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Nella Chiesa cattolica, nell’arcidiocesi di Milano, siamo donne credenti con storie, sensibilità, aree di riferimento e provenienze territoriali diverse. Molte di noi appartengono ad associazioni, gruppi, movimenti, operano in contesti parrocchiali.

Siamo accomunate dal desiderio di vivere il nostro cammino di fede nella Chiesa mettendo in risalto gli aspetti e le questioni che riguardano la dignità e i diritti di partecipazione delle donne nella Chiesa stessa, partendo da un semplice ma fondamentale assunto: il sacerdozio battesimale.

Crediamo sia urgente effettuare riforme e cambiamenti che abbiano come metodo un approccio sinodale e coinvolgano tutti i battezzati e le battezzate, nel rispetto dei loro carismi e talenti, della loro esperienza ed educazione. Siamo convinte che sia essenziale compiere un radicale lavoro culturale e spirituale in dialogo fecondo e reciproco con la società civile.

Pensiamo che la partecipazione delle donne a plasmare, in ugual misura rispetto agli uomini, la nostra Chiesa sia una questione di giustizia e insieme di urgente testimonianza del Vangelo nella società contemporanea.

Vogliamo essere di stimolo e proporci come interlocutrici e persone corresponsabili ai vari livelli ecclesiali, cogliendo l’opportunità offerta dalla “conversione sinodale” che questo nostro tempo richiede alla Chiesa locale, italiana e universale.

Un evento pubblico di presentazione del gruppo avrebbe dovuto svolgersi a Milano l’8 marzo 2020, nell’ambito di una serie di manifestazioni internazionali organizzate da associazioni aderenti al Catholic Women’s Council. Nella fase preparatoria avevamo raccolto consensi presso tante realtà ecclesiali e avevamo incontrato l’arcivescovo Mario Delpini.

Causa pandemia il nostro evento dell’8 marzo veniva annullato. Da allora abbiamo continuato a lavorare nelle nostre realtà, a scambiarci opinioni e a condividere incontri e proposte formative online.

Oggi, per una nuova e fiduciosa ri-partenza, ci sentiamo di riaffermare che, nella Chiesa di Milano,

NOI – insieme
SIAMO – oggi, non domani o in un futuro incerto
IL CAMBIAMENTO – non aspettiamo che il cambiamento arrivi, lo vogliamo costruire

E desideriamo farlo insieme a chiunque, singola persona, gruppo, associazione, voglia condividere i nostri obiettivi apportando il proprio contributo.

Per contatti e condivisioni: noisiamoilcambiamento.mi@gmail.com.

Propositi:

1) Valorizzare, all’interno delle Scritture e della Tradizione, la presenza e i contributi delle donne, riconoscendo che il ruolo subalterno a loro attribuito nel corso dei secoli non ha favorito la loro espressione e, anche laddove questa c’è stata, è passata nella maggior parte dei casi “sotto traccia”.

Questo fenomeno è ancora presente, e rende imprescindibile la conoscenza e la diffusione della teologia femminista e di tutti i contributi biblici, teologici e pastorali provenienti dalle donne. Crediamo fondamentale accogliere contributi provenienti dai molteplici saperi e discipline, necessari per comprendere e vivere il Vangelo oggi.

2) Valorizzare, proporre e incentivare modalità condivise e orizzontali di leadership, di bilanciamento dei ruoli e dei poteri, di trasparenza decisionale, che si oppongono al clericalismo, ancora non sufficientemente riconosciuto e contrastato nelle nostre comunità come peccato. La sua carica negativa, in termini di paternalismo, accentramento, gestione arbitraria e abuso di potere, è ancora sottostimata.

Il clericalismo, nelle sue varie forme, rischia di compromettere la missione evangelica della Chiesa, creando l’humus per lo sviluppo di dinamiche regressive, di delega passiva e di abusi di vario tipo, che danneggiano le persone, la Chiesa, la cittadinanza democratica.

3) Incentivare all’interno delle nostre comunità la discussione critica, riconoscendo che la diversità può essere una ricchezza. La comunione non può esprimersi in decisioni autoritarie, ancorate a una visione gerarchica della Chiesa, antievangelica e superata anche dal Concilio Vaticano II, ma è il frutto di un cammino, pure faticoso, in cui stanno sia le sintonie che le dissonanze.

“Tutti gli uomini sono chiamati a formare il nuovo Popolo di Dio, un nuovo popolo sacerdotale. Il sacerdozio comune dei fedeli ed il sacerdozio ministeriale sono ordinati l'uno all'altro, perché ognuno a suo modo partecipano all'unico sacerdozio di Cristo” (Lumen Gentium 10).

“Lo Spirito Santo santifica il Popolo di Dio e dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento ed alla maggiore espansione della Chiesa” (Lumen Gentium 12).

4) Valorizzare e approfondire la dimensione ecumenica, ricordando gli impegni presi dalla Chiesa cattolica nel 2001 con la firma della Charta Oecumenica, sottoscritta pubblicamente anche dalle Chiese cristiane di Milano nel 2007. Nel 2015 inoltre la Chiesa cattolica è stata tra le firmatarie dell’Appello alle Chiese cristiane in Italia Contro la violenza sulle donne, in cui si dice: “Le comunità cristiane in Italia sentono urgente la necessità di impegnarsi in prima persona per un'azione educativa e pastorale profonda e rinnovata che da un lato aiuti la parte maschile dell’umanità a liberarsi dalla spinta a commettere violenza sulle donne e dall’altro sostenga la dignità della donna, i suoi diritti e il suo ruolo nel privato delle relazioni sentimentali e di famiglia, nell’ambito della comunità cristiana, così come nei luoghi di lavoro e più in generale nella società”.

Proposte:

  1. 1)  Creare spazi per la narrazione e le richieste delle donne che sono parte attiva della Chiesa, a vari livelli, promuovendo occasioni di confronto, valorizzazione e rafforzamento.
  2. 2)  Proporre e incentivare la presenza delle donne nei ministeri, nella formazione, nell’elaborazione e scrittura dei documenti, nella direzione di tavoli, commissioni, uffici.
  3. 3)  Avere attenzione alle esperienze e agli apporti che provengono dalle Chiese di altri Paesi e da associazioni e reti di donne che operano per “la pari dignità e i pari diritti”, come il Catholic Women’s Council.
  4. 4)  Favorire e incentivare l’azione comune delle donne e delle comunità cristiane contro le violenze e le ingiustizie di genere, con iniziative concrete, come quella dei Giovedì in nero, del 25 novembre (Giornata internazionale contro la violenza sulle donne) e quelle propostedall’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne.

Desideriamo partecipare al cammino che sta intraprendendo la nostra Chiesa nel pensare e formare le assemblee sinodali. Siamo convinte che quanto sopra esplicitato possa essere strumento e stimolo per entrare nella logica sinodale del cammino insieme.

Milano, 22 luglio 2021 Festa di S. Maria Maddalena, Apostola degli Apostoli

Maura Bertini (socia di: Donne per la Chiesa, MEIC – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale, AC – Azione Cattolica)

Ileana Patrizia Bianchi (sorella della Sororità Santa Maria Nascente di Milano) Antonietta Cargnel
Marzia Cattaneo (socia di: SAE – Segretariato Attività Ecumeniche, Donne per la Chiesa) Andrea Giovanna Clerici (sorella della Sororità Santa Maria Nascente di Milano)
Luana Dalla Mora (socia di AC)
Maria Teresa Ferrari Lehnus (socia di: Donne per la Chiesa, SAE, AC)
Elza Ferrario (socia di: SAE, OIVD – Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le

Donne, Noi siamo Chiesa)
Zuzanna Flisowska Caridi (responsabile di Voices of Faith – Italia)
Paola Lazzarini (presidente di Donne per la Chiesa)
Giuseppina Perrucci (socia di: AC, Noi siamo Chiesa)
Rita Sidoli (membro di: Caritas – decanato Centro Storico, Consiglio Assoc. Ital. "Amici di

Nevé Shalom, Wahat al Salam", SAE) Grazia Villa (socia di: Rosa Bianca, OIVD)

di Emilia Palladino

Non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare. Questa frase così lapidaria, spesso sentita e altrettanto spesso detta, ha un suo nocciolo di verità che fa riferimento ad una specifica esperienza esistenziale attraverso cui passa in genere ogni donna e ogni uomo: quella di non arrivare con il proprio controllo a prevedere il completo evolversi di una situazione specifica o generica che sia.

C’è però un’altra categoria di situazioni a cui facilmente viene associata la frase di apertura, che riguarda tutte quelle circostanze nelle quali abbiamo potuto comprendere nuovi aspetti della nostra persona, di come siamo e di cosa desideriamo anche profondamente, ma non sappiamo in alcun modo concretizzare questo cambiamento anche nei fatti, nelle relazioni con gli altri. Una situazione in particolare, in mezzo a tante altre che si potrebbero dire, è specificamente legata al comportamento delle donne nell’ambiente familiare: accade cioè che una donna, una moglie, una compagna, una mamma senta profondamente il desiderio di compiere passi di libertà che la sciolgano dall’obbedire a codici non scritti che riguardano situazioni concrete in casa, e poi però di non riuscire in alcun modo a spezzare quegli schemi ormai assodati della vita familiare, in non pochi casi costruiti con anni di consuetudini. Chi cucina? Mamma – sempre e in ogni caso; anche quando tempo non ne ha avuto e avrebbero potuto farlo figli e figlie grandi, mariti o compagni altrettanto adulti e autonomi. Chi può spezzare questo “si è sempre fatto così”: la donna per prima che ad un certo punto dice “no”? Oppure un comportamento differente (ma difficilissimo da cogliere per hi non si è mai posto il problema) da parte di chi abita in famiglia con lei? 

Eppure non è così semplice: non è vero cioè che la consapevolezza di poter dire di no (in questo caso), consente di dirlo effettivamente. Non sempre le cose vanno come una pensa che debbano andare. In parole più specifiche, non sempre la consapevolezza di assumere un ruolo dato dal genere e che non si sente proprio, porta alla capacità di rompere il modello di riferimento e tentare una strada differente, in termini prima di tutto relazionali, poi pratici.

Nel tentativo di arricchire la comprensione di questa particolare dinamica – che ha molteplici ragioni: storiche, psicologiche, culturali, sociali e politiche, che però non è possibile approfondire qui – si può partire da due raffigurazioni, che hanno avuto un consistente peso “normante” nella vita dell’uomo e della donna del passato, ma anche del presente, e che si trovavano in molte case del Nord Europa, soprattutto tedesche, fra la fine dell’‘800 e fino al 1930 circa: si tratta delle raffigurazioni della “scala della vita”.

A sinistra la scala della vita di una donna, a destra quella di un uomo. Come si può osservare, la rappresentazione grafica è radicalmente simbolica per entrambi i generi: detta infatti un percorso dalla nascita alla morte in “fasi”, riducendo l’esistenza di entrambi all’acquisizione di posizioni successive, ciascuna caratterizzata univocamente nei modi e negli obiettivi; il tempo, da compagno delle proprie scoperte e conquiste, diventa così il tiranno inesorabile che conosciamo, che sottrae tutte le possibilità che non si sono potute esplicitare senza aprirne altre; introduce l’idea che per metà della vita si salga e che poi la vecchiaia sia un inesorabile scendere e non un auspicabile perfezionare (come invece era nelle culture più antiche, a partire da quelle tribali); raffigura visivamente il sostegno della religione cattolica a tutte le fasi della vita, poggiato solo sui racconti di Genesi, raffigurati però in modo evidentemente manipolatorio; disegna famiglie monche, in cui entrambi sono funzionali alla realizzazione dell’altro/a.

Ogni volta che osservo queste immagini mi chiedo quanto di queste rimane nel nostro modo di vedere, di capire, di progettare, di aspettarsi qualcosa da sé e dagli altri. Quanto il nostro modo di essere e di comportarci rimanga “informato” da queste figure senza anima; quanto tutte le battaglie combattute e gli spazi conquistati abbiano in realtà lasciato dietro di loro brandelli di inutilità e inefficacia.

È vero soprattutto per le donne, lo sappiamo. Forse più per il fatto che gli uomini non abbiano maturato una riflessione su loro stessi altrettanto implacabile come quella femminile e per tempo sufficiente da aver generato cultura.

Eppure, quante donne oggi adulte in tutte la parti del mondo, in culture differenti, in non pochi casi senza saperlo, hanno in mente quella scala della vita: hanno cioè in mente – e così guardano il mondo, gli uomini, le altre donne, nel caso anche le figlie, i giovani e le giovani ... – che senza maternità la donna non sia “vera” donna, che senza un uomo che le ami non possano essere se stesse, che se non si passa proprio da quei gradini e proprio in quella successione non ci si possa dire “sé”.

Quanta naufragata solitudine in quelle rappresentazioni sia per lei, sia per lui. Quanto quell’eccellenza di genere, che calpesta chi si è concretamente, sia regola da rispettare solo in quell’unico modo; quanta severa aggressività in ogni gradino, quanta cattiveria lì dove non si è nel posto giusto al momento giusto. Quanto senso di colpa diventato criterio di valutazione di sé e tramutato in violenza nei riguardi degli altri e/o in tristezza depressa per non essere come si dovrebbe. E quanto, in questo brutto mondo di pezzi unici, ha giocato un ruolo una certa presunzione cattolica del dire come debba essere una donna, come debba essere un uomo, senza aggancio alla carne, al corpo, alla concretezza della storia, all’esperienza viva di ciascuna di noi, di ciascuno di noi.

Non si può pensare di riappropriarsi di sé senza passare dal faticoso percorso di dire il non detto, di individuare quel codice non scritto, la cui violenza simbolica (come direbbe Bourdieu) ci orienta senza nemmeno percepirne il potere manipolatorio. È un percorso che consente di intravedere e a volte di riappropriarsi di verità profonde di sé, ma costringe anche ad avere a che fare con la frustrazione di non essere sempre in grado di affrancarsi nella propria consapevolezza. È necessario che il tempo sia anche compagno della liberazione e non solo il nemico da battere: il rischio sarebbe di agganciarsi addosso conquiste che in realtà devono radicarsi più profondamente, per non perderle non appena si vorrebbe correre. Per non avere più la sensazione debilitante e destabilizzante di subire la propria vita e non di possederla; per provare a non essere tanto fatalisti da pensare che non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare.

DISCORSO DI APERTURA DELLA SETTIMANA D'AZIONE DI MARIA 2.0

COLONIA, 19 SETTEMBRE 2020

di MARIA MESRIAN

Venite a tavola!

Un caloroso benvenuto a tutte e tutti voi che siete venuti a Colonia da vicino e da lontano. Abbiamo apparecchiato le tavole e vi invitiamo tutti a pregare con noi e a condividere il pane. Siamo qui davanti al Duomo di Colonia e siamo sulle spalle di donne giganti. Per 2000 anni le donne hanno portato il fuoco del messaggio di Gesù. Stavano in piedi sulla collina del Golgota. La prima testimone e annunciatrice della risurrezione è stata una donna e quasi 1000 anni fa una donna si trovava davanti alla venerabile cattedrale e chiamava le lamentele per nome: Ildegarda di Bingen.

Lei e noi siamo unite dalla convinzione che il messaggio cristiano di giustizia e di misericordia può rendere il mondo un posto migliore. Ci troviamo qui perché ci è difficile riconoscere il messaggio di Gesù nelle azioni di molti uomini potenti della Chiesa. Ci manca l'apertura e la libertà con cui Gesù ha accolto tutte le persone. Vediamo l'esclusione e la ristrettezza, l'abuso di potere e la disonestà. Abbiamo apparecchiato le nostre tavole perché desideriamo una chiesa in cui tutti siano benvenuti e nessuno sia escluso. Invitiamo la gente a condividere il pane con gli altri, secondo le parole: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Gesù ci ha insegnato a spezzare il pane dicendo: "Fate questo in memoria di me". Questo è molto più di un semplice ricordo. È una questione di realizzazione. Ci riuniamo nel nome di Gesù e quindi Egli è con noi. È la sua presenza che ci nutre. Non fissiamo ciò che vuole limitarci e costringerci. Il nuovo è già iniziato. Andiamo avanti e portiamo la brace più lontano.

Scrive Giovanni XXIII: "La tradizione significa custodire il fuoco, non conservare le ceneri". Con questo ci colleghiamo come fratelli e sorelle con uomini e donne di tutto il mondo. Dall'India riceviamo questo saluto dalla teologa femminista indiana Virginia Saldanha: "Care Sorelle di Maria 2.0 ammiriamo il vostro coraggio, la vostra creatività e il vostro impegno per l'uguaglianza delle donne nella Chiesa cattolica. Siete un'ispirazione per noi donne indiane. Ci incoraggiate anche nel nostro cammino! Vi auguriamo una settimana di successo e spero di essere con voi un giorno". Grazie Virgina per queste parole! Perché l'ultimo anno ha dimostrato che la nostra volontà di uguaglianza e di cambiamento globale nella Chiesa cattolica non è un problema di lusso per le donne e gli uomini occidentali.

La nostra rete del Catholic Women's Council è sostenuta da donne di tutto il mondo. Tutte lottano per la pari dignità e l'uguaglianza dei diritti nel loro contesto. Pertanto la nostra lotta non è un'egoistica visione dell'ombelico, ma un atto di solidarietà con le donne di tutto il mondo: nessuna donna al mondo vuole essere oppressa!

La Chiesa è un attore globale. Se attuasse il rispetto per la dignità e l'uguaglianza e gli standard di trasparenza e di controllo del potere nelle sue strutture, darebbe l'esempio e avrebbe un'immensa influenza positiva sulle società. Se non lo fa, oscura il messaggio del Vangelo. Dico deliberatamente questa frase qui a Colonia, davanti alla cattedrale: il potere senza controllo diventa arbitrario e diffonde paura. La Chiesa deve proclamare la Buona Novella. Non deve diffondere la paura.

Non smetteremo di mettere il dito nella piaga. Ma non ci fermiamo a questo. Il tempo del lamento è finito. Andiamo avanti e vogliamo vivere ciò che abbiamo capito dal Vangelo. Così insieme cominciamo…

Traduzione di Paola Lazzarini, a partire dalla traduzione in inglese del sito di Voices of Faith: https://voicesoffaith.org/conversations-1/2020/9/21/maria-mesrians-opening-speech-at-maria-20-action-week-19-september-2020

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Con questo documento vogliamo espressamente occuparci del DDL 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) presentato dal Sen. Pillon al Senato il 1 agosto 2018, che sta sollevando molte discussioni e generalizzate critiche da parte del mondo psicologico-giuridico e del diritto.

...continua a leggere "Donne per la Chiesa: il DDL Pillon non ha nulla di cattolico"

DICHIARAZIONE PUBBLICA DI CATHOLIC WOMEN SPEAK E VOICES OF FAITH (versione originale qui)

Abbiamo letto con disagio l'articolo “Migrants show the West the real face of motherhood, Vatican official says”, scritto da Elisa Harris e pubblicato su Crux l'11 novembre 2018 .

Nell'articolo, Gabriella Gambino, sottosegretario che dirige la sezione "Vita" nel Dicastero dei Laici, Famiglia e Vita presenta una dicotomia tra le donne migranti africane presentate come "prototipo di maternità vissuta in sostanza" e le donne "occidentali" che presumibilmente vedrebbero "la maternità come una fatica, come una scelta, come una decisione produttiva".

Come network di donne che attraversano molti paesi e una varietà di contesti, sentiamo di essere persone con percorsi di vita unici che non possono essere ridotti ai nostri continenti di origine. Le nostre vite sono incontri quotidiani con la grazia, lotta, gioia e dolore. Siamo persone, non copie di qualche prototipo filosofico ideale. Dobbiamo chiederci se una rappresentazione unilaterale delle donne africane, contro quelle occidentali, valorizzi le varie esperienze di vita delle donne reali o se non sia una nozione preconcetta artificialmente forzata in contenitori ideologici.

Anche noi conosciamo molte storie strazianti di donne che hanno concepito bambini in seguito ad atti di violenza. Anche noi conosciamo donne che sono emerse da queste esperienze credendo che il loro bambino fosse comunque un dono di Dio, la cui vita trascende le orribili circostanze in cui è stato concepito. Ma conosciamo altre donne che, spesso nella completa disperazione, mettono fine alle loro gravidanze, sia attraverso procedure mediche legalmente disponibili sia con pericolosi metodi "fatti in casa", che a volte hanno danneggiato permanentemente la loro salute. Queste donne e le loro storie esistono in tutte le culture, di tutti i continenti e nel corso della storia. Crediamo che mettere a tacere le loro voci e negare le loro esperienze, per sostenere un ideale altamente romantico della vita materna, sia un tradimento delle realtà delle donne e infligga solo una sofferenza maggiore a coloro che, senza colpa, non sono riuscite ad essere all’altezza di questo ideale.

Al di là della falsa dicotomia tra donne occidentali e africane, riteniamo inutile e pericoloso idealizzare la sofferenza delle donne migranti. Sì, la violenza può far emergere forze eroiche nelle donne, ma la violenza annulla, rompe, paralizza e distrugge. Faremmo bene a concentrare la nostra attenzione sulle cause della violenza, dell'ingiustizia e della sofferenza e sull'accompagnamento concreto di coloro che ne sono colpite, piuttosto che mettere un'aura di desiderabilità intorno alle lotte coraggiose, ma traumatizzanti delle donne. Come cristiani sappiamo che la redenzione può essere trovata nella sofferenza, ma non dovremmo romanticizzare tale sofferenza e vestirla come qualcosa di desiderabile e degno di imitazione.

Scriviamo come donne che hanno esperienza diretta di vita e lavoro tra donne africane e rifugiate. Non neghiamo che alcune siano conformi alla descrizione di quell'articolo di Crux , ma è disonesto strumentalizzare la loro sofferenza usandole per negare le esperienze complesse, e spesso tragiche, della maternità per le donne e per svalutare e criticare le donne occidentali . Osiamo suggerire che la professoressa Gambino è essa stessa un esempio di ciò che è possibile per le donne, grazie alle preziose e sempre minacciate libertà per le quali le donne in Occidente hanno lottato, e alle quali aspirano anche le donne rifugiate: la libertà di essere più che solo madri e di non essere definite solo nei termini delle proprie capacità materne.

Facciamo appello alla professoressa Gambino affinché ricordi che nella sua posizione ha una responsabilità verso tutti i laici, donne e uomini, nella Chiesa. La invitiamo a un dialogo aperto, onesto e inclusivo su ciò che la femminilità, la maternità e la femminilità significano per le donne di fede. La invitiamo a lottare insieme a noi, domandandoci insieme come la violenza abbia un impatto sulle donne nel mondo di oggi in molti modi, anche nella Chiesa cattolica. Se è stata citata erroneamente o travisata nell'articolo di Crux , speriamo che rilascerà una dichiarazione che lo corregga.

Se la Chiesa cattolica di oggi deve testimoniare la fede in maniera credibile ed essere un ospedale da campo per i fedeli nel nostro mondo travagliato, è responsabilità di tutti noi - ministri ordinati o funzionari laici - "avere addosso l’odore delle pecore" e questo può accadere solo quando siamo disposti a entrare nel disordine della vita reale, senza l'illusione dei "prototipi".

Chantal Götz, Managing Director, Voices of Faith
Petra Dankova, MSW, Advocacy Director Voices of Faith
Tina Beattie, Professor of Catholic Studies, University of Roehampton, Coordinator of Catholic Women Speak
Nontando Hadebe, Chair of Southern African Circle of Concerned African Women Theologians
Sheila Pires, Radio Veritas Producer and Presenter of “Catholic View Women Feature Programme” (South Africa)
Paola Lazzarini Orrù, Donne per la Chiesa

Mercoledì 14 novembre 2018

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Carissime sorelle,

abbiamo appreso con gioia la notizia della vostra convocazione al prossimo sinodo sui giovani, siamo felici che l’assemblea sinodale sia arricchita dalla vostra esperienza e sensibilità e salutiamo con soddisfazione il fatto che avrete la possibilità di partecipare attivamente sia ai piccoli gruppi che nei lavori dell’assemblea, portando la vostra parola. Siamo state però amareggiate nel constatare che le nuove regole del sinodo, pur prevedendo la possibilità di votare per alcuni laici (stabilizzando  quanto avvenuto già nel precedente sinodo sulla famiglia, con la partecipazione votante di un fratello religioso), non estendono tale possibilità alle donne, neppure alle religiose. ...continua a leggere "Lettera alle donne che parteciperanno al Sinodo"

Lo scorso 22 giugno abbiamo avuto modo di riunirci a Torino per presentare il Manifesto delle donne per la Chiesa e per iniziare a camminare insieme nella concretezza che viene dall’incontro di persona, dopo la conoscenza reciproca avviata sui social. Abbiamo trovato ospitalità presso Casa Cilla, una casa voluta dal padre della giovanissima Cilla Galeazzi, morta a quindici anni e innamorata del Signore che aveva incontrato mediante l’esperienza di CL, che accoglie familiari di persone che devono spostarsi a Torino per curarsi. La casa è portata avanti da volontari che ci hanno accolti con grande delicatezza e attenzione, preparando per noi un vero banchetto, perché parlare è bello, ma condividere la festa è ancora più bello.  Casa Cilla si trova all’interno del distretto Barolo, 15000 metri di terreno in centro a Torino che la Marchesa Giulia di Barolo ha destinato a opere sociali e in prima istanza alle donne, patrimonio portato avanti e amministrato dall’Opera Barolo.

Eravamo una ventina di persone provenienti non solo da Torino, ma anche da Pinerolo e addirittura da Saronno. Abbiamo ripercorso la breve eppure intensa storia che Donne per la Chiesa ha vissuto e poi abbiamo ascoltato Tiziana Ciampolini, esperta in riduzione della povertà e trasformazione sociale, che ci ha parlato di Giulia di Barolo, della sua passione per gli ultimi e per la sua capacità di stare tra Stato e Chiesa, portando le sue intuizioni sociali a diventare leggi e riforme del Regno di Savoia. Giulia è l’unica tra i santi sociali piemontesi a non essere stata ancora canonizzata, forse perché donna? O perché sposata, perché ricca? Chissà! Sicuramente la sua presenza e la sua opera hanno dato innumerevoli frutti e trovandoci in quel contesto anche noi ne abbiamo potuto beneficiare.

Paola Lazzarini ha poi presentato il Manifesto, che non è un documento semplicemente rivendicativo, ma che parte dalla lettura dell’esperienza delle donne che l’hanno scritto, un’esperienza piuttosto comune nonostante le varie età e provenienze delle redattrici, e che quindi inizia dicendo chi siamo: “donne credenti, discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio”; per poi mettere a fuoco i problemi ovvero da una parte il minor valore attribuito nella Chiesa alla fede e alla vocazione della donna e dall’altro l’impossibilità di entrare nei principali processi decisionali, attualmente saldamente in mano al Clero (quindi a uomini celibi).

Sono state poi portate due testimonianze personali di donne che hanno partecipato alla stesura del Manifesto e ora si stanno impegnando per promuoverne la diffusione: Maria Cristina Rossi che proviene dall’esperienza del MEIC e Fabiana Pagoto, che viene da un percorso parrocchiale. Per entrambe l’esperienza diretta non è stata di drammatico scontro con la discriminazione misogina, ma di una scoperta lenta e graduale, anche attraverso l’incontro con altre donne che ne hanno sofferto. Queste testimonianze ci hanno aiutate a vedere come da un lato sia difficile decodificare  i segnali del diverso trattamento riservato alle donne nella Chiesa e dall’altro come sia importante non fermarsi alla propria esperienza per dire “in fondo va tutto bene”, ma che ci si può impegnare per le altre, per quelle che davvero non hanno voce o hanno interiorizzato tanto la propria sottomissione da non riconoscerla neppure.

C’è stato poi lo spazio per la condivisione delle risonanze nei partecipanti, tra le quali donne imprenditrici nell’editoria cattolica, attive nel mondo del volontariato, religiose impegnate con le donne straniere. La ricchezza delle donne nella Chiesa è ogni volta occasione di stupore e gratitudine.

Ci siamo lasciate col desiderio di rivederci per creare un contesto di riflessione e approfondimento che ci aiuti a mantenere vigile l'attenzione sulla questione femminile e a sviluppare un approccio assertivo nelle realtà ecclesiali in cui già operiamo o vorremmo farlo. Camminando si apre il cammino.

 

 

 

 

di Maria Ilaria de Bonis

pubblicato su "In caritate" bollettino delle suore elisabettiane

La violenza si ripete ma non è mai la stessa. Man mano che diventa più visibile e manifesta, si fa anche più subdola e perversa. Specialmente quella contro le donne.

E’ uno degli aspetti meno indagati della violenza di genere ed è però giunto il momento di sviscerarlo. ...continua a leggere "Violenza contro le donne: uscire dalla dinamica vittima-aggressore"