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Come associazione Donne per la Chiesa abbiamo letto con attenzione il Motu Proprio di Papa Francesco. Esprimiamo soddisfazione perché vediamo in questo gesto del Papa, che ha di fatto modificato il diritto canonico rendendolo più inclusivo, una volontà di cogliere gli inviti provenienti dagli ultimi due sinodi e anche di mettersi in ascolto dell’azione di noi donne credenti, che in tutto il mondo ci impegniamo per promuovere una Chiesa più giusta, una Chiesa dell’uguaglianza di tutti i battezzati. E ne siamo grate.

Siamo ben consapevoli che per molti contesti si tratta della ratifica di una prassi pluridecennale, ma innanzitutto riteniamo significativo il passaggio da una concessione a un diritto e, in secondo luogo, siamo avvertite che non in tutto il mondo l’accesso delle donne all’altare era finora permesso. Per questo confidiamo che la riforma apra alle donne di tutto il mondo maggiori spazi di espressione della propria vocazione, spiritualità, discernimento. Soprattutto speriamo che si creino le condizioni perché le donne possano esercitare con sempre maggiore autorità il ministero della predicazione, che è così connaturato alla vocazione battesimale.

Siamo però consapevoli di trovarci appena all’inizio di un lungo cammino che la Chiesa deve compiere per fare giustizia di millenni di subalternità, misoginia, umiliazione e violenza contro le donne. Siamo fiduciose che il Papa e la Chiesa gerarchica tutta intendano questo come un primo passo a cui farne seguire presto altri.

A noi, in particolare, indica un metodo di lavoro: ovvero che occorre agire ora il cambiamento, vivere ora la Chiesa che vogliamo, sapendo che “la realtà è superiore all’idea” (come dice lo stesso Papa Francesco) e che le ratifiche arrivano e arriveranno sempre dopo.

Ci sentiamo quindi incoraggiate e rafforzate da questo documento nel nostro impegno per costruire una Chiesa nella quale figlie e figli siano accolti e possano far fruttare i propri talenti, con la stessa dignità e pari diritti.

di Maria Teresa Milano*

Sono ebraista e non mi occupo di questioni femminili in modo specifico, ma in qualche modo la storia delle donne attraversa da sempre le mie tante attività e i miei interessi, accademici e non.

La mia curiosità risale a quando ero piccola: mia mamma mi leggeva la Vera storia dei bonobo con gli occhiali, un libro della fortunata serie Dalla parte delle bambine diretta da Adela Turin e passavo le mie giornate con mia nonna che aveva creato intorno a sé un circolo femminile d’altri tempi, un numero nutrito di donne che faceva capo a lei per ogni sorta di domande e problemi. 

Sono cresciuta in una grande famiglia in cui tutte le donne hanno sempre lavorato e avuto ruoli di responsabilità, hanno sempre guidato e gestito i propri viaggi in modo autonomo, hanno potuto coltivare i propri hobby, hanno preso decisioni importanti e non ho mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, che in qualche modo le donne fossero inferiori agli uomini, anzi, mi è sempre sembrato che per molte faccende gli uomini avessero bisogno di appoggiarsi alle donne. 

Avrei poi trovato conferma di questo leggendo “L’anello forte” di Nuto Revelli, un ritratto sincero e profondo delle donne nella società contadina del cuneese d’un tempo, in cui molte vivevano una condizione di sottomissione soprattutto economica e diverse famiglie erano segnate dalla piaga della violenza domestica, ma laddove i mariti erano uomini perbene, l’opinione della moglie era tenuta in grande considerazione.

Sono entrata in contatto con la discriminazione di genere dunque molto tardi, forse perché non avendola in mente non riuscivo neppure a riconoscerla come tale. Ricordo che avevo forse già 25 anni quando ho capito che un uomo che batte un pugno su un tavolo è carismatico e sicuro di sé, mentre una donna che fa la stessa cosa è una prepotente o un’isterica, quando non una femminista (ovviamente il termine è pronunciato con disprezzo e porta con sé un corredo di immagini in cui i reggiseni bruciati sono solo il punto di partenza). 

Forse anche per questo ho iniziato a leggere le storie di donne con altri occhi e ho iniziato ad ascoltare le voci e le vicende femminili dal vivo, perché proprio come mia nonna anche io ho creato un mio “circolo”, in cui si parla di cose belle e di successi, ma anche di paure e di difficoltà, con grande schiettezza.

Ed è proprio a queste donne che ho iniziato a portare un pezzetto del mio lavoro su quel testo meraviglioso che è la Bibbia, a impiegare alcuni spunti che il testo ci dà perché penso che quel testo antico che per troppi secoli (ancora oggi purtroppo) è stato confinato all’ambito della fede e alla pratica religiosa, sia in realtà una miniera di riferimenti umani e universali.

Una grande studiosa israeliana, Rachel Elior, ha definito le donne della Bibbia “presenti/assenti” e in effetti tutti noi conosciamo Abramo, Mosè, Davide e Isaia, ma forse non abbiamo mai sentito parlare di Micol, Miriam, Chulda o Tamar. E se ne abbiamo sentito parlare forse ci sono apparse così lontane, nel tempo ma anche nei riferimenti, come se non c’entrassero nulla con la nostra vita.

In realtà, se noi eliminiamo da quelle figure la patina (o per meglio dire la coltre spessa) del moralismo e dei significati poco umani e molto simbolici che abbiamo accumulato lungo i secoli e proviamo a leggere i personaggi alla luce dell’esperienza prettamente umana e quotidiana, ritroviamo ogni minima sfaccettatura dell’essere donna, ogni singolo aspetto della nostra vita. Vediamo in quell’universo femminile tanti pezzetti di noi, a prescindere dalle nostre scelte di vita o di fede, perché quelle vicende ci raccontano in generale come siamo fatte, ci suscitano domande importanti e fungono da specchio.

Inoltre, cosa importante, possiamo leggere il rapporto tra le figure femminili e quelle maschili, possiamo osservare il loro modo di stare al mondo in quanto esseri umani. Non icone, non simboli, ma donne come noi. 

In quel libro troviamo ogni situazione possibile e ovviamente anche i grandi temi che ci toccano: la relazione con l’uomo in ogni forma (amare, essere amate, essere rifiutate, essere sfruttate, sedurre ed essere sedotte), la maternità, il ruolo sociale e comunitario, il rispetto e anche la violenza, verbale e fisica (a questo proposito ricordiamo lo stupro di Tamar e di Dina e la terribile vicenda della concubina di Gabaa).

Davvero credo che nelle storie di quelle donne si possano ritrovare i nodi della nostra esistenza, del nostro essere umani. 

Prendiamo per esempio Eva, il personaggio che più di ogni altro ha influenzato la percezione della donna nella nostra cultura e nella nostra società religiosa ma non solo. Ci è stata inculcata una visione profondamente errata e credo che spesso questo sia stato fatto in assoluta malafede.

Eva è associata alla parola peccato, è la tentatrice, è un essere subdolo e l’uomo Adamo è una vittima. Pensiamo a quanto questo ha condizionato e continua a condizionare il nostro modo di guardare il mondo e credo sia una violenza verbale (che poi ha ricadute anche molto concrete) da parte di tutti noi, ogni volta che guardando una situazione ci aggrappiamo al “modello Eva”, peraltro nella sua visione bieca e sbagliata, funzionale solo a disegnare modelli maschili e femminili utili a una società maschilista e patriarcale. 

Purtroppo la lettura errata della vicenda di Adamo ed Eva ha influito in modo molto pesante 

Ma cosa c’è scritto davvero?

Sono 2 i racconti della creazione: 1. Dio crea l’essere umano, maschio e femmina (assoluta uguaglianza in natura); 2. Dio crea la donna dall’uomo, come parte di lui e il testo dice che crea per lui un ezer kenegdo, un aiuto che sta di fronte e contro, ovvero in relazione dialogica e dialettica. Perché due racconti della creazione? Io credo per illustrare due aspetti: quello biologico, legato alla natura (maschio e femmina) e quello legato alla relazione (in dialogo e in dialettica). 

Di certo nessuno dei due racconti parla di superiorità dell’uomo sulla donna e nessuno dei due lascia pensare che l’uomo debba dominare la donna. Chiunque si appelli alla Bibbia per dimostrare questo o non l’ha mai letta, o non l’ha capita, o la usa in modo disonesto per i propri scopi. 

Cosa succede dopo la creazione? C’è il famoso fattaccio dell’albero della conoscenza del bene e del male. Eva vede che quell’albero è buono e bello da mangiare, desiderabile agli occhi, affascinante da comprendere. Quell’albero colpisce Eva nella parte più istintiva ovvero attraverso i sensi (bello, buono, desiderabile), ma anche nella sua mente, perché lei sente che è affascinante da comprendere. 

E così Eva coinvolge l’uomo in quella meraviglia e gli porge la mela, cioè gli dice: “facciamo questo percorso insieme, nella conoscenza della realtà”. Ma dopo essersi incamminati insieme lungo quel percorso, a un tratto i due si accorgono di essere nudi, ovvero capiscono di essere umani e vulnerabili. In effetti a quel punto il testo biblico dice che Dio consegna loro due tuniche di pelle. Adamo ed Eva piombano nella realtà: sono fatti di pelle, sono esseri umani e non angeli.

E allora inizia la fatica, che non è solo il duro lavoro della terra e la sofferenza del parto, ma è proprio la fatica di continuare a camminare insieme, uomo e donna, nel mondo reale, dopo che il paradiso è finito. 

Quando ci si innamora è come stare nel Giardino di Eden, poi si entra poco alla volta nella conoscenza reciproca e a un tratto ci si guarda e ci si accorge di essere nudi, umani, senza difese e vulnerabili, persone che sbagliano e che per la maggior parte del tempo fanno semplicemente quel che possono. La consapevolezza dà inizio alla fatica, ma non vi è nulla di tragico in questo, anzi, accettare quella fatica e starci dentro è il primo passo per cercare insieme, uomo e donna, il senso della vita. 

In effetti da Adamo ed Eva in poi, la Bibbia ci racconta di uomini e donne che affrontano le situazioni più disparate e se leggiamo quelle storie con occhi puliti, senza sovrastrutture, senza moralismi, vedremo proprio noi stessi e le nostre situazioni. E il punto fondamentale è che come ha fatto notare una psicanalista e filosofa francese, Éliane Amado Levy, tutta la storia è un susseguirsi di coppie e infatti la prima frase che pronuncia Dio nel racconto della creazione è “Non è bene che l’uomo sia solo”.

La donna non è un accessorio e non è uno strumento per fare figli; la donna è la metà dell’umanità e l’uomo non esiste senza donna. Lo dice molto chiaramente la Bibbia: uomo e donna camminano a fianco, fanno insieme la storia, si sostengono e si confrontano, stando sullo stesso piano.

Dunque l’uomo non ha alcun diritto di prevalere e se lo fa, ne pagherà le conseguenze, perché il suo prevalere è contrario alla natura e alla relazione. 

Allora perché la lettura di quel testo ha contribuito così tanto a creare la visione opposta? Questa è la classica domanda da 1 milione di dollari e mi permetto di dire che forse è successo perché la lettura è stata fatta soprattutto dagli uomini, spesso da uomini che non solo non erano sposati, ma avevano pure il sacro terrore delle donne. Se uno legge la Bibbia e ha difficoltà con le donne, è ben difficile che possa avere una visione oggettiva del testo e possa leggerlo in libertà. In realtà credo che sia ben difficile che possa avere una visione normale della vita in generale, ma questo è un altro discorso. 

Il testo biblico si presta a moltissime letture e ci insegna a guardarci, a farci domande, a ritrovarci in tanti piccoli frammenti che poi vanno a comporre la nostra esistenza.

Eva ci ricorda costantemente che noi donne siamo capaci di intraprendere percorsi di conoscenza, camminando a fianco agli uomini, nella reciprocità, condividendo esperienze e che nessuno ha il diritto di farci sedere sul sedile posteriore. Ricordiamolo ogni volta che sentiamo quella frase orribile “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Si sta a fianco, non dietro.

Miriam, sorella di Mosè e Aronne che canta per il popolo all’uscita dalla schiavitù d’Egitto, segnando così il punto più importante della storia ci ricorda che abbiamo una voce e che abbiamo il diritto di farla sentire nei momenti cruciali.

E gli esempi sono ovviamente decine e decine e non è possibile entrarci dento ora, ma vale la pena citare un particolare che mi ha sempre molto colpita. I racconti biblici spesso impiegano l’aggettivo “bella” per definire la donna. 

E questo ci ricorda una cosa fondamentale: è nostro diritto essere e sentirci belle sempre, perché non si tratta di proporzioni del viso, corpi scolpiti o pelle perfetta e non si tratta neppure di essere giovani ed esibirsi su Instagram e affini, ma si tratta di avere la consapevolezza che siamo belle anche quando passano gli anni, perché la bellezza viene dalle esperienze che abbiamo maturato, dai tesori che abbiamo dentro di noi e che ci rendono così speciali. Nessun uomo ha il diritto di dirci il contrario, anzi, gli uomini intelligenti guardano le nostre rughe e i segni degli anni e dicono: “Sei bellissima”.

Abramo e Sarah erano molto anziani e il testo dice che lei era bellissima, ma non lo dice di lui. Ricordiamolo ogni volta che diciamo o sentiamo dire: l’uomo diventa affascinante quando invecchia, la donna si “disfa”. In realtà lo stesso processo avviene anche nell’uomo e le nostre sono solo idee infondate ma così radicate che abbiamo iniziato a crederci.

Cari signori uomini che avete costruito un sistema intero su questo testo, facendovi patriarchi, provate a rileggere quel passaggio e a comprendere meglio la risata di Sarah, che è per sé ma anche e soprattutto per Abramo. E in quella risata c’è anche posto per un colpo dritto all’orgoglio maschile, perché Sarah esprime chiaramente il suo dubbio di poter provare piacere, data l’età del suo uomo.

Come ho detto, la Bibbia è davvero una miniera di riferimenti umani e universali e le sue donne ci parlano di quel che siamo. Forse possiamo cominciare proprio di qui, dicendoci chi siamo e cominciando così a essere presenti e non presenti/assenti.

* Maria Teresa Milano è docente di lingua, storia e cultura ebraica allo STI ISSR di Fossano, traduttrice, collabora con festival letterari, giornali, musei, teatri e associazioni culturali, crea progetti culturali e porta avanti l’attività artistica con le Voci Fuori dal Coro di Fossano e con il gruppo klezmer Mishkalé.

http://www.salottibiblici.com/

Questo intervento è stato fatto in occasione della Giornata contro la violenza alle donne per la Consulta per le pari opportunità di Genola (CN) e il Centro antiviolenza Mai più Sole.

Il Catholic Women's Council constata che la condanna del cardinale George Pell per abusi sessuali su minori è stata ribaltata dalla Corte Suprema dell'Australia perché i sette giudici che la compongono hanno deciso che la piena considerazione delle prove consentiva "una ragionevole possibilità che il reato non avesse avuto luogo".  Rispettiamo la decisione del tribunale, pur riconoscendo che una prova insufficiente a sostenere un verdetto di colpevolezza non equivale di per sé a una prova d'innocenza.  Come afferma il Testimone J che ha mosso le prime accuse contro Pell: "È difficile, in materia di abusi sessuali su minori, dimostrare a un tribunale penale che il reato sia avvenuto senza ombra di dubbio.  È uno standard molto alto da soddisfare - un onere pesante".

Offriamo le nostre preghiere per il Testimone J nella sua lotta di sopravvissuto agli abusi e per la famiglia della vittima che si è suicidata prima che iniziasse il processo.  Chiunque sia stato il colpevole o i colpevoli di questi casi particolari, sappiamo che sono parte di una crisi vergognosa e continua nella Chiesa e che ci sono molte storie di abusi, occultamento e collusione che devono ancora venire alla luce.

Molti membri del Catholic Women's Council hanno subìto abusi sessuali da parte di sacerdoti o sono state colpite dall'abuso nei confronti dei loro figli, dei loro familiari o amici.  Speriamo che l'assoluzione del Cardinal Pell non scoraggi altre vittime e sopravvissuti dal farsi avanti.

Ci impegniamo a lottare con e per tutti coloro che hanno subìto abusi per mano dei leader della Chiesa cattolica, e a chiedere conto a coloro che si sono resi colpevoli di aver coperto tali abusi così come a coloro che li hanno perpetrati.  A tutti i sopravvissuti agli abusi e ai loro cari che cercano giustizia con e per loro, vogliamo dire: "vi ascoltiamo, vi crediamo e siamo con voi".

Mercoledì 8 aprile 2020

(Il Catholic Women's Council è una coalizione di gruppi di tutto il mondo che lavorano per la dignità e l'uguaglianza delle donne nella Chiesa cattolica, Donne per la Chiesa ne fa parte)

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di Robert Mickens - versione originale qui

Continuiamo a sentire parlare di “incidenti” cosa che fa capire che i cattolici - e, in particolare, i loro vescovi - hanno imparato molto poco dalla crisi di abusi sessuali del clero.

Questo è abbastanza allarmante e deprimente, perché la Chiesa in Nord America si occupa da almeno trent'anni, se non da quarant'anni, di questioni che riguardano sacerdoti che abusano di bambini e adolescenti.

I cattolici in Gran Bretagna, Irlanda e Australia si trovano ad affrontare questa "piaga" da quasi altrettanto tempo. E quelli dei Paesi del Nord Europa hanno cominciato a fare i conti più apertamente con gli abusi tra le file clericali poco dopo il volgere del millennio.

Negli ultimi anni, anche i cattolici del resto del mondo sono stati costretti ad ammettere che anche nei loro Paesi si verificano ricorrenze di abusi sessuali da parte di sacerdoti.

Questo include luoghi negli ex bastioni cattolici dell'America Latina e dell'Europa meridionale, il continente africano, in gran parte omofobico, e la distesa asiatica, per lo più non cristiana.

Sembra che ovunque 2 o 3 (centomila) persone si riuniscano in nome del cattolicesimo, ci siano abusi sessuali da parte del clero in mezzo a loro.

Il sesso fa diventare ciechi i cattolici

Come cattolici, non ci piace sentirlo. E non vogliamo nemmeno ammetterlo. Ma quel che è peggio è che molti di noi non vogliono vedere - o forse siamo troppo accecati dalla cultura e dalla storia per vedere - cosa sia davvero l'abuso sessuale.

Non si tratta di sesso.

Lo ripeto, e vi chiedo di fermarvi a pensarci un attimo. Non si tratta di sesso.

Per la maggior parte dei cattolici, questo è probabilmente ancora più difficile da sentire, perché non ci occupiamo molto bene delle questioni sessuali. I confusi insegnamenti della Chiesa sull'argomento tendono a rendere la sessualità umana un idolo o (e, per fortuna, questo è meno comune oggi) qualcosa di sporco.

Le reazioni alle recenti rivelazioni che Jean Vanier ha abusato sessualmente di diverse donne ne sono la prova.

Il laico franco-canadese, che era visto come una specie di santo vivente per il suo straordinario lavoro con i disabili mentali, non era colpevole di aver commesso peccati contro il Sesto Comandamento.

Almeno non principalmente, così mi sembra chiaro.

Le donne dicono che Vanier ha abusato di loro sessualmente. Ma dicono anche che lo ha fatto con il pretesto di una sorta di spiritualità mistica.

Per quanto questo sia stato un abuso sessuale in senso fisico, è stato ancor più un abuso spirituale di queste donne, nel modo in cui ha usato le cose di Dio per manipolarle o controllarle.

Jean Vanier ha usato la spiritualità come un modo per ottenere ciò che l'altra persona non avrebbe o non potrebbe offrire liberamente.

Non ho mai sentito nessun teologo o predicatore parlarne in questo modo, ma sono convinto che questo significhi violare il Secondo Comandamento: "Non nominare invano il nome del Signore tuo Dio".

Ci sono persone nella Chiesa, specialmente tra i ministri ordinati (diaconi, sacerdoti e vescovi), ma anche tra i capi laici con un certo carisma (come Vanier), che lo fanno in vari modi.

Usando il proprio status religioso

Usano la loro posizione nella Chiesa o la loro autorità spirituale per soddisfare i propri bisogni o desideri egocentrici.

Lo fanno - e spesso con poca consapevolezza di sé, mi sembra - convincendo le persone in nome di Dio a dare loro denaro, sesso, onori, informazioni private sugli altri e ogni sorta di cose.

I tele-evangelisti che si arricchiscono vendendo il cosiddetto "Vangelo della prosperità" ne sono l'esempio più odioso e plateale. Alcuni ordini religiosi cattolici che ingannano le vedove e altre persone ricche non sono migliori.

Tendiamo a guardarli con disapprovazione e giustamente.

Eppure non riusciamo a vedere come i nostri buoni sacerdoti e vescovi - e altri leader spirituali carismatici - possano cadere nella stessa tentazione di usare il loro status religioso (e, spesso inconsapevolmente!) per alimentare i loro bisogni personali.

E quando dico "noi", intendo tutti noi cattolici. Tendiamo ad essere ciechi di fronte a questa realtà. Non vogliamo vederla.

Probabilmente non è un caso che in una Chiesa (e in una società) dominata dagli uomini, la stragrande maggioranza di coloro che si approfittano sessualmente o spiritualmente degli altri sono uomini.

Il desiderio degli uomini di manipolare o addirittura di abusare di coloro che sono più deboli o sotto la loro autorità - donne, altri uomini, adolescenti o bambini - è probabilmente rafforzato, anche inconsapevolmente, dal semplice fatto che gli uomini hanno sempre potuto farlo in un sistema patriarcale come quello della Chiesa.

Il patriarcato e il suo primogenito, il clericalismo, hanno permesso agli uomini di Dio di violare il vero significato del Secondo Comandamento, probabilmente fin dai tempi in cui i giganti della nostra fede camminavano sulla terra.

Continueranno a farlo fino a quando le donne non diventeranno veramente membri uguali della Chiesa, uguali agli uomini ad ogni livello di autorità decisionale e ad ogni livello di servizio ministeriale. Non arriveremo alla radice della crisi della Chiesa finché questo non accadrà"

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di Rebecca Bratten Weiss

Versione originale comparsa su Patheos.com

Negli ambienti cattolici conservatori in cui sono stata educata, era comune per chi parlava o scriveva di questioni di genere riferirsi a Maria Madre di Gesù come un ideale femminile. Le giovani donne erano ammonite di imitare Maria nella purezza, mansuetudine, umiltà e obbedienza. L'immagine che ci è stata presentata era di una ragazza silenziosa e carina, addobbata in abiti voluminosi, con la testa china e lo sguardo basso.

E Maria era di solito raffigurata come bianca, ovviamente. Perché il candore corrisponde alla purezza, è chiaro, e le giovani donne caucasiche hanno bisogno di vedere un modello che somigli a loro.

"Maria ama la modestia" era l'ideale della moda. La sottomissione femminile alle autorità, in particolare le autorità maschili, era la virtù obbligatoria. Restava inteso che se ci fossimo sposate avremmo seguito lo schema stabilito da Maria nella sottomissione e obbedienza della moglie.

Questo approccio all'identità femminile può rovinare la salute mentale e deformare la coscienza a seconda che se si sia brave o meno. Io non sono mai stata molto brava in questo, quindi "Mary like modesty" e "sottomissione femminile" hanno finito per essere catalizzatori, per me, di quella famosa colpa cattolica di cui sentiamo così tanto parlare.

Mi è stato ricordato di quanto sia dannosa questa cultura, di recente, quando un gruppo di cattolici di estrema destra stava discutendo la questione della sottomissione femminile. Il contesto era questo: una donna aveva scritto pubblicamente che il suo fidanzato le aveva chiesto di smettere di indossare i tacchi alti e che lei aveva accettato. Mentre i tradizionalisti di estrema destra l'hanno elogiata per questo, altri, anche sacerdoti cattolici, l’hanno considerato problematico. Un uomo che impone preferenze di moda a una donna, e non dicendo "questo è solo un mio gusto", ma sotto forma di un mandato morale? Questa è la ricetta per un abuso.

E non è cristiano.

Essendo appena tornata da una lettura del racconto evangelico dell'Annunciazione, la mia risposta a questa discussione è stata: da dove proviene questa ossessione per il considerare l'idea di "obbedienza femminile" come cristiana?

Sono contenta che la mia emancipazione da una struttura di potere patriarcale, che si appropria dell'insegnamento di Gesù, abbia raggiunto questo punto. Sono felice di poter finalmente vedere che loro, e non io, sono quelli che distorcono e tradiscono il Vangelo.

Sì, abbiamo alcuni passaggi nel Nuovo Testamento in cui gli scrittori maschi dicono alle donne di sottomettersi ai loro mariti, ma ciò che mi colpisce di quei passaggi non è "quanto siano rivoluzionari e cristiani", ma piuttosto "quanto sia conforme a quel tempo". Ci si aspettava mitezza e obbedienza dalle mogli nella cultura patriarcale dell'impero romano e della Palestina ebraica. Quando Pietro, Paolo e Timoteo affermano che "le donne dovrebbero essere sottomesse", non sembrano seguire Cristo. Sembra che stiano dicendo a questi cristiani radicali di conformarsi alla cultura dominante del mondo in cui vivono.

Perché nella storia della Natività, nulla delle azioni di Maria mi sembra sottomesso agli uomini. Quando l'angelo le si avvicina con un annuncio sorprendente non chiede il permesso né a suo padre né al suo fidanzato. E la decisione che prende è quella che potrebbe farla lapidare a morte dalla sua comunità, lei lo sa, ma è comunque d'accordo. "Sono l'ancella del Signore", dice, non la serva di nessun uomo.

Non vediamo molto di Maria nei Vangeli. Ma quando la vediamo, non si comporta in modo particolarmente mansueto o sottomesso. Quando sente che Elisabetta è incinta "si precipita" a farle visita, non aspettando il permesso di lasciare la sua casa o chiedendo un accompagnatore maschio. Quando arriva ed Elisabetta sente il miracoloso movimento del bambino dentro di sé, la risposta di Maria è cantare un canto di lode per il quale avrebbe potuto essere arrestata come rivoluzionaria:

L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,

perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome:

di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,

come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Maria appare alle Nozze di Cana e riesce a comandare sia suo figlio che i domestici. Da un lato, questo mi sembra esattamente cosa farebbe una madre ebrea organizzata e piena di buon senso in un evento, quando vede le cose andare male e vuole sistemare la situazione. Ma sta anche prendendo in mano il miracoloso - decidendo da sola quando è arrivato il momento che suo figlio, inizi il suo ministero terreno. Mostra un'autorità spirituale sulla festa, che assume un significato liturgico a causa del lavoro miracoloso che Gesù compie lì. Se il matrimonio di Cana era una prefigurazione della Messa, era una prefigurazione in cui una donna stava presiedendo.

Più tardi, vediamo che lei e le altre donne stanno al fianco di Gesù durante la sua condanna, tortura e morte. La maggior parte degli uomini fugge, ma le donne sfidano l'autorità romana e la leadership religiosa. Restano.

Maria nei Vangeli agisce in accordo con una lunga serie di donne che generano la volontà divina attraverso comportamenti indisciplinati. Sì, anche Eva. Se dobbiamo dire, come cristiani, "o felice colpa" - dobbiamo dare credito alla donna per questo. La disobbedienza di Eva può essere deplorata dai capi religiosi maschi, ma è ripetuta e reiterata attraverso le scritture ebraiche nelle storie di Sara, Rebecca, Rachele ed Esther, che hanno tutte disobbedito e sfidato gli uomini nelle loro vite. Poi abbiamo Ruth, che di notte si è insinuata nel letto del suo capo - e Giaele che ha conficcato un paletto da tenda nella testa di un generale - e Giuditta, che ha completamente tagliato la testa di un altro generale.

La storia delle donne che portano avanti la storia della salvezza sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento è una storia di sregolatezza, non di sottomissione. Il modello che Maria di Nazareth ci presenta è quello di un'audace autonomia, una donna che rivendica una linea diretta con Dio, invece di rinviare a un uomo come rappresentante di Dio.

Capisco quanto debba essere stato snervante per gli uomini in quel momento, anche per quelli che seguivano Gesù. Sembra che i suoi discepoli maschi siano rimasti perplessi dalla presenza delle donne nel seguito, cercando di scacciarle e tenere il loro insegnante tutto per sé. Ma Gesù non lo permise.

I successori di questi discepoli maschi sembrano aver svolto la missione di allontanare le donne, piuttosto che quella di seguire l'esempio di Gesù che ha cancellato le distinzioni tra uomo e donna, ricco e povero, ebreo e gentile. E oggi le ossessioni per un falso ideale della femminilità cristiana ci portano ancora più lontano dagli esempi di Gesù e di Maria. Chi sta servendo una donna, quando decide di essere sottomessa agli uomini, di accettare i desideri maschili, di essere passiva nei confronti dell'autorità patriarcale? Sta servendo gli uomini, i loro desideri, il loro orgoglio.

Non sta servendo Dio.

di Maura Bertini

Una bella domenica di giugno, delegata da Paola Lazzarini, mi trovo a rappresentare “Donne per la Chiesa” all’annuale assemblea di “Noi Siamo Chiesa”, aderente all’“International Movement  We Are Church”.  Motivo del gentile invito è il tema principale della riunione: il ruolo delle donne. In effetti non potevamo mancare!

Mi muovo di primo mattino alla volta della Cascina Contina, nella campagna a sud-ovest di Milano. Solo il luogo vale il viaggio. La Contina è una grande cascina ristrutturata nella quale vivono, in diverse abitazioni, famiglie che accolgono persone  provenienti da una storia di disagio sociale. Il luogo è gradevole e curato e l’accoglienza dei padroni di casa ottima. Il verde intorno fa il resto.

Veniamo però al motivo del mio scritto e cioè l’assemblea di “Noi Siamo Chiesa”.  Cronaca: alla presentazione del coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite, segue l’ascolto di  donne appartenenti a diversi gruppi, ben coordinate da Giuseppina Perruccidi NSC. Sono belle storie, belle esperienze, stili e modi diversi di partecipazione alla vita ecclesiale e sociale e tante sintonie.

Antonella Madella appartiene all’Ordine della  Sororità di Mantova (“un gruppo di donne convocate dallo Spirito Santo per vivere la fede cristiana secondo la differenza femminile nella Chiesa cattolica locale” così si definiscono). Antonella parla della regola di vita della Sororità, di ciò che la ispira, sottolinea il discorso del riconoscimento che per ogni persona è importante, ma di solito non ci si aspetta che venga da una donna. Ricorda l’episodio evangelico della Visitazione nella quale Maria “riconosce” Elisabetta come donna nella quale Dio ha compiuto meraviglie. Per le Comunità Cristiane di Baseinterviene Grazia Villa:   racconta, tra le varie esperienze, quella del  sinodo europeo delle donne a Barcellona nel 2003 (tale partecipazione le aprì allora piste inedite di riflessione nate dall’incontro con donne credenti  di diverse provenienze, in particolare ricorda il tema della ricerca e rappresentazione del divino). E’ la volta di Antonella Marinoni(Spazio Asmara ed equipe Decapoli). E’ sempre interessante ascoltarla sui percorsi formativi e missionari che profumano di profezia. Antonella ricorda l’incontro con le donne in Cambogia, gli incontri biblico-teologici e il percorso con Decapoli nella Chiesa di Milano sul tema del clericalismo. Dice Antonella che, per quanto riguarda il ruolo delle donne, in gioco non ci sono rivendicazioni ma la vita stessa e la salute della Chiesa!Elza Ferrariodelinea genesi e attività dell’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne. Elza sottolinea  inoltre che le domande che le donne pongono alle Chiese non dovrebbero interessare solo le donne ma tutti coloro che hanno a cuore il Cristianesimo. Le domande delle donne mettono in luce la fragilità e l’inadeguatezza di molti modelli ecclesiali e pertanto possono offrire spunti di miglioramento e di ricerca. Gabriella Cappielloporta un interessante contributo sull’impegno  come ginecologa e come rappresentante dell’Associazione  “Amiche e Amici della Cittadella”. Antonietta Cargnelinterviene in quanto donna con ricco bagaglio di esperienze nella Chiesa, a partire dal suo impegno giovanile in Azione Cattolica. Richiama l’importanza della relazione tra diversi nel segno del riconoscimento dell’altra persona come autonoma, che può e deve prendere decisioni. Nelle relazioni è essenziale conservare la dialettica, saper vivere il conflitto che nasce dal riconoscimento che l’altro non corrisponde alle aspettative. Quali relazioni coltiviamo nella Chiesa?

Per parte mia, racconto come è nata l’esperienza del gruppo “Donne per la Chiesa”sfociata recentemente nella nascita dell’Associazione, cito dal manifesto i criteri della nostra presenza – assertività, libertà, alleanze. Poi espongo le linee guida per la  programmazione futura: 1) accrescere la consapevolezza che le donne hanno ancora molto da dare e da dire in vari ambiti e a vari livelli nella Chiesa e nella vita sociale, 2) agire come lievito nella pasta nei luoghi in cui viviamo, 3) cercare l’equilibrio tra le istanze anche urgenti che ci abitano e le attenzioni alle persone che incontriamo e frequentiamo, perché comprendano il senso profondo del nostro impegno libero, disinteressato, amorevole verso la Chiesa, 4) curare la formazione, 5) fare alleanze con coloro che hanno a cuore le questioni che riguardano le donne e la conversione missionaria e sinodale della Chiesa, 5) avviare cammini insieme ai fratelli e le sorelle di altre Chiese cristiane e di altre religioni, 6) avviare percorsi formativi e culturali anche al di fuori delle Chiese, 7) coltivare la partecipazione ad attività  promosse da partner internazionali, quali ad esempio Voices of faith. Conclude la mattinata Zuzanna Flisowska, giovane responsabile dell’ufficio italiano di Voices of faith con sede a Roma. Si respira aria internazionale quando parla delle campagne promosse per valorizzare le donne nella Chiesa cattolica e per promuovere la loro partecipazione a ruoli decisionali. Zuzanna cita la raccolta firme per la partecipazione al voto delle superiore religiose al sinodo sui giovani e invita ad aderire singolarmente o come gruppi  alla campagna  2019 online overcomingsilence.

Portiamo tutto ciò che abbiamo ascoltato all’interno della Santa Messa. La cura attenta della liturgia e quanto vissuto insieme rendono particolarmente intensa la celebrazione eucaristica. Poi, con un  allegro pranzo a base di prodotti della Cascina, ci si prepara alla discussione del pomeriggio!

 

Milano 23-06-19 Donne per la Chiesa all’Assemblea di NSC

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Con questo documento vogliamo espressamente occuparci del DDL 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) presentato dal Sen. Pillon al Senato il 1 agosto 2018, che sta sollevando molte discussioni e generalizzate critiche da parte del mondo psicologico-giuridico e del diritto.

...continua a leggere "Donne per la Chiesa: il DDL Pillon non ha nulla di cattolico"

di Emilia Palladino
docente di Etica della famiglia e condizione femminile
Università Gregoriana

 

Il documento finale della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, che si è tenuta a Roma dal 3 al 28 ottobre 2018, contiene tanto in positivo quanto in negativo le caratteristiche di un testo ricavato da procedimenti collegiali impegnativi e faticosi, propri dei meccanismi sinodali a cui ha dato impulso nuovo papa Francesco. ...continua a leggere "Una lettura “di genere” del documento finale del Sinodo sui giovani"