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di Maria Teresa Milano

Ho letto d’un fiato l’ultimo libro di Paola Lazzarini, lucido, chiaro, sincero, senza fronzoli né facili buonismi. Non mi occupo di questi temi dal punto di vista professionale, quindi non entrerò nel merito dei contenuti, ma vorrei riprendere una bella immagine che credo racconti qualcosa di noi aldilà del tempo, dello spazio e di qualsivoglia comunità religiosa. Alle pp. 42-43 si legge in merito alle relazioni tra donne:

C’è una qualità nel sostenersi che non si rinviene altrove […] Lo fanno ascoltando per ore l’amica che sta vivendo una dolorosa separazione, accompagnandosi l’un l’altra in ospedale per esami impegnativi, testimoniando in tribunale, vegliandone i figli: è una catena invisibile ai più, che quando si svela – per caso o per necessità – emana una luce fortissima.

È un’immagine profondamente vera e io stessa mi sento parte di questa rete in cui si condivide la vita, con la trasmissione dei saperi più semplici, l’ascolto senza giudizio, i consigli e l’aiuto concreto. Si tratta di un’antica pratica femminile che si scorge già nella Bibbia, in cui tra le mille sfumature dell’essere donna e le mille situazioni della vita, anche le più impossibili, ritroviamo alcune storie di forti legami femminili. 

Penso a Ruth e Noemi, nuora e suocera unite da un affetto profondo e da un senso di lealtà fuori dal comune. Insieme vivono il lutto e il dolore per la perdita dei mariti, insieme si mettono in cammino verso Betlemme e insieme ricominciano una nuova vita. Penso alle figlie di Lot che, temendo fortemente la fine del mondo, si alleano per ubriacare e violentare il proprio padre, garantendo così eredi alla famiglia e, forse, la sopravvivenza della specie umana. 

Penso a Lea e Rachele, sorelle e contemporaneamente cognate, impegnate a gestire il loro uomo in comune Giacobbe, due serve, tredici figli e un padre di cui in fondo, ci si può fidare poco. In questo loro caos assoluto e improponibile per i nostri criteri etici e morali, restano unite fino alla fine, superando i momenti di rabbia e gelosia e prendendo ogni decisione di comune accordo. Nel romanzo molto bello di Anita Diamant dedicato a Dina, figlia di Giacobbe e Lea, si parla della tenda rossa, luogo in cui si resta nel periodo del ciclo e del parto, evitando qualsiasi contatto con gli uomini per via del sangue. Quella tenda è l’immagine di antichi riti condivisi, è la memoria di donne che in quella “stanza tutta per loro”, imparano a comprendersi e a crescere insieme. 

Le protagoniste della Bibbia non sono figure eteree, ma donne in carne e ossa, che affrontano la vita in tutta la sua complessità, compiendo anche scelte poco convenzionali e questo ha dato non poco filo da torcere ai commentatori di ogni epoca, che si sono arrabattati a trovare cornici nobili o ancor più nobili metafore per evitare gli imbarazzi.

Una buona parte di esegesi testuale e di tradizione ha spiritualizzato a tal punto le figure femminili della Bibbia che poco alla volta le ha allontanate da noi, dalla nostra vita e dalla nostra esperienza ed è legittimo dire che per certi versi questa operazione impedisce al testo di fare il suo lavoro principale, ovvero quello di suscitarci domande su di noi.

E invece è proprio in quel testo che ritroviamo noi e le nostre relazioni con i genitori, l’uomo (o gli uomini) che amiamo, i figli, i nipoti e le donne che abbiamo intorno ed è proprio in quelle figure femminili che possiamo provare a leggere noi stesse e la nostra vita, in tutta la sua concretezza.

La rete invisibile di cui parla Paola Lazzarini nasce anche di qui, dalla nostra capacità di riconoscere noi stesse e le nostre relazioni in quelle storie profondamente vere e umane.

Il mio pensiero oggi va alle tante donne con cui faccio rete e condivido in varia misura la mia vita, perché quelle donne sono esattamente come le protagoniste della Bibbia: forti, in gamba, bellissime nella loro fragilità e nella consapevolezza di essere imperfette.

Hanno desiderio di conoscere e imparare come Eva di fronte all’albero e di essere bellissime come Sarah, anche quando si fanno più evidenti le rughe e i segni del corpo; conoscono il sottile fascino del cibo come Abigail e talvolta giocano a sedurre come fece Betsabea con Davide; si ritrovano spesso a prendere decisioni importanti, come la profetessa e giudice Deborah, a raccontare piccole o grandi bugie come Tamar per poter indirizzare le cose nel verso giusto o a scegliere il silenzio, la riflessione e la preghiera come la regina Ester; sanno amare intensamente, come Anna a Shiloh o come l’anonima protagonista del Cantico dei Cantici, che intreccia parole e desideri con il suo amato in un dialogo assolutamente alla pari.

Le donne con cui condivido la vita sono proprio così e sanno dire “Ci sono per te”, come fa Micol, che ama a tal punto il suo uomo, il re Davide, da dedicarsi totalmente a lui, senza se e senza ma, senza bisogno di inganni o trucchetti, senza mai imporre ultimatum. Lei è l’unica donna di cui la Bibbia dice che ama un uomo e quel suo amare gratuito e infinito non è purtroppo compreso da lui, che quando la situazione si fa dura, scappa perché non sa come affrontare la vita. 

Micol sta lì a dirci quando sia difficile saper dire “Ci sono per te”, ma la storia insegna che le donne lo sanno fare e forse è proprio questa la forza più grande che abbiamo, perché se si cammina insieme, a volte forse in modo un po’ rocambolesco, si può arrivare lontano. 

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di Maria Teresa Milano*

Sono ebraista e non mi occupo di questioni femminili in modo specifico, ma in qualche modo la storia delle donne attraversa da sempre le mie tante attività e i miei interessi, accademici e non.

La mia curiosità risale a quando ero piccola: mia mamma mi leggeva la Vera storia dei bonobo con gli occhiali, un libro della fortunata serie Dalla parte delle bambine diretta da Adela Turin e passavo le mie giornate con mia nonna che aveva creato intorno a sé un circolo femminile d’altri tempi, un numero nutrito di donne che faceva capo a lei per ogni sorta di domande e problemi. 

Sono cresciuta in una grande famiglia in cui tutte le donne hanno sempre lavorato e avuto ruoli di responsabilità, hanno sempre guidato e gestito i propri viaggi in modo autonomo, hanno potuto coltivare i propri hobby, hanno preso decisioni importanti e non ho mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, che in qualche modo le donne fossero inferiori agli uomini, anzi, mi è sempre sembrato che per molte faccende gli uomini avessero bisogno di appoggiarsi alle donne. 

Avrei poi trovato conferma di questo leggendo “L’anello forte” di Nuto Revelli, un ritratto sincero e profondo delle donne nella società contadina del cuneese d’un tempo, in cui molte vivevano una condizione di sottomissione soprattutto economica e diverse famiglie erano segnate dalla piaga della violenza domestica, ma laddove i mariti erano uomini perbene, l’opinione della moglie era tenuta in grande considerazione.

Sono entrata in contatto con la discriminazione di genere dunque molto tardi, forse perché non avendola in mente non riuscivo neppure a riconoscerla come tale. Ricordo che avevo forse già 25 anni quando ho capito che un uomo che batte un pugno su un tavolo è carismatico e sicuro di sé, mentre una donna che fa la stessa cosa è una prepotente o un’isterica, quando non una femminista (ovviamente il termine è pronunciato con disprezzo e porta con sé un corredo di immagini in cui i reggiseni bruciati sono solo il punto di partenza). 

Forse anche per questo ho iniziato a leggere le storie di donne con altri occhi e ho iniziato ad ascoltare le voci e le vicende femminili dal vivo, perché proprio come mia nonna anche io ho creato un mio “circolo”, in cui si parla di cose belle e di successi, ma anche di paure e di difficoltà, con grande schiettezza.

Ed è proprio a queste donne che ho iniziato a portare un pezzetto del mio lavoro su quel testo meraviglioso che è la Bibbia, a impiegare alcuni spunti che il testo ci dà perché penso che quel testo antico che per troppi secoli (ancora oggi purtroppo) è stato confinato all’ambito della fede e alla pratica religiosa, sia in realtà una miniera di riferimenti umani e universali.

Una grande studiosa israeliana, Rachel Elior, ha definito le donne della Bibbia “presenti/assenti” e in effetti tutti noi conosciamo Abramo, Mosè, Davide e Isaia, ma forse non abbiamo mai sentito parlare di Micol, Miriam, Chulda o Tamar. E se ne abbiamo sentito parlare forse ci sono apparse così lontane, nel tempo ma anche nei riferimenti, come se non c’entrassero nulla con la nostra vita.

In realtà, se noi eliminiamo da quelle figure la patina (o per meglio dire la coltre spessa) del moralismo e dei significati poco umani e molto simbolici che abbiamo accumulato lungo i secoli e proviamo a leggere i personaggi alla luce dell’esperienza prettamente umana e quotidiana, ritroviamo ogni minima sfaccettatura dell’essere donna, ogni singolo aspetto della nostra vita. Vediamo in quell’universo femminile tanti pezzetti di noi, a prescindere dalle nostre scelte di vita o di fede, perché quelle vicende ci raccontano in generale come siamo fatte, ci suscitano domande importanti e fungono da specchio.

Inoltre, cosa importante, possiamo leggere il rapporto tra le figure femminili e quelle maschili, possiamo osservare il loro modo di stare al mondo in quanto esseri umani. Non icone, non simboli, ma donne come noi. 

In quel libro troviamo ogni situazione possibile e ovviamente anche i grandi temi che ci toccano: la relazione con l’uomo in ogni forma (amare, essere amate, essere rifiutate, essere sfruttate, sedurre ed essere sedotte), la maternità, il ruolo sociale e comunitario, il rispetto e anche la violenza, verbale e fisica (a questo proposito ricordiamo lo stupro di Tamar e di Dina e la terribile vicenda della concubina di Gabaa).

Davvero credo che nelle storie di quelle donne si possano ritrovare i nodi della nostra esistenza, del nostro essere umani. 

Prendiamo per esempio Eva, il personaggio che più di ogni altro ha influenzato la percezione della donna nella nostra cultura e nella nostra società religiosa ma non solo. Ci è stata inculcata una visione profondamente errata e credo che spesso questo sia stato fatto in assoluta malafede.

Eva è associata alla parola peccato, è la tentatrice, è un essere subdolo e l’uomo Adamo è una vittima. Pensiamo a quanto questo ha condizionato e continua a condizionare il nostro modo di guardare il mondo e credo sia una violenza verbale (che poi ha ricadute anche molto concrete) da parte di tutti noi, ogni volta che guardando una situazione ci aggrappiamo al “modello Eva”, peraltro nella sua visione bieca e sbagliata, funzionale solo a disegnare modelli maschili e femminili utili a una società maschilista e patriarcale. 

Purtroppo la lettura errata della vicenda di Adamo ed Eva ha influito in modo molto pesante 

Ma cosa c’è scritto davvero?

Sono 2 i racconti della creazione: 1. Dio crea l’essere umano, maschio e femmina (assoluta uguaglianza in natura); 2. Dio crea la donna dall’uomo, come parte di lui e il testo dice che crea per lui un ezer kenegdo, un aiuto che sta di fronte e contro, ovvero in relazione dialogica e dialettica. Perché due racconti della creazione? Io credo per illustrare due aspetti: quello biologico, legato alla natura (maschio e femmina) e quello legato alla relazione (in dialogo e in dialettica). 

Di certo nessuno dei due racconti parla di superiorità dell’uomo sulla donna e nessuno dei due lascia pensare che l’uomo debba dominare la donna. Chiunque si appelli alla Bibbia per dimostrare questo o non l’ha mai letta, o non l’ha capita, o la usa in modo disonesto per i propri scopi. 

Cosa succede dopo la creazione? C’è il famoso fattaccio dell’albero della conoscenza del bene e del male. Eva vede che quell’albero è buono e bello da mangiare, desiderabile agli occhi, affascinante da comprendere. Quell’albero colpisce Eva nella parte più istintiva ovvero attraverso i sensi (bello, buono, desiderabile), ma anche nella sua mente, perché lei sente che è affascinante da comprendere. 

E così Eva coinvolge l’uomo in quella meraviglia e gli porge la mela, cioè gli dice: “facciamo questo percorso insieme, nella conoscenza della realtà”. Ma dopo essersi incamminati insieme lungo quel percorso, a un tratto i due si accorgono di essere nudi, ovvero capiscono di essere umani e vulnerabili. In effetti a quel punto il testo biblico dice che Dio consegna loro due tuniche di pelle. Adamo ed Eva piombano nella realtà: sono fatti di pelle, sono esseri umani e non angeli.

E allora inizia la fatica, che non è solo il duro lavoro della terra e la sofferenza del parto, ma è proprio la fatica di continuare a camminare insieme, uomo e donna, nel mondo reale, dopo che il paradiso è finito. 

Quando ci si innamora è come stare nel Giardino di Eden, poi si entra poco alla volta nella conoscenza reciproca e a un tratto ci si guarda e ci si accorge di essere nudi, umani, senza difese e vulnerabili, persone che sbagliano e che per la maggior parte del tempo fanno semplicemente quel che possono. La consapevolezza dà inizio alla fatica, ma non vi è nulla di tragico in questo, anzi, accettare quella fatica e starci dentro è il primo passo per cercare insieme, uomo e donna, il senso della vita. 

In effetti da Adamo ed Eva in poi, la Bibbia ci racconta di uomini e donne che affrontano le situazioni più disparate e se leggiamo quelle storie con occhi puliti, senza sovrastrutture, senza moralismi, vedremo proprio noi stessi e le nostre situazioni. E il punto fondamentale è che come ha fatto notare una psicanalista e filosofa francese, Éliane Amado Levy, tutta la storia è un susseguirsi di coppie e infatti la prima frase che pronuncia Dio nel racconto della creazione è “Non è bene che l’uomo sia solo”.

La donna non è un accessorio e non è uno strumento per fare figli; la donna è la metà dell’umanità e l’uomo non esiste senza donna. Lo dice molto chiaramente la Bibbia: uomo e donna camminano a fianco, fanno insieme la storia, si sostengono e si confrontano, stando sullo stesso piano.

Dunque l’uomo non ha alcun diritto di prevalere e se lo fa, ne pagherà le conseguenze, perché il suo prevalere è contrario alla natura e alla relazione. 

Allora perché la lettura di quel testo ha contribuito così tanto a creare la visione opposta? Questa è la classica domanda da 1 milione di dollari e mi permetto di dire che forse è successo perché la lettura è stata fatta soprattutto dagli uomini, spesso da uomini che non solo non erano sposati, ma avevano pure il sacro terrore delle donne. Se uno legge la Bibbia e ha difficoltà con le donne, è ben difficile che possa avere una visione oggettiva del testo e possa leggerlo in libertà. In realtà credo che sia ben difficile che possa avere una visione normale della vita in generale, ma questo è un altro discorso. 

Il testo biblico si presta a moltissime letture e ci insegna a guardarci, a farci domande, a ritrovarci in tanti piccoli frammenti che poi vanno a comporre la nostra esistenza.

Eva ci ricorda costantemente che noi donne siamo capaci di intraprendere percorsi di conoscenza, camminando a fianco agli uomini, nella reciprocità, condividendo esperienze e che nessuno ha il diritto di farci sedere sul sedile posteriore. Ricordiamolo ogni volta che sentiamo quella frase orribile “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Si sta a fianco, non dietro.

Miriam, sorella di Mosè e Aronne che canta per il popolo all’uscita dalla schiavitù d’Egitto, segnando così il punto più importante della storia ci ricorda che abbiamo una voce e che abbiamo il diritto di farla sentire nei momenti cruciali.

E gli esempi sono ovviamente decine e decine e non è possibile entrarci dento ora, ma vale la pena citare un particolare che mi ha sempre molto colpita. I racconti biblici spesso impiegano l’aggettivo “bella” per definire la donna. 

E questo ci ricorda una cosa fondamentale: è nostro diritto essere e sentirci belle sempre, perché non si tratta di proporzioni del viso, corpi scolpiti o pelle perfetta e non si tratta neppure di essere giovani ed esibirsi su Instagram e affini, ma si tratta di avere la consapevolezza che siamo belle anche quando passano gli anni, perché la bellezza viene dalle esperienze che abbiamo maturato, dai tesori che abbiamo dentro di noi e che ci rendono così speciali. Nessun uomo ha il diritto di dirci il contrario, anzi, gli uomini intelligenti guardano le nostre rughe e i segni degli anni e dicono: “Sei bellissima”.

Abramo e Sarah erano molto anziani e il testo dice che lei era bellissima, ma non lo dice di lui. Ricordiamolo ogni volta che diciamo o sentiamo dire: l’uomo diventa affascinante quando invecchia, la donna si “disfa”. In realtà lo stesso processo avviene anche nell’uomo e le nostre sono solo idee infondate ma così radicate che abbiamo iniziato a crederci.

Cari signori uomini che avete costruito un sistema intero su questo testo, facendovi patriarchi, provate a rileggere quel passaggio e a comprendere meglio la risata di Sarah, che è per sé ma anche e soprattutto per Abramo. E in quella risata c’è anche posto per un colpo dritto all’orgoglio maschile, perché Sarah esprime chiaramente il suo dubbio di poter provare piacere, data l’età del suo uomo.

Come ho detto, la Bibbia è davvero una miniera di riferimenti umani e universali e le sue donne ci parlano di quel che siamo. Forse possiamo cominciare proprio di qui, dicendoci chi siamo e cominciando così a essere presenti e non presenti/assenti.

* Maria Teresa Milano è docente di lingua, storia e cultura ebraica allo STI ISSR di Fossano, traduttrice, collabora con festival letterari, giornali, musei, teatri e associazioni culturali, crea progetti culturali e porta avanti l’attività artistica con le Voci Fuori dal Coro di Fossano e con il gruppo klezmer Mishkalé.

http://www.salottibiblici.com/

Questo intervento è stato fatto in occasione della Giornata contro la violenza alle donne per la Consulta per le pari opportunità di Genola (CN) e il Centro antiviolenza Mai più Sole.

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di Stefania Ioppolo

La presenza delle donne nell’Esodo è fondamentale, ancora una volta Dio si serve di chi è giudicato ultimo nella società per portare avanti il suo progetto di salvezza: dalle levatrici, a cui è dato il compito di accogliere la vita, passando attraverso altri personaggi femminili che rappresenteranno, di volta in volta la  Vigilanza, la Cura, la Dedizione e che  potremmo definire le “madri dell’esodo”. In ogni loro intervento metteranno sempre al di sopra di tutto l’amore per la vita e la fede in Dio, notevole se pensiamo che molte di esse non erano nemmeno ebree. ...continua a leggere "DONNE DELL’ESODO: le madri d’Israele"