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di Anna Rotundo

In un recente e breve scritto di Enzo Bianchi su colei che la tradizione popolare conosce come la “santa degli impossibili”, santa Rita da Cascia, giustamente il priore di Bose ammette che “nel corso dei secoli santa Rita è servita a tenere molte donne silenziose, sottomesse e asservite a mariti prepotenti, ma al di là del “cattivo uso” che se ne è fatto, santa Rita resta esempio splendido dell’amore paziente che sa vincere la violenza ed edificare la pace”. Protettrice delle donne maltrattate, ma anche consolatrice delle madri che piangono i figli morti, con le rose, la spina, le api, i fichi, tutti elementi ricorrenti nella sua iconografia, Rita sembra simboleggiare un mondo femminile ancestrale legato alla terra, alla natura e alle sue forze, ma soprattutto alla capacità delle donne di essere mediatrici di pace.

Sposata a un uomo violento, Paolo di Ferdinando di Mancino, che la maltrattava, Rita continuò ad amarlo e con pazienza convertì il cuore del marito, da cui ebbe due gemelli. Un giorno però, a causa delle lotte feroci tra Guelfi e Ghibellini, Paolo fu barbaramente ucciso: affranta dal dolore, Rita nascose la camicia sporca di sangue del marito assassinato affinchè i suoi figli non si vendicassero. Infatti nell’ambito delle faide del tempo, si usava esporre in casa gli abiti insanguinati della persona uccisa perché fossero d’istigazione alla vendetta.

Nel giro di un anno anche i due figli gemelli di Rita, Gian Giacomo e Paolo Maria, si ammalarono e morirono ancora adolescenti. Vedova e senza figli, Rita chiese di entrare nel monastero delle monache agostiniane di Santa Maria Maddalena in Cascia. Ma probabilmente dentro il monastero vi erano monache congiunte degli assassini del marito e perciò dapprima non venne accettata: di fronte alle sue insistenze, le venne chiesto, come condizione per entrarvi, di riappacificare la sua famiglia con quelle degli assassini del marito. Lei cercò e avvicinò gli assassini del marito in un perdono reciproco.

Donna mediatrice di pace, da affiancare in questo a San Francesco! Non a caso un affresco contenuto nella chiesa di San Francesco a Cascia ricordava proprio una cerimonia pacificatrice compiuta dalla Santa. Pare che suo padre fosse ciò che noi oggi chiamiamo “giudice di pace”, per cui la santa imparò la capacità di rappacificazione fin da bambina, nella sua casa, spesso visitata da gente che chiedeva proprio giustizia e pace. Un particolare curioso: sebbene nella prima metà del Quattrocento le donne che volavano erano considerate streghe, narra la tradizione come in piena notte Rita sia stata portata in volo dai suoi tre Santi protettori (Sant'Agostino, San Giovanni Battista e San Nicola da Tolentino) dallo scoglio di Roccaporena (luogo dove la Santa andava spesso a pregare) fino dentro le mura del monastero, dinanzi alle suore sbigottite dal miracolo che, quindi, finalmente la accolsero.

La storia di Rita è una storia dura, in cui sembra prevalere solo la sofferenza: negli ultimi 15 anni della sua vita una piaga dolorosa in fronte prese a tormentarla. Tuttavia, scrive Enzo Bianchi, “per questa donna di fede la ferita in fronte, sopportata continuando ad accettare di amare e di essere amata, divenne assimilazione al Crocifisso. Cos’era quella piaga? Il marchio di una malattia non definita o il segno della passione di Cristo dalla quale Rita con umiltà attingeva forza e carità? Era come una rosa rossa purpurea in mezzo alla fronte, segno e frutto dell’amore vissuto”.

(comparso su "Noi, famiglia e vita" inserto di Avvenire, marzo 2019)

Ho sperimentato l’attesa e anche la perdita di un figlio a lungo sognato, nelle prime fasi di una gravidanza, so cosa significa quando il desiderio di generare prende tutte le fibre del nostro essere e diventa quasi ossessivo. È un desiderio che ci chiama dalle profondità di noi stesse, ci chiama perché sentiamo che è il nostro momento di dare la vita, di partecipare all’opera creatrice di Dio e tutto di noi è proteso in quella direzione: siamo pronte a farlo… e invece non ci riusciamo. ...continua a leggere "Una vita per la vita? Solo una madre sa"

Articolo tradotto, versione originale qui

Mi sono interrogato sulla straordinaria enfasi che la chiesa pone sulla verginità.

Il credere che Maria fosse vergine al tempo in cui concepì Gesù è un articolo fondamentale di fede. La sua verginità è stata celebrata nella tradizione cristiana e nelle preghiere della chiesa sin dalla sua fondazione. Innumerevoli inni sono stati composti per onorare la vergine.
Va tutto bene. Ma a volte mi sembra che la chiesa continui a parlarne un po’ troppo, come se le parole Maria e Vergine, come amore e matrimonio o Trump e controversie, non potessero essere separate. La liturgia della chiesa si riferisce quasi sempre alla madre di Gesù come Vergine Maria o Beata Vergine. Il Catechismo della Chiesa Cattolica e altri strumenti di insegnamento fanno lo stesso. A Maria sono stati concessi molti titoli meravigliosi - Madre del Perpetuo Soccorso, Nostra Signora delle Vittorie, Regina del Cielo - ma Beata Vergine li ha vinti tutti. ...continua a leggere "La Chiesa, le donne e il culto della verginità"

di Anna Rotundo

Sono sempre di più gli studiosi che si soffermano su un aspetto di Santa Teresa d’Avila ancora poco esplorato,e soprattutto, applicato, nella Chiesa: il suo essere uno dei primi autorevoli esempi di “parola di donna”, il suo anticipare così gli studi delle teologhe sulla presenza delle donne nella Bibbia. Infatti, di fronte all’ennesima riproposizione del divieto paolino fatto alle donne di parlare in assemblea, nel tentativo di ridurre la Santa alla più stretta clausura, lei replicò scrivendo: << Vagli a dire che non stiano solo a una parte della Scrittura, che guardino alle altre e che si possano per caso permettere di legarmi le mani !>> .

...continua a leggere "Santa Teresa D’Avila: autorevole parola di donna"