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di Elza Ferrario, responsabile SAE Milano

Vorrei condividere con voi il respiro delle teologhe che in America Latina percorrono cammini di giustizia tramite la lettura popolare della Bibbia con i credenti, le credenti afro-amerindie.

Nel brano che è stato letto, dal cap. 20 del Quarto Vangelo (Gv 20,1-18), troviamo Maria Maddalena che va di buon mattino al sepolcro, lo trova vuoto, corre ad avvisare Pietro e il discepolo amato, e poi scompare dal racconto per un po’ di versetti fino a quando la ritroviamo fuori dal sepolcro, in lacrime.

Vorrei sostare in quest’intermezzo, in cui l’azione è lasciata a due uomini, Pietro e il cosiddetto “discepolo amato”, che la tradizione orale e iconografica identifica in Giovanni, ma in cui possiamo ben vedere rappresentata la comunità del Quarto Vangelo, la comunità del discepolato fondato sulla diaconia, il servizio.

Fatto sta che si apre una gara: il discepolo amato arriva prima, ma aspetta fuori, aspetta che arrivi Pietro, fa entrare per primo lui, che pure era arrivato dopo. Bisogna affermare il primato petrino, come anche nel Vangelo di Luca, nel brano dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35): i due discepoli, Cleopa e verosimilmente sua moglie Maria, dopo aver riconosciuto Gesù risorto a tavola, nello spezzare il pane, ritornano a Gerusalemme dagli Undici e “quelli (e quelle) che erano con loro”, che dicono: “Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone”. 

A Simone?! 

Veramente i “due uomini in vesti splendenti” che annunciano la resurrezione di Gesù erano apparsi alle donne: a Maria di Magdala, Giovanna e Maria di Giacomo (Lc 24,1-12), ma ecco quello che riferiscono gli Undici: “è apparso a Simone”. Il primato dell’autorità!

C’è una comunità credente, di donne e di uomini co-spiratori, che respirano lo stesso respiro, una comunità che arriva prima, che vede, che crede, ma che aspetta: aspetta gli indugi dell’autorità, aspetta il suo tardare, perché sa che l’importante non è arrivare primi, ma è arrivare insieme, è sinodo, cammino condiviso.

Nella narrazione di Marco, al capitolo 16 (Mc 16,1-8), vediamo rappresentata plasticamente questa comunità: trascorso il sabato, è l’alba del primo giorno della settimana, fa ancora buio, Gesù è morto, ed ecco Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salòme, le donne che erano venute dalla Galilea con Gesù e con lui erano entrate in Gerusalemme (cfr. Mc 15,40-41), vanno al sepolcro. 

Vanno insieme, con i profumi preparati durante la notte. Non di corsa, facendo a gara per arrivare prima. Vanno insieme, passo passo, perché è così che conviene stare quando, con paura, affrontiamo un pericolo di cui siamo consapevoli. 

Una straordinaria testimonianza di sororità evangelica, un vero e proprio evangelo, una “buona notizia”, che parla di una comunità in cui “non è così” – ricordate? era il vangelo di domenica scorsa, per il rito ambrosiano (Mc 10,35-45): Giacomo e Giovanni che chiedono a Gesù di sedere uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, nella sua gloria. E Gesù a scrollare la testa e dire: “Ma non avete capito niente! Così funziona nel mondo, ma tra voi non è così!”. 

Sono due modelli ecclesiali diversi: la Chiesa del servizio, evangelica, e la Chiesa del potere, che ha ceduto alla logica del mondo.

Che fare, come donne?

C’è una poesia molto bella, di dom Pedro Casaldáliga, vescovo brasiliano – il prossimo 8 agosto lo ricordiamo, a un anno dalla sua morte –, che dice:

Saper aspettare 

sapendo allo stesso tempo forzare

l’ora di quell’urgenza 

che non permette più aspettare.

Il suo titolo è: Teimosia, “testardaggine”.

Si ha l’impressione, nella Chiesa, di fare due passi avanti e uno indietro.

C’è un movimento a spirale – la teologa battista Elizabeth Green intitola così il suo recente libro, definendo la teologia femminista dell’ultimo decennio Un percorso a spirale

C’è uno Stop and go, come dice il titolo del nostro bell’incontro di stasera: una battuta d’arresto e poi una ripartenza.

Maria Maddalena, le donne della resurrezione ci insegnano ad aspettare e forzare, con teimosia, con testardaggine.

di Zuzanna Flisowska, responsabile ufficio romano di Voices of Faith

“Non mi trattenere”

“Non avvicinarti: togliti i sandali dai tuoi piedi”

“Va’ piuttosto dai miei fratelli”

“E ora va’: ti invio (…) per fare uscire il mio popolo dall’Egitto”

“Maria!”

“Mosè!”

Due epifanie.

Nella storia della Salvezza la somiglianza di queste due scene sorprende. Le due epifanie si rispecchiano dall’inizio alla fine della Bibbia. Ecco le due persone scelte per diventare testimoni dei due momenti chiave e strumenti del difficile dialogo di Dio con gli uomini. Scelte per portare al popolo la testimonianza liberatrice della potenza di Dio. Per annunciarli che Dio non li lascerà soli, ma li condurrà alla Terra Promessa, dalla morte alla vita.

Due persone che si sono trovate davanti all'Incomprensibile, Sorprendente, davanti all'Inarrestabile nelle parole umane, nelle idee, nei nostri limiti. Di fronte a un Dio che supera la nostra comprensione umana, eppure non si nasconde, è nostro, il più vicino, il più importante. „Rabbuni”. „Il Signore”. „Dio di Abramo, Dio di Isaaco, Dio di Giacobbe”. Dio di Maria Maddalena.

Maria e Mosè. Due persone chiamate per nome. Chiamate a trasmettere questa esperienza personale e paradossale. Sappiamo che dovranno lottare per proteggere questo messaggio che è e deve restare più grande di noi. Messaggio che il popolo vuole chiudere nelle categorie umane.

Due persone chiamate ad essere sorprese, trasformate e guidate. A lasciare la loro situazione limitata, a lasciare le pecore, a smettere di piangere. E diventare gli Apostoli dell'Inconoscibile.

di Umberto Rosario del Giudice, teologo.

Tre figure: Maria Maddalena, Pietro e il “discepolo che egli amava”. Tre personaggi; tre esperienze davanti alla “pietra rotolata” e al “sepolcro vuoto”.

Maria Maddalena nell’immediatezza della narrazione fa un’esperienza in più: incontra il Maestro, risorto. Non sarà lei a riconoscere Gesù ma sarà il Risorto a farsi riconoscere chiamandola per nome. Da lei però parte la ricerca, il voler “capire i segni”, con totale dedizione per venerare/adorare quel Gesù, anche se morto. Ecco la fede di Maria: riconoscere Gesù come proprio Signore, anche morto.

Possiamo dire che se i due discepoli sono testimoni, in questa scena, della pietra rotolata e del sepolcro vuoto, Maria Maddalena è anche testimone del Risorto perché “cerca” il Signore. Così il Maestro chiama solo Maria per nome e si è fa riconoscere da lei perché solo lei lo ha voluto/potuto riconoscere: ella è la sola che rimane sul posto a “cercare il Signore”; gli altri due personaggi della scena “tornano dagli altri discepoli” (la traduzione “a casa” è ambigua). Lei continua a voler capire; riflette, si china a guardare il sepolcro vuoto mentre piange; non si arresta, non si ferma: cerca… Gesù stesso le chiederà “cosa cerchi?” (τίνα ζητεῖςtìna zêteis). Lei risponde senza ancora riconoscerlo “Signore”. Solo che prima agli angeli aveva detto “mio Signore”. Rispetto e appartenenza. Ma Gesù le chiede “cosa cerchi?”.

Lo stesso verbo è usato in Matteo: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). E anche in Mt 7, 7-8: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto».

Ma torniamo al quarto Vangelo: qui il verbo ζητέω (zetèo) è usato 26 volte. Significa per lo più cercare ma nel senso di indagareinvestigaredesiderare di conosceremeditare ma anche di bramareesigere… è un “cercare con desiderio”.

Ma nel quarto Vangelo ha un significato ambiguo anche se nell’economia della narrazione, l’autore usa questo verbo in una forma inclusiva. La prima volta appare in Gv 1,38: Gesù chiede ai discepoli di Giovanni che lo seguono “cosa cercate” (τί ζητεῖτε, tì zetêite). La risposta è “dove dimori”. “Venite e vedete”, dirà Gesù. Quei discepoli cercano un luogo, cercano una posizione da cui capire la realtà che li circonda; cercano una ragionevolezza delle cose, un’interpretazione religiosa definita e definitiva… e seguono Gesù.

Ma il verbo è usato anche da Gesù: egli averte nel dialogo con la Samaritana che è il “Padre che cerca veri adoratori” (Gv 4,23). Si faccia attenzione: i discepoli rimangono a guardare la scena e quando sopraggiungono non chiedono a Gesù cosa stesse cercando da quella donna: vorrebbero capire ma evitano. Il verbo diventa “ambiguo”: si cerca, ma con ambiguità, morbosità, con doppiezza. Il verbo è usato per indicare i Giudei che “cercano la gloria gli uni dagli altri”, o “cercano di arrestare” Gesù, di “lapidarlo” o di “ucciderlo”; oppure è usato per indicare il desiderio della folla che cerca Gesù per “mangiare”.

Poi riappare usato da Gesù che affronta il gruppo di soldati e le guardie chiedendo “chi cercate?” per ben due volte.

Lo stesso verbo sarà usato anche per Pilato che “cerca” di mettere in libertà Gesù.

E nel grande discorso di Gesù, il verbo è usato per indicare che i discepoli (come prima i Giudei) lo “cercheranno” ma non lo troveranno…

Credo che l’uso di questo verbo sia uno “stop and go”. Inizia con i discepoli di Giovanni che cercano il Cristo e si chiude con il Signore che suscita la fede in Maria. E in mezzo tanti che hanno “cercato”… ma non il Cristo.

Chiude dunque l’uso di questo verbo proprio il versetto che abbiamo ascoltato: Gesù chiede a Maria: “chi cerchi?”, e solo quando lei ha messo a nudo tutta la sua vulnerabilità, le sue vere intenzioni, tutta la sua voglia di “cercare Gesù” (un “chi”) non qualcosa; solo quando esprime la sua volontà di “cercare Gesù in quanto Gesù”, allora il Risorto la può finalmente chiamare per nome: “Maria”; e gli occhi di lei lo riconoscono come il Maestro.

Nella nostra indecisione, il Cristo si fa riconoscere, se siamo spontanei, veri, non ambigui, se cerchiamo il Cristo perché è il Cristo.

Ma all’azione del Cristo corrisponde la fede tenace, la ricerca vera e limpida di Maria.

In questo contesto si comprende anche il suo pianto che non è di depressione o di disperazione indefinibile, ma è energia vitale, tensione puntuale, ricerca di un “chi” non di un “cosa”: lei cerca lui, l’amato (come ricorda la prima lettura della festività, Ct 3,1-4a). Vuole capire, vedere, sapere, perché cerca il “suo Signore”. E il Signore si fa trovare. E torna dai discepoli… aspettando, chissà con quanta pazienza, che anche i loro occhi si aprano alla presenza del Signore.

di Maria Teresa Milano, ebraista

Il suo nome era Maria e veniva da Magdala, un villaggio di pescatori adagiato sulle sponde del lago di Tiberiade. Il vangelo di Luca riferisce che Gesù l’aveva liberata da sette demoni e sono stati versati fiumi di inchiostro sulla simbologia del numero e sul significato del termine, ma non è di questo che vorrei parlare guardando oggi la sua figura.

Sono un’ebraista e leggo il testo cercando i significati racchiusi nelle parole della Bibbia, nelle storie e nella Storia, tenendo a mente il must di ogni buon filologo: “Non fare mai dire a un testo quel che il testo non intendeva dire”. 

Ma anche i filologi possono cambiarsi d’abito e porsi di fronte a quel testo meraviglioso che è la Bibbia per lasciarsi interrogare, perché la sua vera forza è la capacità di non fornire risposte, quanto piuttosto di mettere ciascuno di noi di fronte a domande importanti. Restando nel rispetto della lingua e del testo, senza forzature, ma guardando con occhi limpidi all’aspetto più umano, che tocca tutti, a prescindere dalla fede o da qualsiasi scelta personale.

Maria di Magdala era una donna come lo sono io, forte e al tempo stesso vulnerabile come lo sono io e aveva i suoi demoni come li ho io, come li abbiamo tutti; ciascuno ha i propri ed è difficile contarli, ma sappiamo che quei demoni spesso si dileguano, nell’incontro con persone speciali, nelle relazioni che contano, nell’amore gratuito di chi sa guardarti dentro e tirarti fuori, prendendoti per mano, chiamandoti per nome come Gesù fa con lei. E chiamare per nome significa riconoscerti un’esistenza che è solo tua, speciale e unica.

Maria lascia il suo villaggio e segue Gesù riponendo in lui una fiducia assoluta e in questo non vedo tanto la prova di una scelta spirituale e nobile, anche se sono consapevole del fatto che nel corso dei secoli questa visione ha contribuito in modo decisivo a delineare la sua figura e il suo ruolo. Personalmente vedo soprattutto la sua capacità concreta di amare, liberata e libera da diversi demoni (forse più di 7), come la diffidenza, i dubbi o la paura, demoni che abiteranno invece fino alla fine i discepoli, anche i più vicini a Gesù. Maria resta accanto a Gesù sempre, perché il suo essere donna si traduce anche nel saper condividere e nel rimanere, qualsiasi cosa succeda. 

La ritroviamo in effetti nei giorni della passione e anche sotto la croce; lei è lì e guarda morire l’uomo a cui aveva affidato la propria vita. Lei c’è. I suoi no. Mi ha sempre colpita la Crocifissione di Masaccio, in cui Maria è di schiena, con le braccia spalancate in un gesto profondamente umano, quello dell’abbraccio, quasi un ultimo messaggio per dire “Non sei solo, io resto qui”.

E quando Gesù risorge è proprio a lei che si presenta. Non fa gesti eclatanti, ma ancora una volta, con grande semplicità, la chiama per nome: Maria. E ancora una volta, lei lo riconosce, i suoi dubitano.

La vecchia battuta divenuta cavallo di battaglia di tante omelie pasquali secondo cui “Gesù si è presentato alle donne perché così era sicuro che in un attimo lo avrebbero saputo tutti” non fa più ridere nessuno, perché forse altra è la realtà o, dovremmo dire, altre sono le domande. Sono domande su di noi e sulla nostra capacità di sentirci chiamare per nome, di lasciarci liberare dai demoni, quali e quanti che siano, con il coraggio e la fiducia di Maria di Magdala, con la sua capacità di stare dietro le quinte proprio come Miriam con Mosè e con la sua assoluta libertà di essere sé stessa e non il suo ruolo, con il suo modo molto semplice e reale di essere umana.

di Maria Teresa Lehnus, gruppo Donne per la Chiesa Milano

Maria Maddalena cerca Gesù al Sepolcro perchè lo amava di un amore grandissimo e viene premiata da Gesù per questo amore e si rivela per primo a lei. La chiama per nome Maria: una parola di dolcezza, di tenerezza, di familiarità, con cui questa donna si sente capita, amata, rispettata, perdonata, accolta.

Gesù non solo le parla con affetto, delicatezza e tenerezza ma la valorizza e le da’ una missione.

Maria ha preso coraggio e senza indugio va’ ad annunciare ai discepoli:” ho visto il Signore”.

Maria Maddalena Prima depositaria del mistero della Resurrezione!

Quando rileggo questo brano mi commuovo ogni volta e non posso non pensare a quante analogie mi legano alla Maddalena.

Anch’io come lei ho perso l’amore della mia vita: nello stesso periodo è terminata la mia esperienza lavorativa di circa 20 anni che consisteva nell’accogliere lavoratori italiani e stranieri, uomini e donne in un pensionato della diocesi.

Mi sono ritrovata a vivere un’esperienza di solitudine e di deserto: sembrava che la mia persona non interessasse più a nessuno: del mio nucleo familiare originario ero rimasta l’unica, avevo accompagnato le sorelle ed i genitori nell’ultimo tratto della loro vita, uno dei mie figli non stava bene, ai miei nipoti preadolescenti in quel tempo non serviva una nonna.

Alla parrocchia, al decanato alla diocesi non serviva una vedova!

Anch’io come la Maddalena ho fatto l‘esperienza del Risorto e sono andata a percorrere strade nuove:

a intessere relazioni nuove ed antiche. Ho recuperato amicizie che si erano affievolite nel corso degli anni.

Ho aderito al SAE (segretariato attività ecumeniche) per approfondire la mia passione per l’Ecumenismo, sono diventata compagna di strada del Gatti Spiazzati in cerca delle pietre di inciampo, anche loro desiderosi di fare esperienza del Risorto.

Mi sono unita al Guado, associazione LGBT cristiana: quanti momenti condivisi! Quante cene conviviali!

Anche loro in cerca del Risorto.

Mi sono resa conto che nel momento che sei disponibile a fare esperienze di libertà e di amore si aprono mondi immensi.

Ho incontrato Donne per la Chiesa e mi sono unita a loro: mi sento forte e coraggiosa.

Uomini e donne hanno bisogno di incontrare persone disponibili all’ascolto, alla condivisione all’affetto reciproco.

Il Risorto ha dato anche a me il compito di annunciarlo ed io vado, cammino, incontro, ascolto, condivido, rido e piango con loro.

“Signore io so che tu sei qui.

Nella fede luminosa di una notte stellata.

D’un giorno radioso di azzurro e di sole.

Io so che tu sei qui

Nella speranza gioiosa di un bimbo che viene

Di una lettera che arriva

Di un amico che torna

Tu sei qui.

Io so che Tu sei

Nell’amore immenso di mani che abbracciano

E nella pura tenerezza del bacio che mi donano!

Ma io so anche che Tu sei nella fede spogliata e nuda

Quando un giorno e poi un altro giorno

Mi parla di routine, di lavoro e di povertà

E La mia anima si immerge nella tenebra totale

Io so che tu sei qui!

Quando la speranza è una salita ripida, la cima è incerta e le mie forze molto poche. 

Tu sei qui!

Io so che tu sei qui

Quando amare è un solco umile e nascosto che invoca il grano per essere fecondo e morire in solitudine. 

Io so che sei qui!

Signore io so e io credo

 Signore io so e spero in te 

 Signore io so che mi ami. 

Io so che sei qui.”

 Piccolo fratello Mauricio Silva

 desapericido il 14 giugno  1977

 vittima della dittatura militare argentina.

di Marco Marzano

in “Domani” del 20 luglio 2021

Don Emanuele Tempesta è un prete di 29 anni, vicario in una parrocchia della diocesi di Milano. E’ stato arrestato a Bardonecchia, dove si trovava in vacanza con un gruppo di minori, con l’accusa di aver abusato, nei mesi precedenti, di almeno otto bambini tra gli otto e i dodici anni. I vertici della diocesi, nell’evidente ansia di sottrarsi ad ogni accusa di collusione con l’indagato, si sono precipitati a rendere noto il fatto e le accuse mosse al prete e ad esprimere «stupore e dolore» e insieme «vicinanza a tutti i soggetti in vario modo coinvolti nella vicenda». Il tono del comunicato e il contenuto di alcuni suoi passaggi fanno insomma pensare che la diocesi reputi credibili e molto gravi gli addebiti rivolti al suo sacerdote. La vicinanza alle presunte vittime e alle comunità coinvolte è sicuramente apprezzabile, ma in questo caso non rappresenta un atto particolarmente coraggioso, dal momento che fa seguito all’arresto del prete da parte delle forze dell’ordine e quindi all’esplosione dello “scandalo”. Diverso sarebbe stato il caso in cui fosse stata la stessa diocesi a denunciare gli abusi alle autorità statali. Quello sarebbe stato un vero gesto straordinario e di discontinuità rispetto al passato. Dissociarsi da un prete indiziato di abusi dopo che costui è stato clamorosamente arrestato può essere facilmente interpretato come un tentativo di tutelare a tutti i costi, anche ammettendo una colpevolezza dell’indagato, che è ancora da dimostrare in sede processuale, l’istituzione dal fango sollevato dalla vicenda. Don Emanuele Tempesta è stato ordinato prete solo due anni fa e in questo brevissimo lasso di tempo potrebbe essersi reso responsabile di un numero tale di reati sessuali da farlo qualificare come un “abusatore seriale”. Prima del 2019 ha trascorso non meno di sei lunghi anni all’interno di un’istituzione totale come il seminario, un luogo chiuso da dove non si esce e dove i ragazzi sono costantemente sotto osservazione da parte dei compagni e soprattutto dei tanti formatori (professori, rettori, vice rettori, educatori, padri spirituali, psicologi, eccetera). Quali valutazioni sono state compiute sulla maturità umana e spirituale del futuro don Emanuele? La chiesa è disposta a mettere a disposizione dell’accertamento della verità il fascicolo che sicuramente possiede nei suoi archivi su don Emanuele? E’ possibile che nessuno tra i compagni e i superiori del seminarista si sia accorto che c’era qualcosa non andava? Una strana carriera Alcune agenzie di stampa riferiscono che don Tempesta sarebbe stato ordinato con alcuni anni di ritardo. Questo vuol dire che molto probabilmente è stato, aun certo punto del percorso, “fermato” dai superiori perché ritenuto non ancora adatto a fare il prete oppure che è stato allontanato da un seminario e ripreso da un altro. Cosa ha motivato lo “sblocco” della sua carriera? E perché si è deciso di ordinarlo comunque? non sarà per caso stata la “fame di preti” a far propendere il vescovo in questa direzione o, peggio, la sistematica sottovalutazione delle qualità umane e della situazione psicologica a tutto vantaggio dell’attitudine a rispettare la disciplina e a seguire gli ordini impartiti dall’alto? L’ultimo punto riguardala personalità dei seminaristi e lo svolgimento della loro carriera dentro i ranghi del clero. Molti di questi ragazzi sono assai immaturi e fragilissimi da ogni punto di vista già al momento di candidarsi al sacerdozio. Molto spesso sono attratti dalla possibilità che l’istituzione offre loro di “mettere tra parentesi”, in ragione dell’obbligo celibatario, le loro difficoltà sessuali e le loro incertezze relazionali e affettive. La permanenza dentro i seminari molto spesso peggiora, e molto, la situazione, consolidando l’attitudine al segreto, al nascondimento e alla menzogna, l’anaffettività e l’immaturità. 

L’uscita dal seminario che segue l’ordinazione e l’inserimento in parrocchia fanno venir meno l’ultimo guscio protettivo rappresentato dal monitoraggio quotidiano operato dall’istituzione e finiscono per produrre, nel caso di don Tempesta in un arco di tempo incredibilmente ridotto, conseguenze devastanti per la società e anche per la comunità dei credenti, per il popolo di Dio. L’eventuale colpevolezza di don Emanuele verrà accertata in tribunale, ma la Chiesa Cattolica non ècostretta ad aspettare la sentenza per iniziare un doloroso ma necessario processo di riforma e rigenerazione.

di Raphael Rauch (tratto da Kath.Ch, originale qui )

Oggi è il giorno della diaconessa - nel giorno della commemorazione di Santa Caterina da Siena. È vero che Santa Caterina era una donna particolarmente audace e ribelle?

Peter Hünermann: Era una donna credente e la fede abbatte i cliché comportamentali così come le barriere linguistiche! 

Negli anni '90 lei ha organizzato a Hohenheim una conferenza molto apprezzata sul diaconato delle donne con un messaggio chiaro: ci sono abbastanza precedenti storici che rendono possibile il diaconato delle donne. Cosa è successo dopo la conferenza?

Hünermann: In precedenza avevo presentato un rapporto sul diaconato delle donne al Sinodo di Würzburg. È stato inviato insieme ad altri due rapporti del Sinodo a Roma. La risposta non è arrivata fino ad oggi. Negli anni '90 a seguito del congresso c’è stata la fondazione della rete "Diaconato delle donne". Abbiamo poi tenuto due corsi in cui abbiamo offerto una formazione adeguata alle donne. Abbiamo fatto tutto ciò che era possibile secondo la legge della chiesa.

Le donne supponevano che presto sarebbero state ordinate come diaconi. Cosa hanno imparato durante la formazione?

Hünermann: Solo le questioni ecclesiastiche erano escluse, come gli esercizi con la stola, l’introduzione al diritto canonico applicabile ai diaconi. Ma includeva la predicazione diaconale, un progetto diaconale di accompagnamento nella parrocchia di origine, la corrispondente introduzione a una teologia della diaconia, eccetera.

Perché il diaconato delle donne è importante per lei?

Hünermann: Il nostro obiettivo è una chiesa diaconale. La chiesa diaconale ha bisogno di uomini e donne come diaconi. Si tratta di lavorare su compiti che trascendono la vita della parrocchia e di conquistare volontari per mantenere vivo lo spirito diaconale e promuoverlo. È uno scherzo che circa l'80% del lavoro diaconale-caritativo è fatto da donne - ma le donne non possono diventare diaconi.

Il tema del diaconato per le donne è stato chiarito scientificamente - e ora è solo una questione di decisione politica?

Hünermann: Non è semplicemente una decisione politica. È una decisione che riguarda la natura della Chiesa. La chiesa che non è chiesa diaconale è una non-cosa, un pezzo di legno.

Papa Francesco ha nominato una nuova commissione di studio sul diaconato delle donne. Si tratta solo del ruolo storico della diaconessa - o anche di soddisfare le richieste del Sinodo dell'Amazzonia? Nel documento finale del Sinodo dell'Amazzonia le donne diacono non appaiono, ma durante il Sinodo la richiesta fu sollevata più volte.

Hünermann: Naturalmente si tratta di tenere presenti ambienti e situazioni pastorali così diverse dal bacino amazzonico a Manhattan o la situazione a Cuba, Guatemala o Doha.

Cosa dite ai conservatori che temono che con il diaconato delle donne arrivi anche l'ordinazione delle donne preti?

Hünermann: La paura non è mai stata una buona consigliera!

Una sua studentessa fa parte della commissione - la teologa di Friburgo Barbara Hallensleben. Sei ancora in contatto con lei?

Hünermann: Certo. Abbiamo parlato al telefono di recente.

Come si comporterà la signora Hallensleben a Roma?

Hünermann: È una teologa che lavora in modo molto indipendente e che argomenta in modo estremamente coscienzioso. Nel semestre invernale ha tenuto un seminario sul diaconato delle donne. Per questo aveva invitato un partecipante del nostro primo corso di diaconato e me ad una conferenza Zoom a più voci. Gli studenti erano molto entusiasti, come mi ha detto più tardi. 

I cattolici liberali sono infastiditi da Manfred Hauke, professore di dogmatica a Lugano, anche lui membro della commissione sul diaconato voluta da Papa Francesco. Nel 1995, ha scritto: "La natura maschile in particolare è più diretta verso il dominio del mondo esterno che quella delle donne". Ti viene in mente qualcosa di positivo da dire su Manfred Hauke?

Hünermann: È un cristiano battezzato! Il padre benedettino Angelus Häussling di Maria Laach diceva sempre ai novizi nel suo primo discorso da novizio: "Non puoi diventare più che un cristiano battezzato!

Papa Francesco si nasconde dietro le commissioni per non dover decidere nulla?

Hünermann: in questo periodo Papa Francesco ha preso molte decisioni sul diritto canonico. Un uomo come lui non si nasconde. Pensate al recente viaggio in Iraq.

Lei ha 92 anni. Vivrà ancora quando ci sarà il diaconato per le donne?

Hünermann: Questo mi piacerebbe molto!

Il sacerdote Peter Hünermann (92) è professore emerito di dogmatica all'Università di Tubinga. Ha una vasta cerchia di studenti - tra cui due donne che si occupano in vario modo di politica della chiesa: la dogmatica di Friburgo Barbara Hallensleben e Claudia Lücking-Michel, la vicepresidente uscente


di Lisa Koetter (co-fondatrice di Maria 2.0)

La professoressa Johanna Rahner, presidente del Katholisch- Theologischen Fakultätentag (KThF), ha detto in un forum delle donne nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart che chiunque non sostenga la parità di diritti per le donne nella Chiesa è un razzista.

 Immediatamente ci sono state forti reazioni da destra e da sinistra. Il vescovo Oster ha parlato di "sfacciataggine" e da parte sua ha accusato i sostenitori della parità di diritti nella Chiesa cattolica tedesca di guardare la chiesa universale dall'alto in basso. I commentatori di mentalità liberale hanno suggerito che la misoginia non è razzismo.

 Una definizione comune di razzismo è:

"Il razzismo è una dottrina che fa una distinzione gerarchica tra le persone. La base di questa distinzione sono le caratteristiche biologiche, che si pensa siano essenziali per le prestazioni sociali e culturali e per il progresso sociale".

 Secondo questa definizione, anche la misoginia sarebbe classificata come razzismo.

Tuttavia, ai nostri giorni impariamo che il razzismo è sempre diretto contro coloro che storicamente appartengono al gruppo discriminato, ma non al "gruppo dominante".

La Chiesa romana è razzista nel modo in cui insegna e agisce? La Chiesa romana è molte cose: misogina, omofoba, monarchica, antidemocratica, sessista, arretrata. Ma razzista? Non stanno tutti aspettando che il prossimo papa abbia un colore di pelle più scuro? Il cardinale Müller e il cardinale Sarah non stanno forse lavorando fianco a fianco sul loro concetto romano di "salvezza"? Non ci vogliamo tutti bene, indipendentemente dalla parte del mondo da cui proveniamo noi o i nostri antenati?

 Ma basta!

Chi chiede l'uguaglianza dei diritti per tutti nella Chiesa cattolica, sente subito dagli oppositori dell'uguaglianza dei diritti un argomento che, sempre con un gesto paternalistico, si riassume in una parola: chiesa universale!     

Poi segue la spiegazione, qualcosa del genere:

Oh voi donne emancipate dell'Europa occidentale, voi con la vostra educazione e la vostra libertà, con il vostro accesso alle migliori cure sanitarie, alla cura dei bambini, alle opportunità di carriera.... Le donne del sud del mondo, nei paesi più poveri, non sono come voi. Meno istruite, con molti figli, strettamente legate alle loro famiglie, vincolate dalla tradizione - hanno preoccupazioni completamente diverse.

E sempre, SEMPRE si parla dell'Africa.

 E questo è ovviamente razzista.

Ricordo come un prete, che a volte era ospite a casa dei miei genitori nei primi anni '70, sosteneva che "gli africani sono molto più capaci di soffrire degli europei". Naturalmente, continuava il signore "colto", questo era anche perché "non conoscono altro. Servono e soffrono...". Ecco perché "la schiavitù non era così male. Le persone stavano spesso meglio dei N... in America. Avevano solo bisogno di qualcuno che dicesse loro cosa fare...".

 Questo è l'atteggiamento mentale che non sfugge più alle labbra dei governanti che si aggrappano allo status quo, ma che sonnecchia nelle profondità Biedermeier dell'argomento chiesa mondiale.

 A proposito, un missionario di Steyl che ha vissuto in Congo per molti decenni era molto diverso. Ci ha parlato del suo desiderio di uguaglianza incondizionata nella Chiesa romana. Disse che, secondo lui, le donne portano quasi esclusivamente la responsabilità della società e della Chiesa in Africa. Le donne non solo la portano, ma sono anche quelle che la plasmano. Se ci fossero uguali diritti per loro, ci sarebbero paesi prosperi. Ma devono costantemente lottare contro l'impotenza della loro posizione. Contro lo sfruttamento sessuale, contro un'educazione insufficiente per loro stesse e per i loro figli, contro l'autoimportanza dei loro mariti o dei preti che vogliono governare ma non aiutano veramente a far andare avanti la vita. Sono ostacolate da tradizioni che le escludono dalle decisioni e cementano la loro mancanza di diritti. Il vecchio missionario diceva che sarebbe una spinta incredibile se alle donne venisse finalmente concesso ufficialmente dall'ufficio ciò che già sono: le artefici della vita sociale e religiosa.

 Il sottotesto nella parola "chiesa universale" è che alle donne del "sud globale" non importa "tanto" il fatto di non avere pari diritti, essere sfruttate, essere escluse dalle decisioni, dalle nomine o dagli uffici, essere patrocinate, ecc. Il fatto che a Roma, per esempio, ci siano donne del "sud globale" non fa alcuna differenza.

Il fatto che a Roma si sappia da tempo, per esempio, che le suore "del sud globale" sono abusate dai preti, che le gravidanze che ne derivano sono interrotte da aborti forzati, che alcune superiore conoscono e permettono queste cose, ecc. non ha costretto nessuno degli alti signori della chiesa a Roma e altrove a cambiare qualcosa su questa situazione senza legge e indifesa delle donne e nemmeno a denunciarla ad alta voce. Fratelli nella nebbia anche qui... 

Solo una donna europea, Doris Reisinger, doveva venire a mettere il dito nelle piaghe della violenza sessuale, che lei stessa aveva subito da suora per mano di un prete. Doveva scrivere un libro per svegliarci tutti.

 Papa Francesco, interrogato dai giornalisti su un volo sugli abusi sessuali di suore religiose da parte di preti, ha ammesso senza mezzi termini che ne era a conoscenza.

E perché, PERCHE' non si fa questo, che sarebbe l'unico e duraturo modo per togliere il terreno da questi disgustosi crimini: proclamare pari dignità e pari diritti per tutti gli esseri umani, senza se e senza ma, anche e soprattutto all'interno della Chiesa romana!

 Questo non avviene perché ciò che il prete degli anni Settanta ha diffuso intorno alla nostra tavola familiare in termini di sentimenti razzisti profondamente radicati è ancora nelle ossa misogine e razziste di molti alti e meno alti signori della chiesa:

Che le donne comunque, ma in particolare quelle con la pelle scura, sono capaci di soffrire.

E che non hanno altra scelta. Le Eva di questo mondo.

di Maria Teresa Milano

Ho letto d’un fiato l’ultimo libro di Paola Lazzarini, lucido, chiaro, sincero, senza fronzoli né facili buonismi. Non mi occupo di questi temi dal punto di vista professionale, quindi non entrerò nel merito dei contenuti, ma vorrei riprendere una bella immagine che credo racconti qualcosa di noi aldilà del tempo, dello spazio e di qualsivoglia comunità religiosa. Alle pp. 42-43 si legge in merito alle relazioni tra donne:

C’è una qualità nel sostenersi che non si rinviene altrove […] Lo fanno ascoltando per ore l’amica che sta vivendo una dolorosa separazione, accompagnandosi l’un l’altra in ospedale per esami impegnativi, testimoniando in tribunale, vegliandone i figli: è una catena invisibile ai più, che quando si svela – per caso o per necessità – emana una luce fortissima.

È un’immagine profondamente vera e io stessa mi sento parte di questa rete in cui si condivide la vita, con la trasmissione dei saperi più semplici, l’ascolto senza giudizio, i consigli e l’aiuto concreto. Si tratta di un’antica pratica femminile che si scorge già nella Bibbia, in cui tra le mille sfumature dell’essere donna e le mille situazioni della vita, anche le più impossibili, ritroviamo alcune storie di forti legami femminili. 

Penso a Ruth e Noemi, nuora e suocera unite da un affetto profondo e da un senso di lealtà fuori dal comune. Insieme vivono il lutto e il dolore per la perdita dei mariti, insieme si mettono in cammino verso Betlemme e insieme ricominciano una nuova vita. Penso alle figlie di Lot che, temendo fortemente la fine del mondo, si alleano per ubriacare e violentare il proprio padre, garantendo così eredi alla famiglia e, forse, la sopravvivenza della specie umana. 

Penso a Lea e Rachele, sorelle e contemporaneamente cognate, impegnate a gestire il loro uomo in comune Giacobbe, due serve, tredici figli e un padre di cui in fondo, ci si può fidare poco. In questo loro caos assoluto e improponibile per i nostri criteri etici e morali, restano unite fino alla fine, superando i momenti di rabbia e gelosia e prendendo ogni decisione di comune accordo. Nel romanzo molto bello di Anita Diamant dedicato a Dina, figlia di Giacobbe e Lea, si parla della tenda rossa, luogo in cui si resta nel periodo del ciclo e del parto, evitando qualsiasi contatto con gli uomini per via del sangue. Quella tenda è l’immagine di antichi riti condivisi, è la memoria di donne che in quella “stanza tutta per loro”, imparano a comprendersi e a crescere insieme. 

Le protagoniste della Bibbia non sono figure eteree, ma donne in carne e ossa, che affrontano la vita in tutta la sua complessità, compiendo anche scelte poco convenzionali e questo ha dato non poco filo da torcere ai commentatori di ogni epoca, che si sono arrabattati a trovare cornici nobili o ancor più nobili metafore per evitare gli imbarazzi.

Una buona parte di esegesi testuale e di tradizione ha spiritualizzato a tal punto le figure femminili della Bibbia che poco alla volta le ha allontanate da noi, dalla nostra vita e dalla nostra esperienza ed è legittimo dire che per certi versi questa operazione impedisce al testo di fare il suo lavoro principale, ovvero quello di suscitarci domande su di noi.

E invece è proprio in quel testo che ritroviamo noi e le nostre relazioni con i genitori, l’uomo (o gli uomini) che amiamo, i figli, i nipoti e le donne che abbiamo intorno ed è proprio in quelle figure femminili che possiamo provare a leggere noi stesse e la nostra vita, in tutta la sua concretezza.

La rete invisibile di cui parla Paola Lazzarini nasce anche di qui, dalla nostra capacità di riconoscere noi stesse e le nostre relazioni in quelle storie profondamente vere e umane.

Il mio pensiero oggi va alle tante donne con cui faccio rete e condivido in varia misura la mia vita, perché quelle donne sono esattamente come le protagoniste della Bibbia: forti, in gamba, bellissime nella loro fragilità e nella consapevolezza di essere imperfette.

Hanno desiderio di conoscere e imparare come Eva di fronte all’albero e di essere bellissime come Sarah, anche quando si fanno più evidenti le rughe e i segni del corpo; conoscono il sottile fascino del cibo come Abigail e talvolta giocano a sedurre come fece Betsabea con Davide; si ritrovano spesso a prendere decisioni importanti, come la profetessa e giudice Deborah, a raccontare piccole o grandi bugie come Tamar per poter indirizzare le cose nel verso giusto o a scegliere il silenzio, la riflessione e la preghiera come la regina Ester; sanno amare intensamente, come Anna a Shiloh o come l’anonima protagonista del Cantico dei Cantici, che intreccia parole e desideri con il suo amato in un dialogo assolutamente alla pari.

Le donne con cui condivido la vita sono proprio così e sanno dire “Ci sono per te”, come fa Micol, che ama a tal punto il suo uomo, il re Davide, da dedicarsi totalmente a lui, senza se e senza ma, senza bisogno di inganni o trucchetti, senza mai imporre ultimatum. Lei è l’unica donna di cui la Bibbia dice che ama un uomo e quel suo amare gratuito e infinito non è purtroppo compreso da lui, che quando la situazione si fa dura, scappa perché non sa come affrontare la vita. 

Micol sta lì a dirci quando sia difficile saper dire “Ci sono per te”, ma la storia insegna che le donne lo sanno fare e forse è proprio questa la forza più grande che abbiamo, perché se si cammina insieme, a volte forse in modo un po’ rocambolesco, si può arrivare lontano. 

Caro don Giulio, ci sembra importante scriverti per non sottrarci ad una occasione di impegno e testimonianza.

Abbiamo scritto nel nostro manifesto che:

“ Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. ”

In coerenza con tali intenti siamo rimaste ferite ed amareggiate per la presa di posizione della Congregazione per la Fede in merito alla possibilità di benedire l’amore e la relazione tra persone dello stesso sesso, profondamente convinte che ogni rapporto d’amore in quanto tale non può che contemplare la presenza di Dio, padre e madre, e che, appunto, il “cammino unico ed irripetibile” di ciascuno non debba trovare limiti quando è volto all’amore.

Ci siamo stupite non solo della presa di posizione della Congregazione, ma anche dell’assordante silenzio di coloro che - almeno nel sentire comune - rappresentano la Chiesa, e quindi il tuo gesto ci ha sollevato sia come espressione anche del nostro sentire, sia perché ha dato voce e visibilità ad una parte di comunità forse non allineata, ma certamente preoccupata dell’accogliere amorevolmente prima che del dare giudizi.
Ti vogliamo pertanto esprimere la nostra gratitudine e vicinanza, condividendo con te anche la campagna che abbiamo lanciato con l’hashtag #iovibenedico.

Il gruppo genovese di “Donne per la Chiesa”