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di Raphael Rauch (tratto da Kath.Ch, originale qui )

Oggi è il giorno della diaconessa - nel giorno della commemorazione di Santa Caterina da Siena. È vero che Santa Caterina era una donna particolarmente audace e ribelle?

Peter Hünermann: Era una donna credente e la fede abbatte i cliché comportamentali così come le barriere linguistiche! 

Negli anni '90 lei ha organizzato a Hohenheim una conferenza molto apprezzata sul diaconato delle donne con un messaggio chiaro: ci sono abbastanza precedenti storici che rendono possibile il diaconato delle donne. Cosa è successo dopo la conferenza?

Hünermann: In precedenza avevo presentato un rapporto sul diaconato delle donne al Sinodo di Würzburg. È stato inviato insieme ad altri due rapporti del Sinodo a Roma. La risposta non è arrivata fino ad oggi. Negli anni '90 a seguito del congresso c’è stata la fondazione della rete "Diaconato delle donne". Abbiamo poi tenuto due corsi in cui abbiamo offerto una formazione adeguata alle donne. Abbiamo fatto tutto ciò che era possibile secondo la legge della chiesa.

Le donne supponevano che presto sarebbero state ordinate come diaconi. Cosa hanno imparato durante la formazione?

Hünermann: Solo le questioni ecclesiastiche erano escluse, come gli esercizi con la stola, l’introduzione al diritto canonico applicabile ai diaconi. Ma includeva la predicazione diaconale, un progetto diaconale di accompagnamento nella parrocchia di origine, la corrispondente introduzione a una teologia della diaconia, eccetera.

Perché il diaconato delle donne è importante per lei?

Hünermann: Il nostro obiettivo è una chiesa diaconale. La chiesa diaconale ha bisogno di uomini e donne come diaconi. Si tratta di lavorare su compiti che trascendono la vita della parrocchia e di conquistare volontari per mantenere vivo lo spirito diaconale e promuoverlo. È uno scherzo che circa l'80% del lavoro diaconale-caritativo è fatto da donne - ma le donne non possono diventare diaconi.

Il tema del diaconato per le donne è stato chiarito scientificamente - e ora è solo una questione di decisione politica?

Hünermann: Non è semplicemente una decisione politica. È una decisione che riguarda la natura della Chiesa. La chiesa che non è chiesa diaconale è una non-cosa, un pezzo di legno.

Papa Francesco ha nominato una nuova commissione di studio sul diaconato delle donne. Si tratta solo del ruolo storico della diaconessa - o anche di soddisfare le richieste del Sinodo dell'Amazzonia? Nel documento finale del Sinodo dell'Amazzonia le donne diacono non appaiono, ma durante il Sinodo la richiesta fu sollevata più volte.

Hünermann: Naturalmente si tratta di tenere presenti ambienti e situazioni pastorali così diverse dal bacino amazzonico a Manhattan o la situazione a Cuba, Guatemala o Doha.

Cosa dite ai conservatori che temono che con il diaconato delle donne arrivi anche l'ordinazione delle donne preti?

Hünermann: La paura non è mai stata una buona consigliera!

Una sua studentessa fa parte della commissione - la teologa di Friburgo Barbara Hallensleben. Sei ancora in contatto con lei?

Hünermann: Certo. Abbiamo parlato al telefono di recente.

Come si comporterà la signora Hallensleben a Roma?

Hünermann: È una teologa che lavora in modo molto indipendente e che argomenta in modo estremamente coscienzioso. Nel semestre invernale ha tenuto un seminario sul diaconato delle donne. Per questo aveva invitato un partecipante del nostro primo corso di diaconato e me ad una conferenza Zoom a più voci. Gli studenti erano molto entusiasti, come mi ha detto più tardi. 

I cattolici liberali sono infastiditi da Manfred Hauke, professore di dogmatica a Lugano, anche lui membro della commissione sul diaconato voluta da Papa Francesco. Nel 1995, ha scritto: "La natura maschile in particolare è più diretta verso il dominio del mondo esterno che quella delle donne". Ti viene in mente qualcosa di positivo da dire su Manfred Hauke?

Hünermann: È un cristiano battezzato! Il padre benedettino Angelus Häussling di Maria Laach diceva sempre ai novizi nel suo primo discorso da novizio: "Non puoi diventare più che un cristiano battezzato!

Papa Francesco si nasconde dietro le commissioni per non dover decidere nulla?

Hünermann: in questo periodo Papa Francesco ha preso molte decisioni sul diritto canonico. Un uomo come lui non si nasconde. Pensate al recente viaggio in Iraq.

Lei ha 92 anni. Vivrà ancora quando ci sarà il diaconato per le donne?

Hünermann: Questo mi piacerebbe molto!

Il sacerdote Peter Hünermann (92) è professore emerito di dogmatica all'Università di Tubinga. Ha una vasta cerchia di studenti - tra cui due donne che si occupano in vario modo di politica della chiesa: la dogmatica di Friburgo Barbara Hallensleben e Claudia Lücking-Michel, la vicepresidente uscente


di Lisa Koetter (co-fondatrice di Maria 2.0)

La professoressa Johanna Rahner, presidente del Katholisch- Theologischen Fakultätentag (KThF), ha detto in un forum delle donne nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart che chiunque non sostenga la parità di diritti per le donne nella Chiesa è un razzista.

 Immediatamente ci sono state forti reazioni da destra e da sinistra. Il vescovo Oster ha parlato di "sfacciataggine" e da parte sua ha accusato i sostenitori della parità di diritti nella Chiesa cattolica tedesca di guardare la chiesa universale dall'alto in basso. I commentatori di mentalità liberale hanno suggerito che la misoginia non è razzismo.

 Una definizione comune di razzismo è:

"Il razzismo è una dottrina che fa una distinzione gerarchica tra le persone. La base di questa distinzione sono le caratteristiche biologiche, che si pensa siano essenziali per le prestazioni sociali e culturali e per il progresso sociale".

 Secondo questa definizione, anche la misoginia sarebbe classificata come razzismo.

Tuttavia, ai nostri giorni impariamo che il razzismo è sempre diretto contro coloro che storicamente appartengono al gruppo discriminato, ma non al "gruppo dominante".

La Chiesa romana è razzista nel modo in cui insegna e agisce? La Chiesa romana è molte cose: misogina, omofoba, monarchica, antidemocratica, sessista, arretrata. Ma razzista? Non stanno tutti aspettando che il prossimo papa abbia un colore di pelle più scuro? Il cardinale Müller e il cardinale Sarah non stanno forse lavorando fianco a fianco sul loro concetto romano di "salvezza"? Non ci vogliamo tutti bene, indipendentemente dalla parte del mondo da cui proveniamo noi o i nostri antenati?

 Ma basta!

Chi chiede l'uguaglianza dei diritti per tutti nella Chiesa cattolica, sente subito dagli oppositori dell'uguaglianza dei diritti un argomento che, sempre con un gesto paternalistico, si riassume in una parola: chiesa universale!     

Poi segue la spiegazione, qualcosa del genere:

Oh voi donne emancipate dell'Europa occidentale, voi con la vostra educazione e la vostra libertà, con il vostro accesso alle migliori cure sanitarie, alla cura dei bambini, alle opportunità di carriera.... Le donne del sud del mondo, nei paesi più poveri, non sono come voi. Meno istruite, con molti figli, strettamente legate alle loro famiglie, vincolate dalla tradizione - hanno preoccupazioni completamente diverse.

E sempre, SEMPRE si parla dell'Africa.

 E questo è ovviamente razzista.

Ricordo come un prete, che a volte era ospite a casa dei miei genitori nei primi anni '70, sosteneva che "gli africani sono molto più capaci di soffrire degli europei". Naturalmente, continuava il signore "colto", questo era anche perché "non conoscono altro. Servono e soffrono...". Ecco perché "la schiavitù non era così male. Le persone stavano spesso meglio dei N... in America. Avevano solo bisogno di qualcuno che dicesse loro cosa fare...".

 Questo è l'atteggiamento mentale che non sfugge più alle labbra dei governanti che si aggrappano allo status quo, ma che sonnecchia nelle profondità Biedermeier dell'argomento chiesa mondiale.

 A proposito, un missionario di Steyl che ha vissuto in Congo per molti decenni era molto diverso. Ci ha parlato del suo desiderio di uguaglianza incondizionata nella Chiesa romana. Disse che, secondo lui, le donne portano quasi esclusivamente la responsabilità della società e della Chiesa in Africa. Le donne non solo la portano, ma sono anche quelle che la plasmano. Se ci fossero uguali diritti per loro, ci sarebbero paesi prosperi. Ma devono costantemente lottare contro l'impotenza della loro posizione. Contro lo sfruttamento sessuale, contro un'educazione insufficiente per loro stesse e per i loro figli, contro l'autoimportanza dei loro mariti o dei preti che vogliono governare ma non aiutano veramente a far andare avanti la vita. Sono ostacolate da tradizioni che le escludono dalle decisioni e cementano la loro mancanza di diritti. Il vecchio missionario diceva che sarebbe una spinta incredibile se alle donne venisse finalmente concesso ufficialmente dall'ufficio ciò che già sono: le artefici della vita sociale e religiosa.

 Il sottotesto nella parola "chiesa universale" è che alle donne del "sud globale" non importa "tanto" il fatto di non avere pari diritti, essere sfruttate, essere escluse dalle decisioni, dalle nomine o dagli uffici, essere patrocinate, ecc. Il fatto che a Roma, per esempio, ci siano donne del "sud globale" non fa alcuna differenza.

Il fatto che a Roma si sappia da tempo, per esempio, che le suore "del sud globale" sono abusate dai preti, che le gravidanze che ne derivano sono interrotte da aborti forzati, che alcune superiore conoscono e permettono queste cose, ecc. non ha costretto nessuno degli alti signori della chiesa a Roma e altrove a cambiare qualcosa su questa situazione senza legge e indifesa delle donne e nemmeno a denunciarla ad alta voce. Fratelli nella nebbia anche qui... 

Solo una donna europea, Doris Reisinger, doveva venire a mettere il dito nelle piaghe della violenza sessuale, che lei stessa aveva subito da suora per mano di un prete. Doveva scrivere un libro per svegliarci tutti.

 Papa Francesco, interrogato dai giornalisti su un volo sugli abusi sessuali di suore religiose da parte di preti, ha ammesso senza mezzi termini che ne era a conoscenza.

E perché, PERCHE' non si fa questo, che sarebbe l'unico e duraturo modo per togliere il terreno da questi disgustosi crimini: proclamare pari dignità e pari diritti per tutti gli esseri umani, senza se e senza ma, anche e soprattutto all'interno della Chiesa romana!

 Questo non avviene perché ciò che il prete degli anni Settanta ha diffuso intorno alla nostra tavola familiare in termini di sentimenti razzisti profondamente radicati è ancora nelle ossa misogine e razziste di molti alti e meno alti signori della chiesa:

Che le donne comunque, ma in particolare quelle con la pelle scura, sono capaci di soffrire.

E che non hanno altra scelta. Le Eva di questo mondo.

di Maria Teresa Milano

Ho letto d’un fiato l’ultimo libro di Paola Lazzarini, lucido, chiaro, sincero, senza fronzoli né facili buonismi. Non mi occupo di questi temi dal punto di vista professionale, quindi non entrerò nel merito dei contenuti, ma vorrei riprendere una bella immagine che credo racconti qualcosa di noi aldilà del tempo, dello spazio e di qualsivoglia comunità religiosa. Alle pp. 42-43 si legge in merito alle relazioni tra donne:

C’è una qualità nel sostenersi che non si rinviene altrove […] Lo fanno ascoltando per ore l’amica che sta vivendo una dolorosa separazione, accompagnandosi l’un l’altra in ospedale per esami impegnativi, testimoniando in tribunale, vegliandone i figli: è una catena invisibile ai più, che quando si svela – per caso o per necessità – emana una luce fortissima.

È un’immagine profondamente vera e io stessa mi sento parte di questa rete in cui si condivide la vita, con la trasmissione dei saperi più semplici, l’ascolto senza giudizio, i consigli e l’aiuto concreto. Si tratta di un’antica pratica femminile che si scorge già nella Bibbia, in cui tra le mille sfumature dell’essere donna e le mille situazioni della vita, anche le più impossibili, ritroviamo alcune storie di forti legami femminili. 

Penso a Ruth e Noemi, nuora e suocera unite da un affetto profondo e da un senso di lealtà fuori dal comune. Insieme vivono il lutto e il dolore per la perdita dei mariti, insieme si mettono in cammino verso Betlemme e insieme ricominciano una nuova vita. Penso alle figlie di Lot che, temendo fortemente la fine del mondo, si alleano per ubriacare e violentare il proprio padre, garantendo così eredi alla famiglia e, forse, la sopravvivenza della specie umana. 

Penso a Lea e Rachele, sorelle e contemporaneamente cognate, impegnate a gestire il loro uomo in comune Giacobbe, due serve, tredici figli e un padre di cui in fondo, ci si può fidare poco. In questo loro caos assoluto e improponibile per i nostri criteri etici e morali, restano unite fino alla fine, superando i momenti di rabbia e gelosia e prendendo ogni decisione di comune accordo. Nel romanzo molto bello di Anita Diamant dedicato a Dina, figlia di Giacobbe e Lea, si parla della tenda rossa, luogo in cui si resta nel periodo del ciclo e del parto, evitando qualsiasi contatto con gli uomini per via del sangue. Quella tenda è l’immagine di antichi riti condivisi, è la memoria di donne che in quella “stanza tutta per loro”, imparano a comprendersi e a crescere insieme. 

Le protagoniste della Bibbia non sono figure eteree, ma donne in carne e ossa, che affrontano la vita in tutta la sua complessità, compiendo anche scelte poco convenzionali e questo ha dato non poco filo da torcere ai commentatori di ogni epoca, che si sono arrabattati a trovare cornici nobili o ancor più nobili metafore per evitare gli imbarazzi.

Una buona parte di esegesi testuale e di tradizione ha spiritualizzato a tal punto le figure femminili della Bibbia che poco alla volta le ha allontanate da noi, dalla nostra vita e dalla nostra esperienza ed è legittimo dire che per certi versi questa operazione impedisce al testo di fare il suo lavoro principale, ovvero quello di suscitarci domande su di noi.

E invece è proprio in quel testo che ritroviamo noi e le nostre relazioni con i genitori, l’uomo (o gli uomini) che amiamo, i figli, i nipoti e le donne che abbiamo intorno ed è proprio in quelle figure femminili che possiamo provare a leggere noi stesse e la nostra vita, in tutta la sua concretezza.

La rete invisibile di cui parla Paola Lazzarini nasce anche di qui, dalla nostra capacità di riconoscere noi stesse e le nostre relazioni in quelle storie profondamente vere e umane.

Il mio pensiero oggi va alle tante donne con cui faccio rete e condivido in varia misura la mia vita, perché quelle donne sono esattamente come le protagoniste della Bibbia: forti, in gamba, bellissime nella loro fragilità e nella consapevolezza di essere imperfette.

Hanno desiderio di conoscere e imparare come Eva di fronte all’albero e di essere bellissime come Sarah, anche quando si fanno più evidenti le rughe e i segni del corpo; conoscono il sottile fascino del cibo come Abigail e talvolta giocano a sedurre come fece Betsabea con Davide; si ritrovano spesso a prendere decisioni importanti, come la profetessa e giudice Deborah, a raccontare piccole o grandi bugie come Tamar per poter indirizzare le cose nel verso giusto o a scegliere il silenzio, la riflessione e la preghiera come la regina Ester; sanno amare intensamente, come Anna a Shiloh o come l’anonima protagonista del Cantico dei Cantici, che intreccia parole e desideri con il suo amato in un dialogo assolutamente alla pari.

Le donne con cui condivido la vita sono proprio così e sanno dire “Ci sono per te”, come fa Micol, che ama a tal punto il suo uomo, il re Davide, da dedicarsi totalmente a lui, senza se e senza ma, senza bisogno di inganni o trucchetti, senza mai imporre ultimatum. Lei è l’unica donna di cui la Bibbia dice che ama un uomo e quel suo amare gratuito e infinito non è purtroppo compreso da lui, che quando la situazione si fa dura, scappa perché non sa come affrontare la vita. 

Micol sta lì a dirci quando sia difficile saper dire “Ci sono per te”, ma la storia insegna che le donne lo sanno fare e forse è proprio questa la forza più grande che abbiamo, perché se si cammina insieme, a volte forse in modo un po’ rocambolesco, si può arrivare lontano. 

Caro don Giulio, ci sembra importante scriverti per non sottrarci ad una occasione di impegno e testimonianza.

Abbiamo scritto nel nostro manifesto che:

“ Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. ”

In coerenza con tali intenti siamo rimaste ferite ed amareggiate per la presa di posizione della Congregazione per la Fede in merito alla possibilità di benedire l’amore e la relazione tra persone dello stesso sesso, profondamente convinte che ogni rapporto d’amore in quanto tale non può che contemplare la presenza di Dio, padre e madre, e che, appunto, il “cammino unico ed irripetibile” di ciascuno non debba trovare limiti quando è volto all’amore.

Ci siamo stupite non solo della presa di posizione della Congregazione, ma anche dell’assordante silenzio di coloro che - almeno nel sentire comune - rappresentano la Chiesa, e quindi il tuo gesto ci ha sollevato sia come espressione anche del nostro sentire, sia perché ha dato voce e visibilità ad una parte di comunità forse non allineata, ma certamente preoccupata dell’accogliere amorevolmente prima che del dare giudizi.
Ti vogliamo pertanto esprimere la nostra gratitudine e vicinanza, condividendo con te anche la campagna che abbiamo lanciato con l’hashtag #iovibenedico.

Il gruppo genovese di “Donne per la Chiesa”

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di Maria Teresa Milano

Il bar la mattina è un vero e proprio forum di discussione e la cosa incredibile è che si toccano praticamente tutti i campi dello scibile. Certo in questo momento è difficile intavolare dibattiti consistenti, ma il coffee to go permette comunque qualche scambio di battute mentre si è in coda o si beve, a debita distanza, caffè e cappuccino in piedi davanti al locale.

Stamattina si parlava del Festival di Sanremo, in particolare delle performance di Amadeus e Fiorello, che hanno duettato prima in una nuvola di piume soffici e bianche, unghie laccate di rosso e glutei sodi e poi letteralmente incorniciati quasi fossero opere d’arte, da donne che si muovevano intorno a loro fasciate da mini-tute in pelle nera. Le amiche del caffè erano piuttosto perplesse e così sono andata a cercarmi in rete la puntata. Di primo acchito mi sono sembrate semplicemente due scene d’altri tempi, la prima più vicina alla tradizione del cabaret, la seconda a certe produzioni anni ’80 un po’ trash, poi ho cominciato ad avvertire una sorta di disagio. Qualcosa mi disturbava, ma non capivo cosa: non era certo l’esibizione dei due uomini, eleganti e sobri, né i costumi piuttosto minimal delle ballerine. La danza è arte e le produzioni del celebre Ohad Naharin, direttore artistico della compagnia di ballo israeliana Batsheva hanno dimostrato come sia possibile portare in scena anche un nudo senza che questo risulti volgare perché, appunto, ogni scelta sul palcoscenico nasce da un pensiero e di questo si fa portavoce.

Il problema allora non è da cercare nei centimetri di pelle esposti davanti alle telecamere, bensì nel pensiero che sta dietro quei movimenti ostentati e quegli sguardi lanciati in parte ai due conduttori del Festival, in parte al pubblico a casa.

Il pensiero forse, è quello delle “donne in vetrina” e lo dico senza alcun intento moralistico e senza alcuna ideologia, ma solo con grande tristezza, perché il palcoscenico dell’Ariston per certi versi è un simbolo di questo paese. È vero, non è seguito come un tempo e i giovani non se ne interessano granché, ma resta comunque un punto di riferimento, per noi e per chi ci guarda di fuori. Le scelte artistiche del Festival raccontano un po’ chi siamo e quali sono i nostri modelli culturali. La puntata di mercoledì ha messo chiaramente in luce che non amiamo né sperimentare né puntare sull’eccellenza e preferiamo stare comodi nei cliché, perché di certo sono più rassicuranti.

E mentre la tv di stato propinava ai fedeli ascoltatori il classico binomio uomo forte/donna oggetto, sul canale YouTube delle Paoline tre donne discutevano con intelligenza e lucidità dello spinoso e quanto mai urgente tema della presenza femminile nella Chiesa, ponendo l’accento proprio su questo punto in particolare: cosa vogliamo dire di noi e come siamo percepite?

Con quale consapevolezza e quale fiducia ci avviciniamo a un mondo, quello ecclesiastico, strutturato secondo una rigida gerarchia composta di maschi celibi che vedono nell’esclusione della donna dalla vita il punto forte della loro scelta? Se non siamo contemplate nella vita, come possiamo esserlo in una collaborazione in cui i soggetti hanno pari dignità e pari diritti? 

Paola Lazzarini, Antonietta Potente e Cristina Simonelli hanno messo sul tavolo della discussione, pur nel poco tempo a disposizione, i diversi aspetti della questione e hanno ribadito che non si può parlare di distribuzione di incarichi e di posizioni interne al sistema se non si prende prima in considerazione l’aspetto antropologico: ma questa donna, cos’è?

Forse un oggetto da collocare in una struttura cercando di trovare un equilibrio tra le richieste concrete dei movimenti femminili internazionali e le resistenze e/o gli impedimenti giuridici di un sistema patriarcale poco incline al cambiamento? O un’immagine idealizzata e tramandata dalla tradizione che non trova riscontro nella realtà? O un’entità distante dalla vita concreta, una realtà di cui gli uomini si permettono di parlare ma con cui non si “sporcano le mani” mai? 

Ed ecco che in modo forse un po’ surreale, nella stessa sera e nello stesso momento, l’immagine di donna oggetto e donna in vetrina univa idealmente il Festival nazional popolare della canzone italiana e i discorsi teologici e sociologici che in questo momento ci stanno particolarmente a cuore. 

Questo paradosso credo metta in luce un fatto fondamentale: la rivoluzione deve essere innanzitutto culturale, perché il concetto stesso di donna-oggetto va riconosciuto nelle sue mille sfumature e non sempre il criterio è quello della “nudità esposta”. Solo se lo si riconosce lo si può decostruire, per ritrovare dignità di sé, sicurezza del proprio valore e finalmente, possibilità di costruire un dialogo. Finché noi donne accetteremo di stare “in vetrina”, raccontandoci magari che lo facciamo per nobili motivi o peggio ancora per fede, nessun cambiamento sarà possibile. 

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A TUTTE LE PERSONE DI BUONA VOLONTÀ!

1. Nella nostra Chiesa tutte le persone abbiano accesso a tutti i ministeri.

I diritti umani e la Legge fondamentale (=Costituzione) garantiscono uguali diritti per tutte le persone - solo la Chiesa Cattolica lo ignora.

Essere un uomo oggi attribuisce diritti speciali nella Chiesa.

#giusta: pari dignità - pari diritti

2. Nella nostra Chiesa tutti partecipino alla missione e il potere sia condiviso.

Perché il clericalismo è uno dei problemi fondamentali della Chiesa Cattolica oggi e incoraggia l’abuso di potere con tutte le sue sfaccettature disumane.

#partecipativa: responsabilità condivisa

3. Nella nostra Chiesa, gli atti di violenza sessualizzata siano indagati in modo completo e i responsabili siano ritenuti tali. Le cause siano costantemente combattute.

Per troppo tempo la Chiesa Cattolica è stata scenario di violenza sessuale. Le autorità ecclesiastiche tengono ancora nascoste le informazioni su questi crimini violenti e si sottraggono alle responsabilità.

#Degna di fede: interazione rispettosa e trasparenza

4. La nostra Chiesa mostri un atteggiamento di apprezzamento e riconoscimento nei confronti di una sessualità autodeterminata e attenta e della partnership.

Perchè la morale sessuale ufficialmente insegnata è estranea alla vita e discriminatoria. Non si basa sull'immagine cristiana dell'esssere umano e non è più presa sul serio dalla maggioranza dei credenti.

#colorata: vivere in relazioni di successo

5. Nella nostra Chiesa lo stile di vita celibe non sia un prerequisito per l’esercizio di un ministero ordinato.

Questo perché l'obbligo del celibato impedisce di seguire la propria vocazione. Coloro che non sono in grado di mantenere quest’obbligo spesso vivono dietro false facciate e sprofondano in crisi esistenziali.

#vicinoallavitavera: senza celibato obbligatorio

6. La nostra Chiesa operi secondo i principi cristiani. È amministratrice dei beni che le sono stati affidati, non li possiede.

L’ostentazione, le dubbie transazioni finanziarie e l’arricchimento personale dei responsabili della chiesa hanno profondamente scosso e diminuito la fiducia nella Chiesa.

#responsabile: gestione sostenibile

7. La nostra missione è il messaggio di Gesù Cristo. Agiamo di conseguenza e affrontiamo le questioni sociali.

Poiché la gerarchia della Chiesa si è giocata la sua credibilità, non riesce a farsi sentire in modo convincente e a lottare per un mondo giusto nello spirito del Vangelo.

#rilevante: per le persone, la società e l’ambiente

L’associazione Donne per la Chiesa accoglie con gioia la notizia della nomina di suor Nathalie Becquart a vicesegretaria del prossimo Sinodo dei vescovi e del riconoscimento, all’interno dello stesso, del suo diritto di votare il documento finale. 

È dall’ottobre 2018 che il nostro gruppo si spende per portare alla luce la profonda incongruenza di una partecipazione femminile ai sinodi che non preveda il diritto di voto, l’abbiamo fatto in alleanza con tante organizzazioni di donne in tutto il mondo che si sono mobilitate raccogliendo migliaia di firme, manifestando in piazza, ma soprattutto parlando senza paura.

Ora, sapere che suor Nathalie voterà ci riempie di speranza e attendiamo notizie certe rispetto all’allargamento di questo diritto a tutte le donne che parteciperanno. 

Leggendo i documenti finali dei due sinodi precedenti e ascoltando le sollecitazioni che vengono dal cammino sinodale tedesco, emerge con forza la necessità di valorizzare le donne nei processi decisionali ecclesiali e, come ha detto il Papa in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto”. È chiaro quindi che questo non è un passo avanti per le donne, ma per tutta la Chiesa sinodale. 

Sappiamo che il cammino per una Chiesa che faccia corrispondere alla pari dignità dei suoi membri anche pari diritti è ancora lunga, ma sentiamo che la direzione è stata imboccata e, come ha dichiarato monsignor Grech, che una porta è stata aperta. 

di Emilia Palladino

Non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare. Questa frase così lapidaria, spesso sentita e altrettanto spesso detta, ha un suo nocciolo di verità che fa riferimento ad una specifica esperienza esistenziale attraverso cui passa in genere ogni donna e ogni uomo: quella di non arrivare con il proprio controllo a prevedere il completo evolversi di una situazione specifica o generica che sia.

C’è però un’altra categoria di situazioni a cui facilmente viene associata la frase di apertura, che riguarda tutte quelle circostanze nelle quali abbiamo potuto comprendere nuovi aspetti della nostra persona, di come siamo e di cosa desideriamo anche profondamente, ma non sappiamo in alcun modo concretizzare questo cambiamento anche nei fatti, nelle relazioni con gli altri. Una situazione in particolare, in mezzo a tante altre che si potrebbero dire, è specificamente legata al comportamento delle donne nell’ambiente familiare: accade cioè che una donna, una moglie, una compagna, una mamma senta profondamente il desiderio di compiere passi di libertà che la sciolgano dall’obbedire a codici non scritti che riguardano situazioni concrete in casa, e poi però di non riuscire in alcun modo a spezzare quegli schemi ormai assodati della vita familiare, in non pochi casi costruiti con anni di consuetudini. Chi cucina? Mamma – sempre e in ogni caso; anche quando tempo non ne ha avuto e avrebbero potuto farlo figli e figlie grandi, mariti o compagni altrettanto adulti e autonomi. Chi può spezzare questo “si è sempre fatto così”: la donna per prima che ad un certo punto dice “no”? Oppure un comportamento differente (ma difficilissimo da cogliere per hi non si è mai posto il problema) da parte di chi abita in famiglia con lei? 

Eppure non è così semplice: non è vero cioè che la consapevolezza di poter dire di no (in questo caso), consente di dirlo effettivamente. Non sempre le cose vanno come una pensa che debbano andare. In parole più specifiche, non sempre la consapevolezza di assumere un ruolo dato dal genere e che non si sente proprio, porta alla capacità di rompere il modello di riferimento e tentare una strada differente, in termini prima di tutto relazionali, poi pratici.

Nel tentativo di arricchire la comprensione di questa particolare dinamica – che ha molteplici ragioni: storiche, psicologiche, culturali, sociali e politiche, che però non è possibile approfondire qui – si può partire da due raffigurazioni, che hanno avuto un consistente peso “normante” nella vita dell’uomo e della donna del passato, ma anche del presente, e che si trovavano in molte case del Nord Europa, soprattutto tedesche, fra la fine dell’‘800 e fino al 1930 circa: si tratta delle raffigurazioni della “scala della vita”.

A sinistra la scala della vita di una donna, a destra quella di un uomo. Come si può osservare, la rappresentazione grafica è radicalmente simbolica per entrambi i generi: detta infatti un percorso dalla nascita alla morte in “fasi”, riducendo l’esistenza di entrambi all’acquisizione di posizioni successive, ciascuna caratterizzata univocamente nei modi e negli obiettivi; il tempo, da compagno delle proprie scoperte e conquiste, diventa così il tiranno inesorabile che conosciamo, che sottrae tutte le possibilità che non si sono potute esplicitare senza aprirne altre; introduce l’idea che per metà della vita si salga e che poi la vecchiaia sia un inesorabile scendere e non un auspicabile perfezionare (come invece era nelle culture più antiche, a partire da quelle tribali); raffigura visivamente il sostegno della religione cattolica a tutte le fasi della vita, poggiato solo sui racconti di Genesi, raffigurati però in modo evidentemente manipolatorio; disegna famiglie monche, in cui entrambi sono funzionali alla realizzazione dell’altro/a.

Ogni volta che osservo queste immagini mi chiedo quanto di queste rimane nel nostro modo di vedere, di capire, di progettare, di aspettarsi qualcosa da sé e dagli altri. Quanto il nostro modo di essere e di comportarci rimanga “informato” da queste figure senza anima; quanto tutte le battaglie combattute e gli spazi conquistati abbiano in realtà lasciato dietro di loro brandelli di inutilità e inefficacia.

È vero soprattutto per le donne, lo sappiamo. Forse più per il fatto che gli uomini non abbiano maturato una riflessione su loro stessi altrettanto implacabile come quella femminile e per tempo sufficiente da aver generato cultura.

Eppure, quante donne oggi adulte in tutte la parti del mondo, in culture differenti, in non pochi casi senza saperlo, hanno in mente quella scala della vita: hanno cioè in mente – e così guardano il mondo, gli uomini, le altre donne, nel caso anche le figlie, i giovani e le giovani ... – che senza maternità la donna non sia “vera” donna, che senza un uomo che le ami non possano essere se stesse, che se non si passa proprio da quei gradini e proprio in quella successione non ci si possa dire “sé”.

Quanta naufragata solitudine in quelle rappresentazioni sia per lei, sia per lui. Quanto quell’eccellenza di genere, che calpesta chi si è concretamente, sia regola da rispettare solo in quell’unico modo; quanta severa aggressività in ogni gradino, quanta cattiveria lì dove non si è nel posto giusto al momento giusto. Quanto senso di colpa diventato criterio di valutazione di sé e tramutato in violenza nei riguardi degli altri e/o in tristezza depressa per non essere come si dovrebbe. E quanto, in questo brutto mondo di pezzi unici, ha giocato un ruolo una certa presunzione cattolica del dire come debba essere una donna, come debba essere un uomo, senza aggancio alla carne, al corpo, alla concretezza della storia, all’esperienza viva di ciascuna di noi, di ciascuno di noi.

Non si può pensare di riappropriarsi di sé senza passare dal faticoso percorso di dire il non detto, di individuare quel codice non scritto, la cui violenza simbolica (come direbbe Bourdieu) ci orienta senza nemmeno percepirne il potere manipolatorio. È un percorso che consente di intravedere e a volte di riappropriarsi di verità profonde di sé, ma costringe anche ad avere a che fare con la frustrazione di non essere sempre in grado di affrancarsi nella propria consapevolezza. È necessario che il tempo sia anche compagno della liberazione e non solo il nemico da battere: il rischio sarebbe di agganciarsi addosso conquiste che in realtà devono radicarsi più profondamente, per non perderle non appena si vorrebbe correre. Per non avere più la sensazione debilitante e destabilizzante di subire la propria vita e non di possederla; per provare a non essere tanto fatalisti da pensare che non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare.

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Come associazione Donne per la Chiesa abbiamo letto con attenzione il Motu Proprio di Papa Francesco. Esprimiamo soddisfazione perché vediamo in questo gesto del Papa, che ha di fatto modificato il diritto canonico rendendolo più inclusivo, una volontà di cogliere gli inviti provenienti dagli ultimi due sinodi e anche di mettersi in ascolto dell’azione di noi donne credenti, che in tutto il mondo ci impegniamo per promuovere una Chiesa più giusta, una Chiesa dell’uguaglianza di tutti i battezzati. E ne siamo grate.

Siamo ben consapevoli che per molti contesti si tratta della ratifica di una prassi pluridecennale, ma innanzitutto riteniamo significativo il passaggio da una concessione a un diritto e, in secondo luogo, siamo avvertite che non in tutto il mondo l’accesso delle donne all’altare era finora permesso. Per questo confidiamo che la riforma apra alle donne di tutto il mondo maggiori spazi di espressione della propria vocazione, spiritualità, discernimento. Soprattutto speriamo che si creino le condizioni perché le donne possano esercitare con sempre maggiore autorità il ministero della predicazione, che è così connaturato alla vocazione battesimale.

Siamo però consapevoli di trovarci appena all’inizio di un lungo cammino che la Chiesa deve compiere per fare giustizia di millenni di subalternità, misoginia, umiliazione e violenza contro le donne. Siamo fiduciose che il Papa e la Chiesa gerarchica tutta intendano questo come un primo passo a cui farne seguire presto altri.

A noi, in particolare, indica un metodo di lavoro: ovvero che occorre agire ora il cambiamento, vivere ora la Chiesa che vogliamo, sapendo che “la realtà è superiore all’idea” (come dice lo stesso Papa Francesco) e che le ratifiche arrivano e arriveranno sempre dopo.

Ci sentiamo quindi incoraggiate e rafforzate da questo documento nel nostro impegno per costruire una Chiesa nella quale figlie e figli siano accolti e possano far fruttare i propri talenti, con la stessa dignità e pari diritti.

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di Maria Teresa Milano*

Sono ebraista e non mi occupo di questioni femminili in modo specifico, ma in qualche modo la storia delle donne attraversa da sempre le mie tante attività e i miei interessi, accademici e non.

La mia curiosità risale a quando ero piccola: mia mamma mi leggeva la Vera storia dei bonobo con gli occhiali, un libro della fortunata serie Dalla parte delle bambine diretta da Adela Turin e passavo le mie giornate con mia nonna che aveva creato intorno a sé un circolo femminile d’altri tempi, un numero nutrito di donne che faceva capo a lei per ogni sorta di domande e problemi. 

Sono cresciuta in una grande famiglia in cui tutte le donne hanno sempre lavorato e avuto ruoli di responsabilità, hanno sempre guidato e gestito i propri viaggi in modo autonomo, hanno potuto coltivare i propri hobby, hanno preso decisioni importanti e non ho mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, che in qualche modo le donne fossero inferiori agli uomini, anzi, mi è sempre sembrato che per molte faccende gli uomini avessero bisogno di appoggiarsi alle donne. 

Avrei poi trovato conferma di questo leggendo “L’anello forte” di Nuto Revelli, un ritratto sincero e profondo delle donne nella società contadina del cuneese d’un tempo, in cui molte vivevano una condizione di sottomissione soprattutto economica e diverse famiglie erano segnate dalla piaga della violenza domestica, ma laddove i mariti erano uomini perbene, l’opinione della moglie era tenuta in grande considerazione.

Sono entrata in contatto con la discriminazione di genere dunque molto tardi, forse perché non avendola in mente non riuscivo neppure a riconoscerla come tale. Ricordo che avevo forse già 25 anni quando ho capito che un uomo che batte un pugno su un tavolo è carismatico e sicuro di sé, mentre una donna che fa la stessa cosa è una prepotente o un’isterica, quando non una femminista (ovviamente il termine è pronunciato con disprezzo e porta con sé un corredo di immagini in cui i reggiseni bruciati sono solo il punto di partenza). 

Forse anche per questo ho iniziato a leggere le storie di donne con altri occhi e ho iniziato ad ascoltare le voci e le vicende femminili dal vivo, perché proprio come mia nonna anche io ho creato un mio “circolo”, in cui si parla di cose belle e di successi, ma anche di paure e di difficoltà, con grande schiettezza.

Ed è proprio a queste donne che ho iniziato a portare un pezzetto del mio lavoro su quel testo meraviglioso che è la Bibbia, a impiegare alcuni spunti che il testo ci dà perché penso che quel testo antico che per troppi secoli (ancora oggi purtroppo) è stato confinato all’ambito della fede e alla pratica religiosa, sia in realtà una miniera di riferimenti umani e universali.

Una grande studiosa israeliana, Rachel Elior, ha definito le donne della Bibbia “presenti/assenti” e in effetti tutti noi conosciamo Abramo, Mosè, Davide e Isaia, ma forse non abbiamo mai sentito parlare di Micol, Miriam, Chulda o Tamar. E se ne abbiamo sentito parlare forse ci sono apparse così lontane, nel tempo ma anche nei riferimenti, come se non c’entrassero nulla con la nostra vita.

In realtà, se noi eliminiamo da quelle figure la patina (o per meglio dire la coltre spessa) del moralismo e dei significati poco umani e molto simbolici che abbiamo accumulato lungo i secoli e proviamo a leggere i personaggi alla luce dell’esperienza prettamente umana e quotidiana, ritroviamo ogni minima sfaccettatura dell’essere donna, ogni singolo aspetto della nostra vita. Vediamo in quell’universo femminile tanti pezzetti di noi, a prescindere dalle nostre scelte di vita o di fede, perché quelle vicende ci raccontano in generale come siamo fatte, ci suscitano domande importanti e fungono da specchio.

Inoltre, cosa importante, possiamo leggere il rapporto tra le figure femminili e quelle maschili, possiamo osservare il loro modo di stare al mondo in quanto esseri umani. Non icone, non simboli, ma donne come noi. 

In quel libro troviamo ogni situazione possibile e ovviamente anche i grandi temi che ci toccano: la relazione con l’uomo in ogni forma (amare, essere amate, essere rifiutate, essere sfruttate, sedurre ed essere sedotte), la maternità, il ruolo sociale e comunitario, il rispetto e anche la violenza, verbale e fisica (a questo proposito ricordiamo lo stupro di Tamar e di Dina e la terribile vicenda della concubina di Gabaa).

Davvero credo che nelle storie di quelle donne si possano ritrovare i nodi della nostra esistenza, del nostro essere umani. 

Prendiamo per esempio Eva, il personaggio che più di ogni altro ha influenzato la percezione della donna nella nostra cultura e nella nostra società religiosa ma non solo. Ci è stata inculcata una visione profondamente errata e credo che spesso questo sia stato fatto in assoluta malafede.

Eva è associata alla parola peccato, è la tentatrice, è un essere subdolo e l’uomo Adamo è una vittima. Pensiamo a quanto questo ha condizionato e continua a condizionare il nostro modo di guardare il mondo e credo sia una violenza verbale (che poi ha ricadute anche molto concrete) da parte di tutti noi, ogni volta che guardando una situazione ci aggrappiamo al “modello Eva”, peraltro nella sua visione bieca e sbagliata, funzionale solo a disegnare modelli maschili e femminili utili a una società maschilista e patriarcale. 

Purtroppo la lettura errata della vicenda di Adamo ed Eva ha influito in modo molto pesante 

Ma cosa c’è scritto davvero?

Sono 2 i racconti della creazione: 1. Dio crea l’essere umano, maschio e femmina (assoluta uguaglianza in natura); 2. Dio crea la donna dall’uomo, come parte di lui e il testo dice che crea per lui un ezer kenegdo, un aiuto che sta di fronte e contro, ovvero in relazione dialogica e dialettica. Perché due racconti della creazione? Io credo per illustrare due aspetti: quello biologico, legato alla natura (maschio e femmina) e quello legato alla relazione (in dialogo e in dialettica). 

Di certo nessuno dei due racconti parla di superiorità dell’uomo sulla donna e nessuno dei due lascia pensare che l’uomo debba dominare la donna. Chiunque si appelli alla Bibbia per dimostrare questo o non l’ha mai letta, o non l’ha capita, o la usa in modo disonesto per i propri scopi. 

Cosa succede dopo la creazione? C’è il famoso fattaccio dell’albero della conoscenza del bene e del male. Eva vede che quell’albero è buono e bello da mangiare, desiderabile agli occhi, affascinante da comprendere. Quell’albero colpisce Eva nella parte più istintiva ovvero attraverso i sensi (bello, buono, desiderabile), ma anche nella sua mente, perché lei sente che è affascinante da comprendere. 

E così Eva coinvolge l’uomo in quella meraviglia e gli porge la mela, cioè gli dice: “facciamo questo percorso insieme, nella conoscenza della realtà”. Ma dopo essersi incamminati insieme lungo quel percorso, a un tratto i due si accorgono di essere nudi, ovvero capiscono di essere umani e vulnerabili. In effetti a quel punto il testo biblico dice che Dio consegna loro due tuniche di pelle. Adamo ed Eva piombano nella realtà: sono fatti di pelle, sono esseri umani e non angeli.

E allora inizia la fatica, che non è solo il duro lavoro della terra e la sofferenza del parto, ma è proprio la fatica di continuare a camminare insieme, uomo e donna, nel mondo reale, dopo che il paradiso è finito. 

Quando ci si innamora è come stare nel Giardino di Eden, poi si entra poco alla volta nella conoscenza reciproca e a un tratto ci si guarda e ci si accorge di essere nudi, umani, senza difese e vulnerabili, persone che sbagliano e che per la maggior parte del tempo fanno semplicemente quel che possono. La consapevolezza dà inizio alla fatica, ma non vi è nulla di tragico in questo, anzi, accettare quella fatica e starci dentro è il primo passo per cercare insieme, uomo e donna, il senso della vita. 

In effetti da Adamo ed Eva in poi, la Bibbia ci racconta di uomini e donne che affrontano le situazioni più disparate e se leggiamo quelle storie con occhi puliti, senza sovrastrutture, senza moralismi, vedremo proprio noi stessi e le nostre situazioni. E il punto fondamentale è che come ha fatto notare una psicanalista e filosofa francese, Éliane Amado Levy, tutta la storia è un susseguirsi di coppie e infatti la prima frase che pronuncia Dio nel racconto della creazione è “Non è bene che l’uomo sia solo”.

La donna non è un accessorio e non è uno strumento per fare figli; la donna è la metà dell’umanità e l’uomo non esiste senza donna. Lo dice molto chiaramente la Bibbia: uomo e donna camminano a fianco, fanno insieme la storia, si sostengono e si confrontano, stando sullo stesso piano.

Dunque l’uomo non ha alcun diritto di prevalere e se lo fa, ne pagherà le conseguenze, perché il suo prevalere è contrario alla natura e alla relazione. 

Allora perché la lettura di quel testo ha contribuito così tanto a creare la visione opposta? Questa è la classica domanda da 1 milione di dollari e mi permetto di dire che forse è successo perché la lettura è stata fatta soprattutto dagli uomini, spesso da uomini che non solo non erano sposati, ma avevano pure il sacro terrore delle donne. Se uno legge la Bibbia e ha difficoltà con le donne, è ben difficile che possa avere una visione oggettiva del testo e possa leggerlo in libertà. In realtà credo che sia ben difficile che possa avere una visione normale della vita in generale, ma questo è un altro discorso. 

Il testo biblico si presta a moltissime letture e ci insegna a guardarci, a farci domande, a ritrovarci in tanti piccoli frammenti che poi vanno a comporre la nostra esistenza.

Eva ci ricorda costantemente che noi donne siamo capaci di intraprendere percorsi di conoscenza, camminando a fianco agli uomini, nella reciprocità, condividendo esperienze e che nessuno ha il diritto di farci sedere sul sedile posteriore. Ricordiamolo ogni volta che sentiamo quella frase orribile “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Si sta a fianco, non dietro.

Miriam, sorella di Mosè e Aronne che canta per il popolo all’uscita dalla schiavitù d’Egitto, segnando così il punto più importante della storia ci ricorda che abbiamo una voce e che abbiamo il diritto di farla sentire nei momenti cruciali.

E gli esempi sono ovviamente decine e decine e non è possibile entrarci dento ora, ma vale la pena citare un particolare che mi ha sempre molto colpita. I racconti biblici spesso impiegano l’aggettivo “bella” per definire la donna. 

E questo ci ricorda una cosa fondamentale: è nostro diritto essere e sentirci belle sempre, perché non si tratta di proporzioni del viso, corpi scolpiti o pelle perfetta e non si tratta neppure di essere giovani ed esibirsi su Instagram e affini, ma si tratta di avere la consapevolezza che siamo belle anche quando passano gli anni, perché la bellezza viene dalle esperienze che abbiamo maturato, dai tesori che abbiamo dentro di noi e che ci rendono così speciali. Nessun uomo ha il diritto di dirci il contrario, anzi, gli uomini intelligenti guardano le nostre rughe e i segni degli anni e dicono: “Sei bellissima”.

Abramo e Sarah erano molto anziani e il testo dice che lei era bellissima, ma non lo dice di lui. Ricordiamolo ogni volta che diciamo o sentiamo dire: l’uomo diventa affascinante quando invecchia, la donna si “disfa”. In realtà lo stesso processo avviene anche nell’uomo e le nostre sono solo idee infondate ma così radicate che abbiamo iniziato a crederci.

Cari signori uomini che avete costruito un sistema intero su questo testo, facendovi patriarchi, provate a rileggere quel passaggio e a comprendere meglio la risata di Sarah, che è per sé ma anche e soprattutto per Abramo. E in quella risata c’è anche posto per un colpo dritto all’orgoglio maschile, perché Sarah esprime chiaramente il suo dubbio di poter provare piacere, data l’età del suo uomo.

Come ho detto, la Bibbia è davvero una miniera di riferimenti umani e universali e le sue donne ci parlano di quel che siamo. Forse possiamo cominciare proprio di qui, dicendoci chi siamo e cominciando così a essere presenti e non presenti/assenti.

* Maria Teresa Milano è docente di lingua, storia e cultura ebraica allo STI ISSR di Fossano, traduttrice, collabora con festival letterari, giornali, musei, teatri e associazioni culturali, crea progetti culturali e porta avanti l’attività artistica con le Voci Fuori dal Coro di Fossano e con il gruppo klezmer Mishkalé.

http://www.salottibiblici.com/

Questo intervento è stato fatto in occasione della Giornata contro la violenza alle donne per la Consulta per le pari opportunità di Genola (CN) e il Centro antiviolenza Mai più Sole.