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di Maria Teresa Milano

(conferenza tenuta nell'ambito del progetto "L'Anello Perduto" il – 13 novembre 2021)

Vorrei anzitutto chiarire la differenza tra lamentarsi (in cui c’è anche la lamentela) e lamento.

Tutti ci lamentiamo – del lavoro, della vita frenetica, del vicino di casa, del marito/moglie, dei figli, del covid… - ma questo non ha nulla a che vedere con il lamento. Anche io ogni volta che emetto una fattura mi lamento del fatto che il 43% dei miei introiti va allo Stato e che sono proprio stufa della partita IVA, ma questa è una lamentela e non dice nulla di davvero intimo di me, tant’è che lo posso fare seduta al bar o in questo incontro con voi anche se non ci conosciamo. Lamentarsi è una delle componenti della nostra comunicazione verbale con gli altri e certo ha gradi diversi di intimità a seconda dell’interlocutore, ma per quanto ci apriamo, il nostro non sarà mai un lamento, quello vero, che nasce e si sviluppa dentro di noi e che origina un vero e proprio percorso interiore.

Il lamento di cui desidero parlare è quel “sospiro” che nasce dalle nostre viscere e che solo in certi momenti della vita ci permettiamo di cogliere e di esprimere, perché riesce a erompere solo quando prendiamo atto di una nostra situazione divenuta insopportabile.

Veniamo al mondo con un lamento (il bambino uscito dal calore protettivo della pancia della mamma saluta il mondo con un grido, un pianto) e lasciamo il mondo con un sospiro o talvolta con un gemito (toccante l’immagine di Gesù sulla croce, in tutta la sua umanità). 

I nostri anni sono segnati da mille espressioni che dicono le nostre emozioni e il nostro modo di guardare alla vita, ma sono pochi i momenti che dedichiamo al lamento, forse anche perché quel lamento giunge solo in situazioni davvero critiche e nasce solo quando riusciamo a riconoscerle come tali. Azzardo a dire che il lamento è il nostro riconoscimento che qualcosa non va sul serio e dunque diventa “espressione” fisica che esprime la nostra assunzione di responsabilità nei confronti della nostra vita. Finché riconosciamo che qualcosa non va, ma continuiamo a tirare dritti per la nostra strada, cercando di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ci limitiamo a lamentarci ma quando decidiamo di cambiare quel qualcosa che non va e riconosciamo/diamo importanza alla nostra sofferenza, allora riusciamo a far nascere il lamento.

Secondo Westermann il lamento è il linguaggio della sofferenza, secondo Ackermann è lo strumento che serve a esprimere le emozioni che scaturiscono dal dolore, tanto intense che non si trovano le parole.

Secondo Rav Jonathan Sacks “il lamento è la scintilla da cui parte il processo di guarigione da una ferita ed è importante fare attenzione che il lamento non diventi un luogo di chiusura, in cui continuiamo a rivoltarci. Deve essere ascoltato e compreso, ma bisogna uscirne per poter guarire”.

Il lamento, come ho detto, non nasce perché corriamo troppo o ci è capitato un intoppo o non possiamo fare quel che vorremmo, ma da particolari condizioni dell’esistenza – spesso di fronte a qualcosa che ci ferisce nel profondo e su cui non possiamo agire.

Una situazione classica è quando percorriamo una via diversa da quella che in fondo sappiamo essere più autentica ma che non abbiamo il coraggio di intraprendere per paura, legami e vincoli, condizioni sociali o famigliari… Ci raccontiamo un sacco di storie per tenere in piedi il nostro castello, ma c’è quella vocina dentro che ogni tanto si fa sentire per riportarci a un “noi” che ci fa paura affrontare e che spesso tentiamo di rimuovere con tutte le nostre forze. Ce la contiamo per un po’, a volte per anni, ma se prevale in noi l’onestà, alla fine riconosciamo il conflitto interiore e decidiamo che per vivere dobbiamo risolverlo. Lamentarsi può portare alla rimozione (quindi non alla soluzione), elevare un lamento può generare un processo catartico. 

La Bibbia è il libro dell’uomo e contiene tutte le possibili sfumature dell’esistenza umana, dunque riporta in varie forme il lamento (e anche il comune lamentarsi ovviamente). Voi avete scelto i salmi e a ragione, perché su 150 sono ben 73 quelli che contengono l’elemento essenziale del lamento – supplica orante a Dio per chiedere aiuto. Di sicuro il lavoro redazionale che ha portato alla formazione del canone ha cercato di trovare un equilibrio tra lamento e lode.

Teniamo conto del fatto che nel testo biblico (e credo in altre culture/narrazioni) il lamento assume anche connotazioni politiche, sociali e religiose e tirare in ballo Dio può al tempo stesso accusare o celebrare, essere spirituale o sovversivo.

Secondo Brueggemann il lamento è rischioso perché le lacrime divengono idee. In alcuni momenti è pericoloso e provocatorio perché sfida le strutture di potere, richiede giustizia, spinge ai limiti i confini delle nostre relazioni tra di noi e tra noi e Dio. Ricorda a Dio che deve intervenire.

Tra i tanti salmi che contengono lamento, ne ho scelto uno in particolare, il più estremo, perché ci sono momenti della vita in cui noi siamo proprio in quella condizione.

Come ho detto, la Bibbia ci racconta ogni minima sfumatura di noi e quindi anche questo particolare stato di disperazione totale descritta nel Salmo 88, che è stato definito il più pericoloso e irrisolto e forse il più senza speranza di tutti i lamenti. È l’unico a non esprimere né un ringraziamento né un voto né una lode. È rabbia e protesta ed è lamento allo stato puro, non diretto a un nemico o a una condizione qualsiasi di disagio o malattia, ma a Dio stesso.

SALMO 88

Questo salmo è l’espressione più viva di come ci sentiamo noi in certi momenti della vita ed è interessante che nella disperazione si arrivi ad attribuire a Dio cose che non dipendono affatto da Lui. Sorrido sempre quando leggo “Hai allontanato da me i miei amici, m'hai reso abominevole per loro… Hai allontanato da me amici e conoscenti; le tenebre sono la mia compagnia” perché mi viene da dire “Ma guarda che sicuramente hai fatto tutto da solo”.

Ci sono momenti in cui siamo talmente insopportabili nel nostro crogiolarci che riusciamo ad allontanare anche chi ci ama di più. Siamo noi ad allontanare le persone da noi, non lo fa Dio.

In questo climax il salmista arriva a dire “Perché, SIGNORE, respingi l'anima mia? Perché mi nascondi il tuo volto?”. In realtà Dio non respinge nessuno e non nasconde mai il Suo volto. Forse noi fatichiamo a vederlo, ma ancora una volta il problema è nostro.

La Bibbia ci dice che Dio ci ascolta sempre, ma ci sono momenti in cui tace.

Il libro di Giobbe è stato scritto per molte ragioni (è interessante e complesso e non ne parliamo qui) e tra queste credo ci sia anche l’esperienza del silenzio di Dio.

Non credo che Dio stia in silenzio per “punirci” o per farci soffrire, ma che lo faccia quando non siamo ancora pronti a sentire quel che ha da dirci. Oppure ci parla, ma noi non vogliamo sentire, perché quel che dice ci può fare male, perché va contro a quel che abbiamo deciso. 

In fondo questo può succedere anche nella vita concreta. Se abbiamo la fortuna di avere accanto qualcuno che ci ama profondamente e senza “secondi fini”, sappiamo cosa significa sentirsi dire cose che sono lame piantate nel cuore. E sappiamo cosa vuol dire non voler sentire, urlare contro chi ci dice quelle cose, perché solo chi ci ama veramente può dirci le cose più terribili su di noi e accettare di ricevere in cambio urla, arrabbiature, silenzi pesanti, dolore. Solo dall’amore profondo escono le parole più dure e solo chi ama si prende il rischio di pronunciarle. E noi ci prendiamo il rischio di rifiutare le parole e la persona, perché sappiamo che resterà comunque lì per noi.

Lo stesso succede con Dio e il Salmo 88 dice che Dio ci ama così profondamente da sbatterci in faccia le nostre incapacità a un certo punto della vita; noi non ascoltiamo, urliamo, strepitiamo, ma poi riusciamo a far salire il lamento profondo ed esistenziale.

Questo salmo 88 ci presenta però anche un’altra condizione umana: l’autocommiserazione.

Il fatto è che abbiamo bisogno di lamento, di pianto, dobbiamo esprimere rabbia e sofferenza, ma quando tocchiamo l’abisso, prima di scivolare nell’autocommiserazione, bisogna riprendersi. Si tocca l’abisso per risalire, non per sguazzare.

E come si impara a risalire?

Non ho certo la verità, ma cerco tra quelle pagine la forza per provarci e trovo diverse parole importanti, tra cui quella che voi avete scelto: FIDUCIA.

In ebraico vi sono diversi termini per indicare la fiducia e io ve ne segnalo uno in particolare: ‘Emun, che è legato a ‘emunah-fede e a quella affermazione che sta al fondo di molte preghiere: ‘amen.

È curioso che ‘emun sia legato anche a ‘omna che significa trave, come a dire che la fiducia è davvero l’elemento portante di un rapporto, che sia tra uomini o con Dio. Ed è anche l’elemento che se si incrina o si spezza fa cadere in un attimo tutto il palazzo. Quando viene meno la fiducia tutto si sgretola, non c’è più alcuna possibilità, ma la sfida è proprio questa: continuare a fidarsi, perché è questo che fa Dio nei tanti racconti biblici, dal diluvio in poi; anche di fronte alle cose più terribili, passata la tempesta, torna a dare una chance.

Ed è questo il nostro motore, perché chi perde la capacità di dare fiducia diventa sterile, quello che io chiamo “anestetizzato emotivo”. 

Se io ho dato fiducia a qualcuno e lui/lei l’ha tradita, semplicemente ha sciupato il dono prezioso che gli/le ho donato, ma a me quella capacità di donare resta. È vero che io sento una delusione profonda, ma a perderci è l’altro/l’altra. Io continuerò a scommetterci.

La fiducia è ricorrente nei salmi, come in tutto il testo biblico e riguarda sì la relazione con gli altri, ma emerge anche forte l’importanza di avere fiducia in Dio (senza scivolare nel fatalismo).

SALMO 23 – il pastore che si prende cura e ci ristora, ci dà un posto in cui “albergare”.

SALMO 90 – immagini delle ali che offrono rifugio, conforto e le ali di Dio sono come le braccia di chi ci ama – nessun essere umano può vivere senza carezze, abbracci, senza il calore e il profumo della pelle dell’altro/altra, da quando siamo neonati fino agli ultimi giorni della vita.

Chiudiamo con il SALMO 4, uno dei miei preferiti, purtroppo tradotto male nella versione italiana. È un salmo difficile dal punto di vista linguistico, ci sono moltissimi commenti di diversi Maestri lungo i secoli e non entriamo in questo, ma lo leggiamo nella mia traduzione.

C’è il tema della notte, quel tempo in cui nella Bibbia accadono i più grandi eventi (passaggio del Mar Rosso, profezie, sogni importanti, ecc…), un tempo in cui ci si trova spesso soli con se stessi, nel silenzio e dunque è un tempo che può fare anche molta paura. La notte amplifica i dubbi e le domande e questo salmo dice di stare in silenzio e parlare al proprio cuore. Non di parlare a chi ci sta intorno, ma a quella parte di noi così profonda che troppe volte non vogliamo ascoltare.

A mio avviso, il salmo 4 ci presenta in modo molto chiaro cosa significhi avere fiducia in se stessi.

C’è la fiducia che diamo agli altri e che può essere tradita, c’è quella che diamo a Dio e che non viene tradita anche se a volte abbiamo quell’impressione e infine c’è la fiducia che diamo o che non diamo a noi stessi, perché la paura ci frena e ci mancano le forze (in effetti il salmo 88 che abbiamo visto sopra lo dice: sono come un uomo ormai privo di forza).

È la fiducia in noi a fare la differenza, è il motore che ci spinge a trasformare il lamento in azione costruttiva. È quella “trave” che ci può sostenere e permetterci scelte importanti e autentiche.

Voi avete fatto una scelta importante, avete chiuso un matrimonio dopo anni di speranze, sogni, desideri, tante cose realizzate ma anche dolori e avete senz’altro ingaggiato battaglie per tenere in piedi quel legame, come se fosse quello a sostenervi, come se la promessa valesse sopra ogni cosa, ma non è così. (su promesse e “per sempre” vi consiglio la lettura di un saggio molto bello di Maria Cristina Bartolomei che si intitola “Fissità e perennità”).

È difficile, spesso non vogliamo sentire o forse non vogliamo vedere; abbiamo tutte le informazioni, il cuore ci dice chiaramente qualcosa ma comunque non diamo inizio al lamento e al percorso di guarigione. La vita, però, è imprevedibile e Dio ha un gran senso dell’umorismo, dunque se siamo fortunati, continuerà a metterci di fronte un segno dopo l’altro finché non succederà qualcosa, magari del tutto insignificante, che finalmente ci farà smuovere. 

A me è successo proprio così e ho preso una decisione importante della vita quando ho deciso che l’eventuale delusione degli altri era molto meno importante della delusione che negli anni avrei provato per me stessa.

Non è stato semplice e ho dovuto fare un grande atto di fiducia in me e un grande atto di fiducia negli altri. La fiducia in Dio non era neppure in discussione. Sono una biblista, so per certo che Dio ci ama e ci vuole felici e che aborre il sacrificio di ogni tipo.

Lamento e fiducia richiedono coraggio e un pizzico di umiltà che fa dire “Ok, ora si cambia rotta”.

Conosco persone splendide che hanno ribaltato la loro vita per dare corpo ai desideri, ai talenti personali e per guardare avanti in altro modo: amici che si sono separati, preti che hanno lasciato il ministero e suore che hanno lasciato la vita religiosa per ricominciare da capo, altri che hanno cambiato nazione o hanno rinunciato a quello che a 25 anni era il “progetto di lavoro e di vita” e a 50 non lo era più. 

La vita cambia, noi cambiamo e credo davvero che ciascuno di noi abbia il diritto di elevare il proprio lamento, quello delle viscere, per nutrirlo e “parlare al proprio cuore nella notte”, senza pressioni e senza ricatti più o meno espliciti, per emanciparsi ed essere onesto con se stesso.

Voglio chiudere con un episodio di Genesi. Quando Giacobbe regala la tunica al figlio Giuseppe perché è il suo preferito, secondo alcuni commenti dei Maestri in realtà lo ingabbia, perché quella tunica lo mette su un binario (ketonet passim può voler dire anche “tunica a righe”). Giuseppe in effetti verrà venduto, resterà in prigione e solo quella sua capacità di sognare, riconosciuta da estranei e non dai suoi, lo farà vivere. Ma per vivere e brillare, Giuseppe deve perdere la tunica e, con tanta fiducia in sé (ma anche con la fiducia del Faraone nei suoi confronti), forgiare una nuova identità. 

Bisogna prendere tra le mani quella “trave” che è la fiducia in noi, in Dio e in chi ci ama e avere l’umiltà e il coraggio di cambiare direzione nella propria vita. Mi permetto qui di rimandare al concetto di vita a ZigZag che ho elaborato insieme al filosofo Luca Margaria nel nostro ultimo libro “Abitare le Parole. Suggestioni semiserie sulla vita dalla A alla Z”.

Lamento e fiducia ci aiutano a uscire dal binario e ci fanno vivere lo zigzag della vita in tutta la sua meravigliosa complessità.

di Maria Teresa Milano

Il polverone mediatico sollevato dalle recenti parole dello storico Alessandro Barbero mi ha fatta molto riflettere su cosa significhi “fare il proprio mestiere” e su come si possa dare un contributo utile ai dibattiti che animano la società. Mi si chiede spesso di intervenire sulla cosiddetta “questione donna” e ogni volta mi torna in mente la dichiarazione di Regina Jonas, la prima rabbina della storia: “Mi auguro verrà un giorno per tutti noi, in cui non ci saranno più questioni sul tema “donna”, perché finché ci saranno questioni, qualcosa non funziona”. Era il 1938.

Siamo nel 2021 e la discussione è quanto mai attuale, nella società civile come nella Chiesa e credo che chiunque si interessi per lavoro o per studio al tema possa mettere il proprio pezzetto di competenza insieme ai pezzetti di tanti altri, per provare a delineare quadri comuni. Credo sia questo il significato di “fare il proprio mestiere”.

Sono ebraista e intrattengo un rapporto molto stretto ormai da 25 anni con la Bibbia, a mio vedere una straordinaria enciclopedia dell’umanità, capace di suscitare domande importanti sulla vita ancora oggi, a secoli di distanza dalla sua redazione. Per ragionare sul ruolo della donna nella società e nella Chiesa, forse sarebbe utile ripartire proprio dalla lettura del testo, eliminando le sovrastrutture e quella patina moralistica che produce solo un forte senso di inadeguatezza, oltre a inculcare idee fuorvianti e infine dannose.

Il testo biblico è molto chiaro: uomo e donna sono creati diversi (maschio e femmina), ma anche uguali per dignità e sono indispensabili l’uno all’altra, tant’è che Dio ordina all’uomo di lasciare la propria casa e di “incollarsi” alla donna (così in ebraico) per divenire una carne sola. Uomo e donna sono creati in relazione stretta, questa è la prima grande dichiarazione di quel testo che per molti ha un valore sacro ed è “Parola di Dio”. 

Ma quel breve passaggio di Genesi è solo l’inizio di una lunga narrazione che si svolge sempre all’insegna della dualità. Come ha ben evidenziato la filosofa francese Éliane Amado Levy, la Bibbia è una storia di coppie e mai di singoli e basti citare qui alcuni esempi eclatanti: il generale Barak rifiuta di scendere in battaglia se al suo fianco non c’è la giudice Deborah, Mosè conduce il popolo fuori dall’Egitto con la guida di Miriam, Salomone sale sul trono grazie alla madre Betsabea e moltissimi altri sono gli episodi significativi.

Citare le donne e collocarle accanto all’uomo con uguale importanza, non significa fare una “lettura al femminile” della Bibbia come molti sostengono, ma semplicemente leggere quel che c’è scritto per intero e non al 50%. 

La Bibbia non parla mai di uomini che procedono soli e mai una sola volta accenna a una superiorità maschile e/o a una condizione di sottomissione femminile. Quel testo, che per molti di noi è oggetto di ricerca negli ambiti più svariati e per moltissimi funge da punto di riferimento per la vita e anche per la fede, propone l’idea di una storia che si realizza nel “camminare a fianco” di uomo e donna, ciascuno con le proprie peculiarità. 

Mi fa sorridere che alcuni colleghi sentendomi dire queste cose mi accusino di essere femminista, un po’ perché a quanto ne so non è un insulto né una colpa, un po’ perché molte donne mi accusano esattamente del contrario.

La verità è che non ho bisogno di etichette e il mio unico interesse come studiosa e come donna è ritrovare in quel testo elementi utili a intessere un discorso proficuo e costruttivo a più voci, in cui non ci sono parti che rivendicano nulla per sé, ma che si riconoscono nella reciprocità. Ed è questo, credo, il concetto fondamentale che corre come un filo nel testo biblico, perché è molto chiaro che senza reciprocità non si fa la storia. E senza reciprocità non si è adulti.

Questo credo sia lo spunto fondamentale da cui ripartire per rivedere i rapporti tra uomini e donne, innanzitutto dal punto di vista umano e antropologico, perché diversamente mi pare molto difficile poter imbastire qualsiasi discorso su ruoli e istituzione.

Relazionarsi con rispetto e nella reciprocità significa innanzitutto non decidere tra uomini cosa è meglio per le donne, ma chiedere loro cosa pensano, cosa desiderano e quali sono i talenti che possono mettere in campo. Relazionarsi con rispetto e nella reciprocità significa parlarsi guardandosi negli occhi, con la volontà reale di ascoltarsi e di venirsi incontro, per quanto difficile possa sembrare all’inizio. Siamo persone e non oggetti, abbiamo un cervello e una facoltà di parola, non siamo una questione da studiare e da gestire nel modo meno traumatico possibile. 

Ci sono ancora troppi uomini che si esprimono sulle donne e sul rapporto con le donne senza averne alcuna esperienza concreta, per non parlare di quelli che con sguardo compiacente dicono “Eh, voi donne avete una marcia in più”. Classico esempio di razzismo al contrario, alla pari con “I neri hanno la musica nel sangue”, tanto per tirare in ballo la biologia che affascina il professor Barbero. 

Questi atteggiamenti mentali, che ovviamente poi creano azioni concrete e generano stili di vita, fanno male a tutti, ma soprattutto a quegli uomini, che così facendo e pensando, si privano della ricchezza di un incontro all’insegna della libertà e non godono della bellezza di guardarsi con occhi puliti, senza farsi soffocare dalle gabbie che, ci tengo a ribadire, non hanno nulla a che vedere con la Bibbia, testo letterario o “Parola di Dio” che dir si voglia.

di don Luciano Locatelli

Abbiamo considerato come varie caratteristiche, in questo testo, avvicinino l’umanità agli animali.

L’umanità è creata lo stesso giorno delle bestie terrestri e partecipa della benedizione sugli animali del quinto giorno; è sessuata (“maschio e femmina”) e molteplice (li creò) come il regno animale. Questo è un modo per dire che “l’animalità” non è solo una realtà esteriore all’umanità, ma è una parte costitutiva dell’umanità stessa e quindi anch’essa oggetto di quel dominio mite di cui abbiamo detto. Pertanto per realizzarsi a immagine di Elohim l’uomo deve assumere l’animalità interiore dominandola, e questo sia a livello individuale che collettivo.

A livello individuale i termini “maschio e femmina” potrebbero indicare che l’animalità rimanda alla sessualità e al desiderio. Se non è dominata, se non accetta il limite, una tale forza può degenerare. In altre parole: in ogni “umano” vi è un che di “animale” che aspetta di essere umanizzato. In se stesse queste forze vive sono neutre, né buone né cattive. Si tratta di “dominarle” in modo che possano dispiegarsi per far “fruttificare” la vita, “moltiplicarsi” e “riempire” lo spazio che spetta loro.

“… ci sono delle forze che, come pesci, sembrano sfuggenti, inafferrabili. Nascoste nelle nostre profondità, nell’oscurità dei grandi fondali, possono talvolta assumere l’apparenza di quei mostri marini di cui il testo parla evocando la creazione della fauna acquatica. Ci sono le forze dello spirito, sottili, libere e aeree come i volatili, i quali, grazie alle loro ali, attraverso gli spazi, prendono l’altezza necessaria e sfuggono alla presa dell’hic et nunc. C’è tutto quello che ha a che fare col corpo, quelle forze a fior di pelle, a immagine degli animali che brulicano sulla superficie della terra, alcuni domestici, altri più selvatici: è il mondo dell’affettività, delle emozioni, dei sentimenti. Diventare umano, non significa forse imparare a dominare, a poco a poco, tutto questo, ad addomesticare queste potenzialità, ad ammaestrare questa animalità, in modo da costruire, con essa e non contro di essa, un essere unico a immagine di Dio? Poiché, se cerchiamo di distruggere e soffocare queste forze, si rischia di vederle riaffiorare laddove non ci aspettiamo e con una forza maggiore, talvolta incontrollabile. Lenta emergenza, da riprendere di continuo e che necessita di un’intera vita”. (A. Wénin)

Tale animalità interiore non è solo questione individuale: è anche collettiva.

Quando Elohim affida all’umano il dominio sulla terra e sugli animali, lo fa utilizzando dei verbi molto forti, dal sapore militare. Risuona qui l’eco (udita dal narratore) del dominio che popoli o singoli spesso si arrogano sugli altri. È proprio questa violenza che Elohim invita ad “addomesticare” per il tramite del dono del cibo vegetale. Una nazione che, incapace di dominare la propria potenza animale, di porsi un limite, schiaccia, assoggetta o distrugge altri popoli, svela l’animale che la abita. Il libro di Daniele (4,13.22) presenterà Nabucodonosor proprio come un uomo dal cuore di bestia.

Per l’individuo, come per i gruppi umani o l’umanità intera, diventare umani significa imparare pazientemente a dominare questa animalità brulicante e potenzialmente violenta propria di ogni realtà umana. Lasciar emergere l’umanità significa dunque diventare “pastori della propria animalità”, come ha detto bene P. Beauchamp.

Letto in questo modo, il dono del cibo vegetale agli umani e agli animali risuona come un richiamo discreto per una relazione pacifica e continuamente pacificata con ogni vivente, compreso me stesso. “È un invito a costruire un vivere insieme in cui la forza si converta in autentica mitezza; invito, perciò a lavorare a una società in cui alterità e differenza abbiano diritto di esistere” (A. Wénin).

Resta un’ultima questione. Come può un umano (individuo o collettività) vivere con forza e mitezza il proprio dinamismo vitale? La via per addomesticare l’animalità è suggerita proprio dalla chiamata a somigliare al Creatore. Cos’è che permette a Elohim di dominare con mitezza lungo tutto il processo della creazione? Non si tratta forse della parola, soffio dominato e contenuto? In effetti proprio in questo racconto del Genesi la parola è il principio e la costante della mitezza di Elohim. Ecco allora tracciata la via per dominare l’animalità, per dominare, a immagine di Dio, le forze del proprio caos interiore: la parola. Questa è forse l’unica via da seguire affinché l’umano compia la sua umanizzazione, porti a compimento la sua immagine nella “somiglianza”. Solo così l’umano diventerà un pastore pieno di forza e di mitezza, a “immagine e somiglianza” del suo Creatore.

A condizione di non mettere mai, di non piegare mai in alcun modo la parola a servizio della violenza.

Una nota conclusiva

Questi spunti di commento e riflessione sono largamente e liberamente tratti dagli studi del prof. A. Wénin dell’Università di Louvain-la-neuve, Belgio, che conosco e a cui sono personalmente grato.

Vorrei solamente aggiungere, personalmente, che utilizzare questi testi del Genesi per “fissarsi” sulla differenziazione maschio-femmina a sostegno di teorie creazioniste o parimenti a sostegno di battaglie ideologiche in funzione della difesa tout court della famiglia, come ho avuto modo di osservare da più parti, non è altro che svilire il testo e defraudarlo delle sue splendide e profondissime ricchezze.

Credo che il narratore sia più interessato a educare il suo lettore a considerare la diversità come spazio in cui prendere consapevolezza del proprio limite personale e fare del limite accolto e della diversità accettata il luogo dove far brulicare la vita. Solo così la terra da brulla può diventare un giardino.

In caso contrario, sarà sempre “l’animalità”, anche se travestita da orpelli religiosi, ad averla vinta.

di don Luciano Locatelli

La benedizione riportata nel v. 28 (“e Elohim li benedisse e Elohim disse loro: “fortificate e moltiplicate e riempite la terra e sotto mettetela e dominante il pesce del mare e il volatile dei cieli e ogni vivente strisciante sulla terra”) si pone come indicazione da seguire per superare l’incompiutezza che caratterizza l’umano. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano (seconda parte)"

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di don Luciano Locatelli

Fornire una sorta di commento a questi versetti estrapolandoli dalla complessità armonica di tutto il racconto della creazione costituisce un limite. Il rischio è, come sempre, quello di concentrare l’attenzione sul singolo dettaglio perdendo l’insieme della costruzione. Tuttavia il narratore stesso ci viene in aiuto perché questo breve racconto della creazione di Ha ’adam, che traduciamo con “essere umano” o “umanità”, è costruito in maniera un po’ differente rispetto al resto del racconto che precede. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano – Gen 1,26-28 (prima parte)"