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di Silvana Baldini

 

È stato l’altro giorno, in cucina, mi è capitato un fatto stranissimo che vi voglio raccontare. Saranno state le sette, stavo facendo il caffè quando la luce sopra il fornello è rimbalzata sul calendario a muro e mi ha reso noto che era il 25 gennaio, memoria liturgica della conversione di San Paolo. Sapete come succede alle volte, la mente si mette ad andare per libere associazioni e va e va e di pensiero in pensiero ti porta lontanissimo da quel che ti circonda, alle volte anche dalla realtà.  Beh, a me è andata così. Mi sono messa a pensare a San Paolo e alle sue immagini. Di solito, a parte il grande quadro di Caravaggio che ce lo fa vedere a terra, lo si raffigura in piedi barbuto, stempiato, con un fascio di lettere in mano e con una grande fisicità. Ma – mi sono chiesta – lui sarà stato veramente così? Al corso di analisi testuale mi hanno insegnato che tanto più la versione di un testo è diffusa ai quattro punti cardinali e tanto maggiori sono le possibilità che sia autentica e- ho pensato -  perché non dovrebbe essere così anche per le facce? Magari il suo volto era proprio così o magari no e, soprattutto,  io lo riconoscerei se lo vedessi? ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (prima parte)"

di don Luciano Locatelli

Abbiamo considerato come varie caratteristiche, in questo testo, avvicinino l’umanità agli animali.

L’umanità è creata lo stesso giorno delle bestie terrestri e partecipa della benedizione sugli animali del quinto giorno; è sessuata (“maschio e femmina”) e molteplice (li creò) come il regno animale. Questo è un modo per dire che “l’animalità” non è solo una realtà esteriore all’umanità, ma è una parte costitutiva dell’umanità stessa e quindi anch’essa oggetto di quel dominio mite di cui abbiamo detto. Pertanto per realizzarsi a immagine di Elohim l’uomo deve assumere l’animalità interiore dominandola, e questo sia a livello individuale che collettivo.

A livello individuale i termini “maschio e femmina” potrebbero indicare che l’animalità rimanda alla sessualità e al desiderio. Se non è dominata, se non accetta il limite, una tale forza può degenerare. In altre parole: in ogni “umano” vi è un che di “animale” che aspetta di essere umanizzato. In se stesse queste forze vive sono neutre, né buone né cattive. Si tratta di “dominarle” in modo che possano dispiegarsi per far “fruttificare” la vita, “moltiplicarsi” e “riempire” lo spazio che spetta loro.

“… ci sono delle forze che, come pesci, sembrano sfuggenti, inafferrabili. Nascoste nelle nostre profondità, nell’oscurità dei grandi fondali, possono talvolta assumere l’apparenza di quei mostri marini di cui il testo parla evocando la creazione della fauna acquatica. Ci sono le forze dello spirito, sottili, libere e aeree come i volatili, i quali, grazie alle loro ali, attraverso gli spazi, prendono l’altezza necessaria e sfuggono alla presa dell’hic et nunc. C’è tutto quello che ha a che fare col corpo, quelle forze a fior di pelle, a immagine degli animali che brulicano sulla superficie della terra, alcuni domestici, altri più selvatici: è il mondo dell’affettività, delle emozioni, dei sentimenti. Diventare umano, non significa forse imparare a dominare, a poco a poco, tutto questo, ad addomesticare queste potenzialità, ad ammaestrare questa animalità, in modo da costruire, con essa e non contro di essa, un essere unico a immagine di Dio? Poiché, se cerchiamo di distruggere e soffocare queste forze, si rischia di vederle riaffiorare laddove non ci aspettiamo e con una forza maggiore, talvolta incontrollabile. Lenta emergenza, da riprendere di continuo e che necessita di un’intera vita”. (A. Wénin)

Tale animalità interiore non è solo questione individuale: è anche collettiva.

Quando Elohim affida all’umano il dominio sulla terra e sugli animali, lo fa utilizzando dei verbi molto forti, dal sapore militare. Risuona qui l’eco (udita dal narratore) del dominio che popoli o singoli spesso si arrogano sugli altri. È proprio questa violenza che Elohim invita ad “addomesticare” per il tramite del dono del cibo vegetale. Una nazione che, incapace di dominare la propria potenza animale, di porsi un limite, schiaccia, assoggetta o distrugge altri popoli, svela l’animale che la abita. Il libro di Daniele (4,13.22) presenterà Nabucodonosor proprio come un uomo dal cuore di bestia.

Per l’individuo, come per i gruppi umani o l’umanità intera, diventare umani significa imparare pazientemente a dominare questa animalità brulicante e potenzialmente violenta propria di ogni realtà umana. Lasciar emergere l’umanità significa dunque diventare “pastori della propria animalità”, come ha detto bene P. Beauchamp.

Letto in questo modo, il dono del cibo vegetale agli umani e agli animali risuona come un richiamo discreto per una relazione pacifica e continuamente pacificata con ogni vivente, compreso me stesso. “È un invito a costruire un vivere insieme in cui la forza si converta in autentica mitezza; invito, perciò a lavorare a una società in cui alterità e differenza abbiano diritto di esistere” (A. Wénin).

Resta un’ultima questione. Come può un umano (individuo o collettività) vivere con forza e mitezza il proprio dinamismo vitale? La via per addomesticare l’animalità è suggerita proprio dalla chiamata a somigliare al Creatore. Cos’è che permette a Elohim di dominare con mitezza lungo tutto il processo della creazione? Non si tratta forse della parola, soffio dominato e contenuto? In effetti proprio in questo racconto del Genesi la parola è il principio e la costante della mitezza di Elohim. Ecco allora tracciata la via per dominare l’animalità, per dominare, a immagine di Dio, le forze del proprio caos interiore: la parola. Questa è forse l’unica via da seguire affinché l’umano compia la sua umanizzazione, porti a compimento la sua immagine nella “somiglianza”. Solo così l’umano diventerà un pastore pieno di forza e di mitezza, a “immagine e somiglianza” del suo Creatore.

A condizione di non mettere mai, di non piegare mai in alcun modo la parola a servizio della violenza.

Una nota conclusiva

Questi spunti di commento e riflessione sono largamente e liberamente tratti dagli studi del prof. A. Wénin dell’Università di Louvain-la-neuve, Belgio, che conosco e a cui sono personalmente grato.

Vorrei solamente aggiungere, personalmente, che utilizzare questi testi del Genesi per “fissarsi” sulla differenziazione maschio-femmina a sostegno di teorie creazioniste o parimenti a sostegno di battaglie ideologiche in funzione della difesa tout court della famiglia, come ho avuto modo di osservare da più parti, non è altro che svilire il testo e defraudarlo delle sue splendide e profondissime ricchezze.

Credo che il narratore sia più interessato a educare il suo lettore a considerare la diversità come spazio in cui prendere consapevolezza del proprio limite personale e fare del limite accolto e della diversità accettata il luogo dove far brulicare la vita. Solo così la terra da brulla può diventare un giardino.

In caso contrario, sarà sempre “l’animalità”, anche se travestita da orpelli religiosi, ad averla vinta.

di don Luciano Locatelli

La benedizione riportata nel v. 28 (“e Elohim li benedisse e Elohim disse loro: “fortificate e moltiplicate e riempite la terra e sotto mettetela e dominante il pesce del mare e il volatile dei cieli e ogni vivente strisciante sulla terra”) si pone come indicazione da seguire per superare l’incompiutezza che caratterizza l’umano. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano (seconda parte)"

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di don Luciano Locatelli

Fornire una sorta di commento a questi versetti estrapolandoli dalla complessità armonica di tutto il racconto della creazione costituisce un limite. Il rischio è, come sempre, quello di concentrare l’attenzione sul singolo dettaglio perdendo l’insieme della costruzione. Tuttavia il narratore stesso ci viene in aiuto perché questo breve racconto della creazione di Ha ’adam, che traduciamo con “essere umano” o “umanità”, è costruito in maniera un po’ differente rispetto al resto del racconto che precede. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano – Gen 1,26-28 (prima parte)"

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di Stefania Ioppolo

La presenza delle donne nell’Esodo è fondamentale, ancora una volta Dio si serve di chi è giudicato ultimo nella società per portare avanti il suo progetto di salvezza: dalle levatrici, a cui è dato il compito di accogliere la vita, passando attraverso altri personaggi femminili che rappresenteranno, di volta in volta la  Vigilanza, la Cura, la Dedizione e che  potremmo definire le “madri dell’esodo”. In ogni loro intervento metteranno sempre al di sopra di tutto l’amore per la vita e la fede in Dio, notevole se pensiamo che molte di esse non erano nemmeno ebree. ...continua a leggere "DONNE DELL’ESODO: le madri d’Israele"

di Tina Beattie

Articolo tradotto, versione originale qui

Nel 2017 Antonio Spadaro SJ, direttore di La Civiltà Cattolica, e il pastore presbiteriano Marcelo Figueroa, redattore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano, hanno scritto un articolo sulle guerre culturali americane intitolato "Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico: un sorprendente ecumenismo" L'articolo ha suscitato un ampio dibattito, ma oggi sembra ancora più pertinente e accurato nella sua analisi rispetto a quanto fosse quando è stato pubblicato per la prima volta. Si riferisce a "un ecumenismo dell'odio" espresso in una "visione xenofoba e islamofobica che vuole muri e deportazioni purificatrici" che trova un terreno comune attorno a questioni come "aborto, matrimonio omosessuale, educazione religiosa nelle scuole e altre questioni generalmente considerate morali o legate a valori ". Oltre e contro questo "ecumenismo del conflitto", gli autori pongono l'ecumenismo di Papa Francesco che si muove sotto l'impulso dell'inclusione, della pace, dell'incontro e dei ponti in cui "L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi".

La destra americana ha goduto di un'influenza eccessiva in Vaticano sotto gli ultimi due papi. Nonostante il disaccordo significativo con l'interventismo militare americano, dai primi anni '90 i guerrieri della cultura americana hanno focalizzato con successo tutta l'energia morale della gerarchia sull'opposizione all'aborto, all'omosessualità, al femminismo e alla teoria del genere, proprio come negli anni '80 avevano focalizzato con successo le sue energie sull’opposizione alla teologia della liberazione. Francesco ha fatto molto per cambiare questo squilibrio di potere e la gerarchia sta diventando sempre più rappresentativa delle diverse culture e contesti che costituiscono il cattolicesimo globale. Ha ridato vita alla visione del Vaticano II e ha spostato l'accento dall'assolutismo dottrinale sulle questioni di sessualità e genere per concentrarsi sulla giustizia sociale e ambientale e su un approccio più pastoralmente sensibile alle realtà esistenziali del vivere e dell'amare. Ed è chiaro dalle campagne piene di odio che hanno lanciato contro di lui, che gli ex mediatori del potere cattolico americano non ne sono contenti.

Tuttavia, in un settore importante non è cambiato nulla di significativo e si tratta degli insegnamenti della Chiesa relativi alle incarnazioni sacramentali, sessuali e riproduttive femminili e al ruolo e alla rappresentazione delle donne nella Chiesa. L'insegnamento cattolico rimane radicato nella convinzione che gli uomini hanno l'autorità data da Dio di esercitare controllo sui corpi delle donne, compresa l'esclusione del corpo femminile dalla capacità sacramentale di rappresentare Cristo. Una gerarchia esclusivamente maschile continua a promuovere i suoi insegnamenti sulla sessualità, l'aborto e la vita familiare senza alcun impegno pubblico con le donne. Francesco cerca una chiesa il cui modello è quello del dialogo, ma non abbiamo ancora visto alcun dialogo significativo tra la gerarchia cattolica e le donne.
È difficile esagerare il peso che questo aspetto gioca nelle mani di coloro che cercano di cooptare la Chiesa cattolica al servizio delle ideologie nazionaliste e razziste che si diffondono attraverso le democrazie occidentali. Il controllo del corpo femminile è alla base di ogni ricerca di dominio razziale, religioso o nazionale, perché è attraverso i corpi delle donne che si perpetuano le genealogie di razza, religione e nazione e viene promosso il "purismo" a cui si riferiscono Spadaro e Figueroa. Basti pensare allo zelo con cui gli attivisti anti-aborto difendono i diritti dei bambini americani non ancora nati e implicitamente bianchi, con la relativa indifferenza o persino ostilità che molti hanno dimostrato nei confronti della difficile condizione dei bambini rifugiati incarcerati dal regime di Trump. La recente serie televisiva basata sul romanzo di Margaret Atwood, The Handmaid's Tale, è un promemoria agghiacciante dell'associazione tra tirannia politica e controllo riproduttivo.

Alcuni anni fa, ho scritto un articolo di giornale che analizzava l'influenza della Santa Sede sulle Nazioni Unite intorno a questioni di genere e sessualità. Ho fatto notare come una potente alleanza di cattolici ed evangelici conservatori, supportata in maniera improbabile da alcune teocrazie islamiche, abbia sfruttato l'appartenenza della Santa Sede all'ONU per bloccare la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi. Questi tentativi della Santa Sede di inibire le politiche di sviluppo internazionale relative ai diritti delle donne sono sintomatici della misura in cui la Chiesa cattolica è implicata nell'ascesa di un'agenda politica globale della destra che trova un terreno comune nell’intenzione di controllare le donne attraverso l’opposizione ai diritti riproduttivi.

L'insegnamento morale della Chiesa sull'aborto potrebbe trovare un posto coerente all'interno di un più ampio ethos pro-vita se le donne fossero partecipanti a pieno titolo, come agenti attivi e non semplicemente destinatari passivi dell'insegnamento della Chiesa, in particolare per quanto riguarda gli insegnamenti riproduttivi e sessuali che hanno un impatto diretto sulla vita femminile in modi complessi e a volte tragici. L'insegnamento della Chiesa mostra uno scioccante disprezzo per i molti modi in cui le donne e le ragazze soffrono a causa della gravidanza e del parto. L'aborto è ancora troppo spesso presentato in un linguaggio assolutista che non tiene conto dei fattori che influenzano le decisioni che lo causano aborto, compresa la considerazione delle condizioni sociali ed economiche necessarie per promuovere la prosperità materna e infantile. Da nessuna parte nell'insegnamento della Chiesa c'è una discussione prolungata sulla mortalità materna, nonostante il fatto che quasi 300.000 donne e ragazze muoiano ogni anno a causa delle complicazioni derivanti dalla gravidanza e dal parto (inclusi aborti non sicuri), il 99% delle quali nelle comunità più povere del mondo .
Indipendentemente da quanto Francesco cambi gli uomini al vertice, non importa quanto appassionatamente promuova la sua visione di una chiesa povera e dei poveri nel contesto di un onnicomprensivo ambientalismo di “Laudato Si”, i suoi sforzi falliranno finché la Chiesa nelle sue istituzioni e insegnamenti continuerà a sostenere l'idea che gli uomini siano autorizzati da Dio a governare la vita delle donne. Rimuoviamo quell'ideologia distorta e la collusione tra cattolicesimo e demagoghi dell'estrema destra diventerà più difficile da sostenere. Solo attraverso l’inclusività di genere potranno essere abbracciate ed espresse altre forme di inclusività.

Articolo tradotto, versione originale qui

Mi sono interrogato sulla straordinaria enfasi che la chiesa pone sulla verginità.

Il credere che Maria fosse vergine al tempo in cui concepì Gesù è un articolo fondamentale di fede. La sua verginità è stata celebrata nella tradizione cristiana e nelle preghiere della chiesa sin dalla sua fondazione. Innumerevoli inni sono stati composti per onorare la vergine.
Va tutto bene. Ma a volte mi sembra che la chiesa continui a parlarne un po’ troppo, come se le parole Maria e Vergine, come amore e matrimonio o Trump e controversie, non potessero essere separate. La liturgia della chiesa si riferisce quasi sempre alla madre di Gesù come Vergine Maria o Beata Vergine. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e altri strumenti di insegnamento fanno lo stesso. A Maria sono stati concessi molti titoli meravigliosi - Madre del Perpetuo Soccorso, Nostra Signora delle Vittorie, Regina del Cielo - ma Beata Vergine li ha vinti tutti. ...continua a leggere "La Chiesa, le donne e il culto della verginità"

di Emilia Palladino
docente di Etica della famiglia e condizione femminile
Università Gregoriana

 

Il documento finale della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si è tenuta a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018, contiene tanto in positivo quanto in negativo le caratteristiche di un testo ricavato da procedimenti collegiali impegnativi e faticosi, propri dei meccanismi sinodali a cui ha dato impulso nuovo papa Francesco. ...continua a leggere "Una lettura “di genere” del documento finale del Sinodo sui giovani"

di Delfina Barbara Serpi

Oggi celebriamo l’assenza del peccato originario in una donna.
Una donna che, spesso, viene ridotta al suo essere madre, come se il suo unico merito sia stato partorire il figlio di Dio.
Una donna che, spesso, si pretende essere modello unico per tutte le altre donne, irraggiungibile e frustrante.
Una donna della quale non si sa quasi nulla, ma se ne esige la verginità.
Una donna disegnata come mite, silenziosa, obbediente.
Così, Maria viene ridotta ad insopportabile beghina, foriera di sventure da annunciare praticamente ogni sei minuti ad un veggente più o meno credibile.
E se, invece, Maria fosse altro?
Consideriamo quanto coraggio può essere servito per dire a Gabriele “ com’è possibile?”, e quanto ancora di più ne è servito per dire sì ad un progetto assurdo.
Pensiamo a quanta allegria e leggerezza ci siano in questa donna giovane, che intona il magnificat e canta la sua gioia di essere riconosciuta dallo sguardo di Dio.
Consideriamo quanta personalità ci sia voluta, per imporre al Figlio, con un sorriso, un miracolo prematuro, apparentemente poco significativo.
Pensiamo alla forza di carattere che ci vuole a star sotto una croce a guardare un Figlio che muore atrocemente, aggrappata al braccio di un altro figlio donato, tante vite per una morte.
Credo che Maria sia davvero un modello al quale noi donne dobbiamo guardare, ma non per esserne mortificate o compresse in una costante inadeguatezza. Modello di coraggio, di gioia, di carattere, di personalità, di disponibilità all’assurdo dell’esistenza, questo è Maria.
Una donna, come tutte noi.

di Anna Rotundo

Scrive San Paolo: “… quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo
Figlio, nato da donna…” (Gal 4,4‐7). Questa affermazione, apparentemente
ovvia – perché da dove mai nasce un essere umano, se non da una donna –
qui è però riferita al Cristo e colloca quindi l'essere donne ad un ruolo fondamentale. Se l’apostolo avesse scritto “nato da Maria” , avremmo
pensato ad un dettaglio biografico. Ma avendo detto “nato da donna”, ha dato
alla sua affermazione una portata universale ed immensa, perché è la donna
stessa, ogni donna, ad essere elevata, in Maria, alla sua incredibile altezza.
Non c’è Dio incarnato senza la donna: il Concilio di Efeso (431) ne ebbe tanta
consapevolezza che i duecento padri presenti proclamarono all’unanimità
Maria, la Donna, “Theotòkos/Madre di Dio”.
L’autorevolezza della maternità è in quel suo evocare, quasi naturalmente,
una marcata esigenza religiosa, nel rimandare alla radice dell’esistenza dell’io,
che può solo ricevere la vita e renderne grazie. Questo rimandare ad un Altro
è già implicita evocazione di Dio e lega la maternità al divino (Giulia Paola di
Nicola). In questo senso la maternità deve essere vissuta spiritualmente anche
dagli uomini, perché esprime al massimo livello l’intenzione relazionale
dell’atto sociale attraverso il quale ciascuno dà se stesso, e quindi in un certo
senso si “svuota” per ospitare l’altro.
È questa l’umanità che scaturisce dall’Incarnazione di Gesù,
“nato da donna”: e la maternità diviene il codice dell’umanizzazione kenotica
e salvifica del mondo.