Risonanze da Maguzzano 2025

Pubblichiamo gli articoli delle nostre socie Emma Gabriele e Irma Bertocco sull’incontro di Maguzzano, appuntamento annuale organizzato dal Coordinamento delle Teologhe Italiane e dalla Biblioteca Naudet, quest’anno dal titolo “Chiamate a libertà? Leggendo Paolo.”

Ci racconta Emma Gabriele:

“Chiamate a libertà?”
Sì, è vero!
Non sono andata a Maguzzano per cercare risposte. Ci sono andata con dentro tante domande che non sempre so formulare. La teologia per me non è un linguaggio da imparare, ma una lingua che mi viene a cercare, ogni volta che sento che le parole comuni non bastano.

E in quei tre giorni a Maguzzano— tra donne, testi, canti, carne e Bibbia — qualcosa ha bussato.
Non per correggere Paolo, l’apostolo dei Gentili. Ma per leggerlo da vive.
Non come si legge il pensiero di un’autorità da difendere o da smascherare.
No.
L’abbiamo letto da corpo, da sorelle, da eredi e da inquiete per questa eredità.

Abbiamo capito — e molte lo dicevano con onestà — che Paolo non è un uomo da archiviare, ma nemmeno da assolvere. È un uomo che ha avuto e che ha incamerato una posizione.
E abbiamo potuto ammettere che scrive lettere, non dogmi. Fa ad oggi una teologia e la fa camminando.

E questa cosa mi ha liberata: io non sono chiamata a credere a tutto.
Sono chiamata a leggere con responsabilità. Con coraggio. Con coscienza storica.
Posso farlo perché ho visto e sentito che esiste una sorellanza che mi sostiene nel non dover chiedere il permesso.

Non conoscevo quasi nessuna. Eppure, dopo pochi minuti, ho sentito che ero in mezzo a donne che non dovevo convincere di nulla.
Mi hanno abbracciata, mi hanno ascoltata, mi hanno detto: sei qui, ed è già abbastanza.

La teologia, lì, non era una disciplina. Era una relazione. Era carne pensante.
Non era l’università. Non era un centro studi.
Era una tenda, immagine bellissima suggerita dalla teologa biblista Cristina Frescura.
Non una tenda che protegge: una tenda che espone, che lascia entrare il vento, che ti fa sentire dove sei sradicata e dove invece puoi radicarti di nuovo.

La libertà non è uno stato allora. È una posizione? Forse.
Sono uscita da Maguzzano con una certezza.
Non so ancora cosa sia la libertà, quella vera, quella paolina, quella dello Spirito.
Ma so che somiglia a quello che ho vissuto a Maguzzano: una parola che si lascia abitare, un testo che non chiede fedeltà cieca ma onestà profonda, una sorellanza che non esige uniformità ma ascolto.

La Bibbia e le Donne non è solo una collana editoriale.
È un’alleanza, una genealogia, un modo nuovo di fare memoria e Chiesa.
E io — in punta di piedi, con rispetto, con gratitudine — ci sono entrata e sono stata accolta.

Descrive con entusiasmo Irma Bertocco:

Nella suggestiva cornice dell’Abbazia Benedettina di Maguzzano, sul Lago di Garda, dall’11 al 13 luglio si è svolto l’incontro annuale organizzato dal Coordinamento delle Teologhe Italiane e dalla Biblioteca Naudet.

E’ stato il quarto di questi incontri, nati dalla fantasia e visione di Cristina Simonelli, nel 2022, come occasione di condivisione di riflessioni, vissuti e pratiche, ed anche per sostenere l’opera definita titanica della Collana La Bibbia e le Donne.

Il tema di quest’anno: “Chiamate a libertà? Leggendo Paolo” si è ricollegato all’ultimo volume edito che chiude anche la versione italiana dell’opera in 21 volumi. Completate la versione italiana appunto e tedesca, sono ancora in fieri quella inglese e spagnola.

La giornata di venerdì è stata dedicata proprio ad una rilettura della figura di Paolo e della sua presunta o vera misoginia, da parte di Marinella Perroni. La nota biblista e teologa ha evidenziato come l’orientamento degli studi critici condivida una piena riabilitazione dell’apostolo da questa accusa, distanziandolo in questo dalla tradizione successiva che a lui ha fatto riferimento, dove si vede invece con chiarezza il passaggio verso una struttura patriarcale, tipica del contesto greco-romano, ma anche di quello giudaico da cui Paolo si distanzia. E’ importante che gli studi compiuti, anche da bibliste, hanno superato un blocco nei confronti dell’apostolo e hanno invece saputo far emergere il dato evidente della partecipazione delle donne credenti agli aspetti delle vita ecclesiale.

Dato assodato nella ricerca, ma che ancora stenta ad essere preso in considerazione poi nella pratica ecclesiale.

Alla relazione densa della Perroni ha fatto seguito la rilettura, da parte della giovane teologa Alice Bianchi, della figura di Tecla, martire confessora di cui è sottolineato il percorso di autonomia, sfuggita due volte alla morte – metafora anche di una certa morte sociale – la sua vita è riassumibile anche come un no detto ad un ruolo sociale che leggeva la donna in funzione dell’avere marito, in vista invece di un’autonomia che derivava dal rapporto con Gesù. 

Interessante la rilettura da parte di Alice Bianchi del versetto di Paolo “Non c’è più maschio né femmina”, non nel senso di perdita delle differenziazioni, ma piuttosto inteso come puntare ad andare al di là di una struttura sociale che prevede che la femmina sia riconosciuta solo attraverso il maschio. Possibilità di riconoscimento per ciascuno e ciascuna nella sua autonomia e differenza, ma anche relazione. Collegato a questo, Alice ha invitato a rileggere nella storia di Tecla la categoria della Verginità come resistenza, quindi come una categoria politica.

E’ suggestivo per noi questa creatività teologica di saper considerare i termini non più solo sul piano morale ma per la loro valenza e ricaduta sul piano civico e sociale. Comporta la necessità di “sprovincializzare” certe categorie dell’ambito teologico per permettere ad esse di incidere nel tessuto sociale e civile. Vi è ancora tanto da fare in questo senso per recuperare il patrimonio immenso nascosto nella tradizione cristiana e ritradurlo in termini comprensibili ai contemporanei.

Sabato è stata giornata di due relazioni intense seppur differenti. La prima è stata della pastora valdese Ilenya Gross che ha ripreso alcuni pericoli ideologici di una lettura di Paolo, già accennati anche dalla Perroni, per cui superficialmente e spesso, nell’affrontare Paolo, si finisce per ridursi a distinguere cosa è a favore o cosa è contro le donne, rischiando di distorcere la sua figura o eliminarla come scomoda. La pastora ha evidenziato come il suo pensiero sia in realtà molto più complesso, in quanto espresso con un genere epistolare.

La difficoltà nell’interpretazione è legata al genere letterario che non è sistematico, e Paolo stesso non ha la preoccupazione che tutte le parti si ritrovino in un sistema. La sua preoccupazione è stata invece quella di rispondere ai problemi che gli venivano sottoposti o che incontrava nelle sue comunità: qui il lavoro dell’esegeta è volto a comprendere di che problemi si tratti, perché non sono esplicitati.

Si trovano consigli che sembrano contraddirsi tra di loro, perché Paolo risponde a domande e necessità diverse delle varie comunità.

Non c’è in lui un’assolutezza dogmatica perché il suo intento è pastorale. E quindi, anche il suo pensiero non può essere letto in modo assolutista e dogmatico. Da qui il passo è breve, ma necessario, verso un’attenzione ad accostare la Bibbia in un modo non letterale e fondamentalista, magari estrapolando dal contesto un solo versetto per veicolare un messaggio personale o per ridurre la sua figura. Tanto più che oggi è importante e assodato inserire il testo nel suo contesto.

Quindi, si è chiesta la pastora, come leggere oggi? Il suo invito è di tornare ai testi, non per ri-dogmatizzarli ma per imparare i meccanismi che stanno alla base. Occorre avere libertà nella lettura e contestualizzazione rispetto alla distanza storica e anche alla sua ricezione nel corso dei secoli dopo. E’ parola di Dio, ma è anche parola umana che però necessita della responsabilità di ognuno e ognuna nel lavorarla.

La successiva relazione di Cristina Frescura, grazie alle sue competenze e formazione letteraria ha fatto parlare il testo biblico attraverso letteratura, cinema, teatro e poesia, ed è stata molto evocativa per via delle immagini, tende da abitare, spoglie da rivestire, attraverso le quali ha riletto l’esperienza della resurrezione della carne.

Partendo dalla provocazione che l’azione dello Spirito non ci spiritualizza, ma ci “terrestrizza”, cioè ci ritesse nella Terra, nasce la visione di un nuovo modo di stare nella Terra, della quale tenda ed accampamento sono immagini eloquenti, all’insegna di una logica nuova dello spossessamento. Spossessamento di sé che chiede anche spossessamento della relazione: non sei mio, e ci ricorda il Noli me tangere di Gesù alla Maddalena! Come cristiane rivestite di Cristo, siamo in una logica diversa dal possesso, all’interno della quale prende forza un senso escatologico anche del proprio corpo, dimora terrena. Da questo punto di vista come provocazione ci si può chiedere se il “io sono mia” e “il mio corpo è mio” possa avere ancora lo stesso senso e valore dei decenni scorsi, oppure se non sia chiesto un passo oltre, in cui il recupero del corpo come elemento primo di relazione dice di una libertà orientata verso una direzione.

Dopo il nutrimento delle relazioni vi è stato lo spazio anche per i laboratori, momento privilegiato per lo scambio di impressioni, vissuti ed esperienze. In particolare, seguendo l’indicazione del completamento della collana, hanno trattato il bisogno della conoscenza e del sapere anche in forma alta, ma finalizzato alla promozione della visione della donna come capace di leggere i testi biblici con sapienza e competenza.

Questa visione è stata ripresa a conclusione dell’incontro la domenica da Simona Segoloni, Presidente del Coordinamento delle Teologhe, che con il suo consueto modo sintetico ma incisivo ha evidenziato alcuni punti importanti per tutte noi: prima di tutto serve “accorgersi e dare autorità”, cioè stare attente alle parole che già vengono dette, non solo a quelle che sono impedite o misconosciute o corrette, rivedute e manipolate.

E’ importante riconoscere che per le donne non si tratta più solo di cominciare, perché noi già siamo chiesa e abbiamo costruito una tradizione ecclesiale. Si tratta quindi di continuare a lavorare per combattere i misconoscimenti e i pregiudizi nella parola, come la dimenticanza di Agar, o la manipolazione della figura di Maria Maddalena.

Saper leggere e purificare l’interpretazione della Parola per far sgorgare nuove prassi. E’ attraverso la frequentazione del Vangelo che si recupera la nostra autorevolezza. Insomma, come la donna cananea anche noi vogliamo mangiare il pane, anche noi possiamo e abbiamo l’autorità di parlare della Chiesa. perché la conosciamo e siamo Chiesa.

L’incontro si è concluso come al solito con la condivisione delle Buone pratiche, dentro al CTI, ma anche fuori, portate dalle partecipanti, che testimoniano di un’osmosi e passaggi e sinergie.

E’ stato annunciato da Adriana Valerio e Irmtraud Fischer il convegno di 3 giorni a dicembre per la presentazione a Napoli della collana – di cui le due studiose sono state l’anima e il motore – che vedrà la partecipazione di una cinquantina delle 300 studiose internazionali.

Si è ricordata l’esperienza delle Diocesi sorelle, del coinvolgimento di Noi Siamo Chiesa, nell’International Movement We Are Church, di Bet Polo Biblico e anche dell’esperienza della Piccola scuola per vite risvegliate organizzata da varie realtà lombarde tra cui anche Donne per la Chiesa.

Insomma, un’effervescenza di pratiche perché, come suggeriva Simona Segoloni, se ci sono più spazi pratici che teorici per agire, per intanto si sfruttano questi luoghi. Ma queste pratiche testimoniano una capacità di incidere nella realtà ecclesiale, come una piccola crepa in un muro enorme e resistente che piano piano può ingrandirsi e creare spazi sempre più ampi.

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