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di Maria Teresa Milano

Il bar la mattina è un vero e proprio forum di discussione e la cosa incredibile è che si toccano praticamente tutti i campi dello scibile. Certo in questo momento è difficile intavolare dibattiti consistenti, ma il coffee to go permette comunque qualche scambio di battute mentre si è in coda o si beve, a debita distanza, caffè e cappuccino in piedi davanti al locale.

Stamattina si parlava del Festival di Sanremo, in particolare delle performance di Amadeus e Fiorello, che hanno duettato prima in una nuvola di piume soffici e bianche, unghie laccate di rosso e glutei sodi e poi letteralmente incorniciati quasi fossero opere d’arte, da donne che si muovevano intorno a loro fasciate da mini-tute in pelle nera. Le amiche del caffè erano piuttosto perplesse e così sono andata a cercarmi in rete la puntata. Di primo acchito mi sono sembrate semplicemente due scene d’altri tempi, la prima più vicina alla tradizione del cabaret, la seconda a certe produzioni anni ’80 un po’ trash, poi ho cominciato ad avvertire una sorta di disagio. Qualcosa mi disturbava, ma non capivo cosa: non era certo l’esibizione dei due uomini, eleganti e sobri, né i costumi piuttosto minimal delle ballerine. La danza è arte e le produzioni del celebre Ohad Naharin, direttore artistico della compagnia di ballo israeliana Batsheva hanno dimostrato come sia possibile portare in scena anche un nudo senza che questo risulti volgare perché, appunto, ogni scelta sul palcoscenico nasce da un pensiero e di questo si fa portavoce.

Il problema allora non è da cercare nei centimetri di pelle esposti davanti alle telecamere, bensì nel pensiero che sta dietro quei movimenti ostentati e quegli sguardi lanciati in parte ai due conduttori del Festival, in parte al pubblico a casa.

Il pensiero forse, è quello delle “donne in vetrina” e lo dico senza alcun intento moralistico e senza alcuna ideologia, ma solo con grande tristezza, perché il palcoscenico dell’Ariston per certi versi è un simbolo di questo paese. È vero, non è seguito come un tempo e i giovani non se ne interessano granché, ma resta comunque un punto di riferimento, per noi e per chi ci guarda di fuori. Le scelte artistiche del Festival raccontano un po’ chi siamo e quali sono i nostri modelli culturali. La puntata di mercoledì ha messo chiaramente in luce che non amiamo né sperimentare né puntare sull’eccellenza e preferiamo stare comodi nei cliché, perché di certo sono più rassicuranti.

E mentre la tv di stato propinava ai fedeli ascoltatori il classico binomio uomo forte/donna oggetto, sul canale YouTube delle Paoline tre donne discutevano con intelligenza e lucidità dello spinoso e quanto mai urgente tema della presenza femminile nella Chiesa, ponendo l’accento proprio su questo punto in particolare: cosa vogliamo dire di noi e come siamo percepite?

Con quale consapevolezza e quale fiducia ci avviciniamo a un mondo, quello ecclesiastico, strutturato secondo una rigida gerarchia composta di maschi celibi che vedono nell’esclusione della donna dalla vita il punto forte della loro scelta? Se non siamo contemplate nella vita, come possiamo esserlo in una collaborazione in cui i soggetti hanno pari dignità e pari diritti? 

Paola Lazzarini, Antonietta Potente e Cristina Simonelli hanno messo sul tavolo della discussione, pur nel poco tempo a disposizione, i diversi aspetti della questione e hanno ribadito che non si può parlare di distribuzione di incarichi e di posizioni interne al sistema se non si prende prima in considerazione l’aspetto antropologico: ma questa donna, cos’è?

Forse un oggetto da collocare in una struttura cercando di trovare un equilibrio tra le richieste concrete dei movimenti femminili internazionali e le resistenze e/o gli impedimenti giuridici di un sistema patriarcale poco incline al cambiamento? O un’immagine idealizzata e tramandata dalla tradizione che non trova riscontro nella realtà? O un’entità distante dalla vita concreta, una realtà di cui gli uomini si permettono di parlare ma con cui non si “sporcano le mani” mai? 

Ed ecco che in modo forse un po’ surreale, nella stessa sera e nello stesso momento, l’immagine di donna oggetto e donna in vetrina univa idealmente il Festival nazional popolare della canzone italiana e i discorsi teologici e sociologici che in questo momento ci stanno particolarmente a cuore. 

Questo paradosso credo metta in luce un fatto fondamentale: la rivoluzione deve essere innanzitutto culturale, perché il concetto stesso di donna-oggetto va riconosciuto nelle sue mille sfumature e non sempre il criterio è quello della “nudità esposta”. Solo se lo si riconosce lo si può decostruire, per ritrovare dignità di sé, sicurezza del proprio valore e finalmente, possibilità di costruire un dialogo. Finché noi donne accetteremo di stare “in vetrina”, raccontandoci magari che lo facciamo per nobili motivi o peggio ancora per fede, nessun cambiamento sarà possibile.