi trattenere”

“Non avvicinarti: togliti i sandali dai tuoi piedi”

“Va’ piuttosto dai miei fratelli”

“E ora va’: ti invio (…) per fare uscire il mio popolo dall’Egitto”

“Maria!”

“Mosè!”

Due epifanie.

Nella storia della Salvezza la somiglianza di queste due scene sorprende. Le due epifanie si rispecchiano dall’inizio alla fine della Bibbia. Ecco le due persone scelte per diventare testimoni dei due momenti chiave e strumenti del difficile dialogo di Dio con gli uomini. Scelte per portare al popolo la testimonianza liberatrice della potenza di Dio. Per annunciarli che Dio non li lascerà soli, ma li condurrà alla Terra Promessa, dalla morte alla vita.

Due persone che si sono trovate davanti all'Incomprensibile, Sorprendente, davanti all'Inarrestabile nelle parole umane, nelle idee, nei nostri limiti. Di fronte a un Dio che supera la nostra comprensione umana, eppure non si nasconde, è nostro, il più vicino, il più importante. „Rabbuni”. „Il Signore”. „Dio di Abramo, Dio di Isaaco, Dio di Giacobbe”. Dio di Maria Maddalena.

Maria e Mosè. Due persone chiamate per nome. Chiamate a trasmettere questa esperienza personale e paradossale. Sappiamo che dovranno lottare per proteggere questo messaggio che è e deve restare più grande di noi. Messaggio che il popolo vuole chiudere nelle categorie umane.

Due persone chiamate ad essere sorprese, trasformate e guidate. A lasciare la loro situazione limitata, a lasciare le pecore, a smettere di piangere. E diventare gli Apostoli dell'Inconoscibile.

di Umberto Rosario del Giudice, teologo.

Tre figure: Maria Maddalena, Pietro e il “discepolo che egli amava”. Tre personaggi; tre esperienze davanti alla “pietra rotolata” e al “sepolcro vuoto”.

Maria Maddalena nell’immediatezza della narrazione fa un’esperienza in più: incontra il Maestro, risorto. Non sarà lei a riconoscere Gesù ma sarà il Risorto a farsi riconoscere chiamandola per nome. Da lei però parte la ricerca, il voler “capire i segni”, con totale dedizione per venerare/adorare quel Gesù, anche se morto. Ecco la fede di Maria: riconoscere Gesù come proprio Signore, anche morto.

Possiamo dire che se i due discepoli sono testimoni, in questa scena, della pietra rotolata e del sepolcro vuoto, Maria Maddalena è anche testimone del Risorto perché “cerca” il Signore. Così il Maestro chiama solo Maria per nome e si è fa riconoscere da lei perché solo lei lo ha voluto/potuto riconoscere: ella è la sola che rimane sul posto a “cercare il Signore”; gli altri due personaggi della scena “tornano dagli altri discepoli” (la traduzione “a casa” è ambigua). Lei continua a voler capire; riflette, si china a guardare il sepolcro vuoto mentre piange; non si arresta, non si ferma: cerca… Gesù stesso le chiederà “cosa cerchi?” (τίνα ζητεῖςtìna zêteis). Lei risponde senza ancora riconoscerlo “Signore”. Solo che prima agli angeli aveva detto “mio Signore”. Rispetto e appartenenza. Ma Gesù le chiede “cosa cerchi?”.

Lo stesso verbo è usato in Matteo: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). E anche in Mt 7, 7-8: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto».

Ma torniamo al quarto Vangelo: qui il verbo ζητέω (zetèo) è usato 26 volte. Significa per lo più cercare ma nel senso di indagareinvestigaredesiderare di conosceremeditare ma anche di bramareesigere… è un “cercare con desiderio”.

Ma nel quarto Vangelo ha un significato ambiguo anche se nell’economia della narrazione, l’autore usa questo verbo in una forma inclusiva. La prima volta appare in Gv 1,38: Gesù chiede ai discepoli di Giovanni che lo seguono “cosa cercate” (τί ζητεῖτε, tì zetêite). La risposta è “dove dimori”. “Venite e vedete”, dirà Gesù. Quei discepoli cercano un luogo, cercano una posizione da cui capire la realtà che li circonda; cercano una ragionevolezza delle cose, un’interpretazione religiosa definita e definitiva… e seguono Gesù.

Ma il verbo è usato anche da Gesù: egli averte nel dialogo con la Samaritana che è il “Padre che cerca veri adoratori” (Gv 4,23). Si faccia attenzione: i discepoli rimangono a guardare la scena e quando sopraggiungono non chiedono a Gesù cosa stesse cercando da quella donna: vorrebbero capire ma evitano. Il verbo diventa “ambiguo”: si cerca, ma con ambiguità, morbosità, con doppiezza. Il verbo è usato per indicare i Giudei che “cercano la gloria gli uni dagli altri”, o “cercano di arrestare” Gesù, di “lapidarlo” o di “ucciderlo”; oppure è usato per indicare il desiderio della folla che cerca Gesù per “mangiare”.

Poi riappare usato da Gesù che affronta il gruppo di soldati e le guardie chiedendo “chi cercate?” per ben due volte.

Lo stesso verbo sarà usato anche per Pilato che “cerca” di mettere in libertà Gesù.

E nel grande discorso di Gesù, il verbo è usato per indicare che i discepoli (come prima i Giudei) lo “cercheranno” ma non lo troveranno…

Credo che l’uso di questo verbo sia uno “stop and go”. Inizia con i discepoli di Giovanni che cercano il Cristo e si chiude con il Signore che suscita la fede in Maria. E in mezzo tanti che hanno “cercato”… ma non il Cristo.

Chiude dunque l’uso di questo verbo proprio il versetto che abbiamo ascoltato: Gesù chiede a Maria: “chi cerchi?”, e solo quando lei ha messo a nudo tutta la sua vulnerabilità, le sue vere intenzioni, tutta la sua voglia di “cercare Gesù” (un “chi”) non qualcosa; solo quando esprime la sua volontà di “cercare Gesù in quanto Gesù”, allora il Risorto la può finalmente chiamare per nome: “Maria”; e gli occhi di lei lo riconoscono come il Maestro.

Nella nostra indecisione, il Cristo si fa riconoscere, se siamo spontanei, veri, non ambigui, se cerchiamo il Cristo perché è il Cristo.

Ma all’azione del Cristo corrisponde la fede tenace, la ricerca vera e limpida di Maria.

In questo contesto si comprende anche il suo pianto che non è di depressione o di disperazione indefinibile, ma è energia vitale, tensione puntuale, ricerca di un “chi” non di un “cosa”: lei cerca lui, l’amato (come ricorda la prima lettura della festività, Ct 3,1-4a). Vuole capire, vedere, sapere, perché cerca il “suo Signore”. E il Signore si fa trovare. E torna dai discepoli… aspettando, chissà con quanta pazienza, che anche i loro occhi si aprano alla presenza del Signore.

di Maria Teresa Milano, ebraista

Il suo nome era Maria e veniva da Magdala, un villaggio di pescatori adagiato sulle sponde del lago di Tiberiade. Il vangelo di Luca riferisce che Gesù l’aveva liberata da sette demoni e sono stati versati fiumi di inchiostro sulla simbologia del numero e sul significato del termine, ma non è di questo che vorrei parlare guardando oggi la sua figura.

Sono un’ebraista e leggo il testo cercando i significati racchiusi nelle parole della Bibbia, nelle storie e nella Storia, tenendo a mente il must di ogni buon filologo: “Non fare mai dire a un testo quel che il testo non intendeva dire”. 

Ma anche i filologi possono cambiarsi d’abito e porsi di fronte a quel testo meraviglioso che è la Bibbia per lasciarsi interrogare, perché la sua vera forza è la capacità di non fornire risposte, quanto piuttosto di mettere ciascuno di noi di fronte a domande importanti. Restando nel rispetto della lingua e del testo, senza forzature, ma guardando con occhi limpidi all’aspetto più umano, che tocca tutti, a prescindere dalla fede o da qualsiasi scelta personale.

Maria di Magdala era una donna come lo sono io, forte e al tempo stesso vulnerabile come lo sono io e aveva i suoi demoni come li ho io, come li abbiamo tutti; ciascuno ha i propri ed è difficile contarli, ma sappiamo che quei demoni spesso si dileguano, nell’incontro con persone speciali, nelle relazioni che contano, nell’amore gratuito di chi sa guardarti dentro e tirarti fuori, prendendoti per mano, chiamandoti per nome come Gesù fa con lei. E chiamare per nome significa riconoscerti un’esistenza che è solo tua, speciale e unica.

Maria lascia il suo villaggio e segue Gesù riponendo in lui una fiducia assoluta e in questo non vedo tanto la prova di una scelta spirituale e nobile, anche se sono consapevole del fatto che nel corso dei secoli questa visione ha contribuito in modo decisivo a delineare la sua figura e il suo ruolo. Personalmente vedo soprattutto la sua capacità concreta di amare, liberata e libera da diversi demoni (forse più di 7), come la diffidenza, i dubbi o la paura, demoni che abiteranno invece fino alla fine i discepoli, anche i più vicini a Gesù. Maria resta accanto a Gesù sempre, perché il suo essere donna si traduce anche nel saper condividere e nel rimanere, qualsiasi cosa succeda. 

La ritroviamo in effetti nei giorni della passione e anche sotto la croce; lei è lì e guarda morire l’uomo a cui aveva affidato la propria vita. Lei c’è. I suoi no. Mi ha sempre colpita la Crocifissione di Masaccio, in cui Maria è di schiena, con le braccia spalancate in un gesto profondamente umano, quello dell’abbraccio, quasi un ultimo messaggio per dire “Non sei solo, io resto qui”.

E quando Gesù risorge è proprio a lei che si presenta. Non fa gesti eclatanti, ma ancora una volta, con grande semplicità, la chiama per nome: Maria. E ancora una volta, lei lo riconosce, i suoi dubitano.

La vecchia battuta divenuta cavallo di battaglia di tante omelie pasquali secondo cui “Gesù si è presentato alle donne perché così era sicuro che in un attimo lo avrebbero saputo tutti” non fa più ridere nessuno, perché forse altra è la realtà o, dovremmo dire, altre sono le domande. Sono domande su di noi e sulla nostra capacità di sentirci chiamare per nome, di lasciarci liberare dai demoni, quali e quanti che siano, con il coraggio e la fiducia di Maria di Magdala, con la sua capacità di stare dietro le quinte proprio come Miriam con Mosè e con la sua assoluta libertà di essere sé stessa e non il suo ruolo, con il suo modo molto semplice e reale di essere umana.

di Marco Marzano

in “Domani” del 20 luglio 2021

Don Emanuele Tempesta è un prete di 29 anni, vicario in una parrocchia della diocesi di Milano. E’ stato arrestato a Bardonecchia, dove si trovava in vacanza con un gruppo di minori, con l’accusa di aver abusato, nei mesi precedenti, di almeno otto bambini tra gli otto e i dodici anni. I vertici della diocesi, nell’evidente ansia di sottrarsi ad ogni accusa di collusione con l’indagato, si sono precipitati a rendere noto il fatto e le accuse mosse al prete e ad esprimere «stupore e dolore» e insieme «vicinanza a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Il tono del comunicato e il contenuto di alcuni suoi passaggi fanno insomma pensare che la diocesi reputi credibili e molto gravi gli addebiti rivolti al suo sacerdote. La vicinanza alle presunte vittime e alle comunità coinvolte è sicuramente apprezzabile, ma in questo caso non rappresenta un atto particolarmente coraggioso, dal momento che fa seguito all’arresto del prete da parte delle forze dell’ordine e quindi all’esplosione dello “scandalo”. Diverso sarebbe stato il caso in cui fosse stata la stessa diocesi a denunciare gli abusi alle autorità statali. Quello sarebbe stato un vero gesto straordinario e di discontinuità rispetto al passato. Dissociarsi da un prete indiziato di abusi dopo che costui è stato clamorosamente arrestato può essere facilmente interpretato come un tentativo di tutelare a tutti i costi, anche ammettendo una colpevolezza dell’indagato, che è ancora da dimostrare in sede processuale, l’istituzione dal fango sollevato dalla vicenda. Don Emanuele Tempesta è stato ordinato prete solo due anni fa e in questo brevissimo lasso di tempo potrebbe essersi reso responsabile di un numero tale di reati sessuali da farlo qualificare come un “abusatore seriale”. Prima del 2019 ha trascorso non meno di sei lunghi anni all’interno di un’istituzione totale come il seminario, un luogo chiuso da dove non si esce e dove i ragazzi sono costantemente sotto osservazione da parte dei compagni e soprattutto dei tanti formatori (professori, rettori, vice rettori, educatori, padri spirituali, psicologi, eccetera). Quali valutazioni sono state compiute sulla maturità umana e spirituale del futuro don Emanuele? La chiesa è disposta a mettere a disposizione dell’accertamento della verità il fascicolo che sicuramente possiede nei suoi archivi su don Emanuele? E’ possibile che nessuno tra i compagni e i superiori del seminarista si sia accorto che c’era qualcosa non andava? Una strana carriera Alcune agenzie di stampa riferiscono che don Tempesta sarebbe stato ordinato con alcuni anni di ritardo. Questo vuol dire che molto probabilmente è stato, aun certo punto del percorso, “fermato” dai superiori perché ritenuto non ancora adatto a fare il prete oppure che è stato allontanato da un seminario e ripreso da un altro. Cosa ha motivato lo “sblocco” della sua carriera? E perché si è deciso di ordinarlo comunque? non sarà per caso stata la “fame di preti” a far propendere il vescovo in questa direzione o, peggio, la sistematica sottovalutazione delle qualità umane e della situazione psicologica a tutto vantaggio dell’attitudine a rispettare la disciplina e a seguire gli ordini impartiti dall’alto? L’ultimo punto riguardala personalità dei seminaristi e lo svolgimento della loro carriera dentro i ranghi del clero. Molti di questi ragazzi sono assai immaturi e fragilissimi da ogni punto di vista già al momento di candidarsi al sacerdozio. Molto spesso sono attratti dalla possibilità che l’istituzione offre loro di “mettere tra parentesi”, in ragione dell’obbligo celibatario, le loro difficoltà sessuali e le loro incertezze relazionali e affettive. La permanenza dentro i seminari molto spesso peggiora, e molto, la situazione, consolidando l’attitudine al segreto, al nascondimento e alla menzogna, l’anaffettività e l’immaturità. 

L’uscita dal seminario che segue l’ordinazione e l’inserimento in parrocchia fanno venir meno l’ultimo guscio protettivo rappresentato dal monitoraggio quotidiano operato dall’istituzione e finiscono per produrre, nel caso di don Tempesta in un arco di tempo incredibilmente ridotto, conseguenze devastanti per la società e anche per la comunità dei credenti, per il popolo di Dio. L’eventuale colpevolezza di don Emanuele verrà accertata in tribunale, ma la Chiesa Cattolica non ècostretta ad aspettare la sentenza per iniziare un doloroso ma necessario processo di riforma e rigenerazione.

1

di Maria Teresa Milano

Il bar la mattina è un vero e proprio forum di discussione e la cosa incredibile è che si toccano praticamente tutti i campi dello scibile. Certo in questo momento è difficile intavolare dibattiti consistenti, ma il coffee to go permette comunque qualche scambio di battute mentre si è in coda o si beve, a debita distanza, caffè e cappuccino in piedi davanti al locale.

Stamattina si parlava del Festival di Sanremo, in particolare delle performance di Amadeus e Fiorello, che hanno duettato prima in una nuvola di piume soffici e bianche, unghie laccate di rosso e glutei sodi e poi letteralmente incorniciati quasi fossero opere d’arte, da donne che si muovevano intorno a loro fasciate da mini-tute in pelle nera. Le amiche del caffè erano piuttosto perplesse e così sono andata a cercarmi in rete la puntata. Di primo acchito mi sono sembrate semplicemente due scene d’altri tempi, la prima più vicina alla tradizione del cabaret, la seconda a certe produzioni anni ’80 un po’ trash, poi ho cominciato ad avvertire una sorta di disagio. Qualcosa mi disturbava, ma non capivo cosa: non era certo l’esibizione dei due uomini, eleganti e sobri, né i costumi piuttosto minimal delle ballerine. La danza è arte e le produzioni del celebre Ohad Naharin, direttore artistico della compagnia di ballo israeliana Batsheva hanno dimostrato come sia possibile portare in scena anche un nudo senza che questo risulti volgare perché, appunto, ogni scelta sul palcoscenico nasce da un pensiero e di questo si fa portavoce.

Il problema allora non è da cercare nei centimetri di pelle esposti davanti alle telecamere, bensì nel pensiero che sta dietro quei movimenti ostentati e quegli sguardi lanciati in parte ai due conduttori del Festival, in parte al pubblico a casa.

Il pensiero forse, è quello delle “donne in vetrina” e lo dico senza alcun intento moralistico e senza alcuna ideologia, ma solo con grande tristezza, perché il palcoscenico dell’Ariston per certi versi è un simbolo di questo paese. È vero, non è seguito come un tempo e i giovani non se ne interessano granché, ma resta comunque un punto di riferimento, per noi e per chi ci guarda di fuori. Le scelte artistiche del Festival raccontano un po’ chi siamo e quali sono i nostri modelli culturali. La puntata di mercoledì ha messo chiaramente in luce che non amiamo né sperimentare né puntare sull’eccellenza e preferiamo stare comodi nei cliché, perché di certo sono più rassicuranti.

E mentre la tv di stato propinava ai fedeli ascoltatori il classico binomio uomo forte/donna oggetto, sul canale YouTube delle Paoline tre donne discutevano con intelligenza e lucidità dello spinoso e quanto mai urgente tema della presenza femminile nella Chiesa, ponendo l’accento proprio su questo punto in particolare: cosa vogliamo dire di noi e come siamo percepite?

Con quale consapevolezza e quale fiducia ci avviciniamo a un mondo, quello ecclesiastico, strutturato secondo una rigida gerarchia composta di maschi celibi che vedono nell’esclusione della donna dalla vita il punto forte della loro scelta? Se non siamo contemplate nella vita, come possiamo esserlo in una collaborazione in cui i soggetti hanno pari dignità e pari diritti? 

Paola Lazzarini, Antonietta Potente e Cristina Simonelli hanno messo sul tavolo della discussione, pur nel poco tempo a disposizione, i diversi aspetti della questione e hanno ribadito che non si può parlare di distribuzione di incarichi e di posizioni interne al sistema se non si prende prima in considerazione l’aspetto antropologico: ma questa donna, cos’è?

Forse un oggetto da collocare in una struttura cercando di trovare un equilibrio tra le richieste concrete dei movimenti femminili internazionali e le resistenze e/o gli impedimenti giuridici di un sistema patriarcale poco incline al cambiamento? O un’immagine idealizzata e tramandata dalla tradizione che non trova riscontro nella realtà? O un’entità distante dalla vita concreta, una realtà di cui gli uomini si permettono di parlare ma con cui non si “sporcano le mani” mai? 

Ed ecco che in modo forse un po’ surreale, nella stessa sera e nello stesso momento, l’immagine di donna oggetto e donna in vetrina univa idealmente il Festival nazional popolare della canzone italiana e i discorsi teologici e sociologici che in questo momento ci stanno particolarmente a cuore. 

Questo paradosso credo metta in luce un fatto fondamentale: la rivoluzione deve essere innanzitutto culturale, perché il concetto stesso di donna-oggetto va riconosciuto nelle sue mille sfumature e non sempre il criterio è quello della “nudità esposta”. Solo se lo si riconosce lo si può decostruire, per ritrovare dignità di sé, sicurezza del proprio valore e finalmente, possibilità di costruire un dialogo. Finché noi donne accetteremo di stare “in vetrina”, raccontandoci magari che lo facciamo per nobili motivi o peggio ancora per fede, nessun cambiamento sarà possibile. 

5

A TUTTE LE PERSONE DI BUONA VOLONTÀ!

1. Nella nostra Chiesa tutte le persone abbiano accesso a tutti i ministeri.

I diritti umani e la Legge fondamentale (=Costituzione) garantiscono uguali diritti per tutte le persone - solo la Chiesa Cattolica lo ignora.

Essere un uomo oggi attribuisce diritti speciali nella Chiesa.

#giusta: pari dignità - pari diritti

2. Nella nostra Chiesa tutti partecipino alla missione e il potere sia condiviso.

Perché il clericalismo è uno dei problemi fondamentali della Chiesa Cattolica oggi e incoraggia l’abuso di potere con tutte le sue sfaccettature disumane.

#partecipativa: responsabilità condivisa

3. Nella nostra Chiesa, gli atti di violenza sessualizzata siano indagati in modo completo e i responsabili siano ritenuti tali. Le cause siano costantemente combattute.

Per troppo tempo la Chiesa Cattolica è stata scenario di violenza sessuale. Le autorità ecclesiastiche tengono ancora nascoste le informazioni su questi crimini violenti e si sottraggono alle responsabilità.

#Degna di fede: interazione rispettosa e trasparenza

4. La nostra Chiesa mostri un atteggiamento di apprezzamento e riconoscimento nei confronti di una sessualità autodeterminata e attenta e della partnership.

Perchè la morale sessuale ufficialmente insegnata è estranea alla vita e discriminatoria. Non si basa sull'immagine cristiana dell'esssere umano e non è più presa sul serio dalla maggioranza dei credenti.

#colorata: vivere in relazioni di successo

5. Nella nostra Chiesa lo stile di vita celibe non sia un prerequisito per l’esercizio di un ministero ordinato.

Questo perché l'obbligo del celibato impedisce di seguire la propria vocazione. Coloro che non sono in grado di mantenere quest’obbligo spesso vivono dietro false facciate e sprofondano in crisi esistenziali.

#vicinoallavitavera: senza celibato obbligatorio

6. La nostra Chiesa operi secondo i principi cristiani. È amministratrice dei beni che le sono stati affidati, non li possiede.

L’ostentazione, le dubbie transazioni finanziarie e l’arricchimento personale dei responsabili della chiesa hanno profondamente scosso e diminuito la fiducia nella Chiesa.

#responsabile: gestione sostenibile

7. La nostra missione è il messaggio di Gesù Cristo. Agiamo di conseguenza e affrontiamo le questioni sociali.

Poiché la gerarchia della Chiesa si è giocata la sua credibilità, non riesce a farsi sentire in modo convincente e a lottare per un mondo giusto nello spirito del Vangelo.

#rilevante: per le persone, la società e l’ambiente