Il coraggio di…
Sollecitazioni, riflessioni, istanze a partire dall’ Indagine indipendente sugli abusi ad opera di chierici nella diocesi di Bolzano-Bressanone, nell’ambito del Progetto “Il coraggio di guardare”. (tutte le informazioni e la Perizia Indipendente a questo link: Diocesi Bolzano-Bressanone )
A poco più di un mese dalla pubblicazione e presentazione della Perizia ci pare opportuno mantenere alta l’attenzione su quanto è emerso. Lo faremo pubblicando, da oggi e periodicamente, alcune riflessioni suscitate dal Report, attraverso la prospettiva di “donne nella chiesa”.
di Stefania Manganelli
Premessa: Non potrei parlare di abusi nella Chiesa senza fare riferimento alla mia storia personale, e sono peraltro stupita di quanto molte delle considerazioni, analisi, ricostruzioni contenute in questo Report rispecchino profondamente la mia esperienza. Un’esperienza purtroppo non isolata, ma condivisa con altre donne, nell’associazione, di diverse parti d’Italia. L’incontro con Donne per la Chiesa (e successivamente con altre donne di associazioni o gruppi collegati), infatti, non solo ha rafforzato la mia consapevolezza e autocoscienza, ma mi ha inserito in una rete di esperienze e vissuti simili ai miei. Con questi scritti non intendo certo essere autoreferenziale, ma desidero dare voce a un sentire condiviso.
- Il coraggio di parlare: Le donne non tollerano il fenomeno e non accettano il silenzio sugli abusi

Nelle prime pagine (pag. 21) si legge: “… a rivolgersi al Centro indipendente di ascolto per testimoni e persone offese sono state in gran prevalenza donne. Questo dato è tanto più notevole se si considera che non si trattava assolutamente “solo” di persone direttamente coinvolte bensì semplicemente di soggetti che non intendono tollerare il fenomeno degli abusi sessuali e, in particolare, non vogliono accettare che questi aspetti vengano sottaciuti o trattati in modo inadeguato. A parere dei relatori, si è di fronte a un elemento senz’altro interessante…”
Quando, nel 2021, scrissi una lettera a Papa Francesco per chiedere provvedimenti a carico del vescovo che, nonostante sollecitazioni (da parte di donne) non era intervenuto sul caso di un prete autore di abusi, qualcuno (della parrocchia) mi disse che “ero stata coraggiosa”. No, non mi sentivo “coraggiosa”, ma solo non disposta ad accettare silenzi o inerzie di fronte ai drammi che le persone stavano vivendo nella chiesa locale. Purtroppo non ho trovato supporto e sostegno dalle altre donne (pur coinvolte) della parrocchia, oltre al “brava, bene, grazie” iniziali. Non avevo particolari aspettative, però ho cominciato a chiedermi quanto l’accettazione di silenzi o inerzie (per un senso di indefessa devozione al clero) sia stata e sia “complice” del sistema di silenzi e inerzie che coprono gli abusi. Credo e continuo a credere nell’importanza della parola, della presa di parola delle donne, tacitate per troppo tempo nella Chiesa: la dignità e l’autorevolezza della parola non si fondano sul genere o sull’aver ricevuto il sacramento dell’ordine, ma sulla verità e sulla sostanza di ciò che viene comunicato.
- Il coraggio di riconoscere che si tratta di cause sistemiche derivanti (anche) da una sessualità immatura dei preti.

Un intero e molto articolato capitolo del Report viene dedicato alle “Cause sistemiche delle carenze riscontrate”.
A pag. 279-280 si legge: “In un’ottica di appropriata analisi dei casi di abuso sessuale non va ignorato, in particolare, il quadro delle condizioni sistemiche e/o istituzionali quantomeno corresponsabili di una carente gestione dei casi e dei rapporti con le persone coinvolte. …. Da respingersi con veemenza è ogni tentativo, peraltro non a priori escludibile, teso a indicare gli atti ora venuti alla luce come azioni di singoli “autori isolati” o di “pecore nere”. Un respingimento che è ancor più giustificato alla luce della gestione molto carente mostrata dai responsabili diocesani nel trattare siffatti casi. La circostanza che a dette autorità, e non solo limitatamente alla Diocesi di Bolzano-Bressanone, debbano assolutamente contestarsi gravi carenze commesse in questo contesto (una realtà emersa anche nel quadro di altre indagini condotte dai relatori in tale ambito) non lascia infatti spazio all’ipotesi di trovarsi di fronte al fallimento di singoli individui. La circostanza impone contestualmente di chiedersi, invece, se e in quale misura sia constatabile, almeno fino al 2010, un generale fallimento del sistema (cattolico). Una riflessione di questo tipo non solleva tuttavia i singoli dalle responsabilità, se non in misura solo limitata.
Fa eco a queste affermazioni la potente lettera (qui allegata) di Clelia degli Esposti (del Laboratorio Reinsurrezione – per S-velare e fermare ogni abuso, di cui anch’io faccio parte, in rappresentanza – con altre – di Donne per la Chiesa) “Uno sguardo femminista sul Progetto Il coraggio di guardare” in cui si legge: “… gli abusi tutti non sono casi eccezionali, non vanno letti come sindromi psicopatiche sfuggite al controllo; sono invece espressioni “fisiologiche” di un sistema la cui anima è una struttura gerarchica, dove vige il principio di obbedienza e segretezza e dove si annida e alimenta “naturalmente” il pervertimento di sentirsi onnipotenti e invincibili. Il fatto che le vittime siano donne non può essere letto in un quadro di perversione morbosa, come spesso si fa, ma come l’ennesima manifestazione del dominio maschile, che si dispiega come potere kiriarcale. Non sarà l’offerta dei ruoli dirigenziali, spesso specchietti per le allodole, che potrà porre fine al dominio patriarcale, ma sarà il riconoscimento della autorità femminile come imprescindibile componente nella vita della Chiesa e più in generale della società.
Il Report classifica le cause sistemiche in tre categorie:
- Cause sistemiche causanti o quantomeno favorenti le molestie sessuali ad opera dei chierici
- Cause sistemiche della copertura da parte dei responsabili diocesani
- Cause sistemiche della copertura a livello locale
Nella prima categoria (1) viene individuata, tra le altre cause, una sessualità immatura e la mancanza di strategie di gestione della propria sessualità, citando a tal proposito la formazione sacerdotale nel contesto seminariale.
Mio figlio è entrato in seminario a 19 anni, ne è uscito 3 anni dopo. Mi addolora profondamente ripercorrere quel periodo in cui ho sofferto tantissimo, nel constatare quanto l’ambiente seminariale influisse negativamente sulla formazione umana dei ragazzi.
Ma altre esperienze, che rileggo ora con lucidità e autocoscienza, mi hanno confermato quanto “la sessualità immatura e la mancanza di strategie di gestione della propria sessualità” possano influire addirittura sulla spiritualità, sulla coscienza, sulla “mentalità” di noi donne, quando ci affidiamo ai preti/vescovi/chierici come guide spirituali. Ho cominciato a nutrire perplessità quando, al prete che consideravo la mia guida spirituale (e confessore), avevo chiesto aiuto (spirituale) nell’affrontare una vicenda coniugale: avevo sentito la sua incapacità di calarsi nel cuore della vicenda, la sua estrema distanza dagli aspetti relazionali della situazione, aspetti che per me non potevano separarsi dalle “implicazioni” spirituali. Nella profondità spirituale che gli riconoscevo, sentivo la sua “immaturità” riguardo l’aspetto sessuale/relazionale, dovuto anche (per quanto percepivo) all’esclusione di questo aspetto nella sua formazione, prima, e nella sua esperienza di vita, poi. A tal proposito si legge a pag. 289: “La tabuizzazione quasi totale espressa nella posizione della Chiesa sulla sessualità, ovvero una visione latente negativa e pessimistica, oltre che esplicitamente unilaterale della sessualità, genera per la Chiesa e le sue autorità grandi difficoltà a trovare parole con cui esprimersi su quanto accada.” e ancora (pag. 292) “Questa incapacità espressiva e questa verecondia volute dalla Chiesa ne comportano … una limitazione …. Questa impotenza, anche da parte dei dignitari di alto rango, è documentata in modo tanto impressionante quanto scioccante dalla … dichiarazione del Vescovo Egger, il quale a colloquio con una testimone dei fatti ammetteva di non sapere proprio come comportarsi con quel sacerdote accusato (cfr. caso 5).
- Il coraggio di far luce sugli effetti dannosi del clericalismo e dei sistemi di alleanze maschili

Continuando a ripercorrere le categorie in cui il Report classifica le cause sistemiche, nella categoria 2) “Cause sistemiche della copertura da parte dei responsabili diocesani”, il Report individua, tra le altre cause, il clericalismo e sistemi di alleanze maschili, strettamente correlati al disinteresse per gli effetti sulle persone abusate e timore di uno scandalo.
A pag. 295 si legge “la causa è …ravvisabile, a giudizio dei relatori, nel fatto che i responsabili ecclesiastici si sentissero molto più strettamente legati agli autori degli abusi, ma anche all’istituzione stessa e ai loro rispettivi interessi, che ai soggetti abusati e alle sofferenze loro inflitte dai rappresentanti della Chiesa. Questo legame interno al clero, dipinto come “fraternità” e tale da impedire anche un’opportuna valutazione dei crimini (sessuali) più gravi e delle conseguenze assolutamente necessarie, sfociò in una sorta di “mentalità di barricamento” e in tendenze a serrare le file di fronte ai tentativi di riesame critico del proprio operato e all’eventuale necessario sanzionamento dei responsabili.
La posizione dei “rappresentanti della Chiesa” (cioè preti e vescovi) descritta è ben palesata dal messaggio che il vescovo della mia diocesi pronunciò nel 2021 in occasione della Prima Giornata di preghiera per le vittime di abusi (il testo del messaggio non è più reperibile nel sito della diocesi, ma, a suo tempo, l’avevo scaricato e stampato). In quel messaggio dall’emblematico titolo “Comunione fraterna oltre ogni scandalo”, si legge (tra parentesi le mie osservazioni):
“Anzitutto, la vita fraterna di comunione richiede un amore leale gli uni verso gli altri. Ciò esige di mettere al bando pettegolezzi, menzogne, antipatie di ogni sorta (le denunce sono considerate tali!): questa è il volto scandalo. Infatti, l’amore sincero nella comunità … esige di essere reso visibile attraverso atteggiamenti concreti: attenzione reciproca senza curiosità morbose e senza invadenze (il clero non va “disturbato” dai laici: in risposta a una mia conoscente, nella vicenda di un prete accusato di abusi, il vescovo aveva rimproverato l’intromissione di terzi – una donna, poi! – in una questione da risolvere tra lui e il prete); … suggerisce di allontanare tristezze arroganti, facili irritazioni, malinconie volte ad attrarre l’attenzione su di sé (chi denuncia viene accusato di esibizionismo!)…” (Inoltre, considerando l’accompagnamento da parte della comunità dei preti abusatori, dopo la loro “caduta”, se ci si “ferma” alla loro accusa…) “… si tratterebbe di lasciar spazio unicamente alla malizia del peccato, alla severità di un giudizio senza appello… che non contemplano la misericordia, la pazienza o la possibilità di perdono e di ritorno per il discepolo debole (il discepolo debole è qui identificato con il ”povero” prete autore di abusi).”
Peraltro, il messaggio del 2021 è coerente con quello che lo stesso vescovo (della mia diocesi) ha pubblicato in occasione della Giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti di novembre 2024 (dal settimanale diocesano “Il Risveglio” del 29/11/2024): “Nella sua riflessione il vescovo … all’inizio ha subito messo in guardia l’assemblea da una tentazione molto forte all’interno della comunità: “se il motivo che ci ha condotto qui è solo l’orrore per lo scandalo degli abusi, allora saremmo noi i primi carnefici… Erigersi a giudici degli altri per emettere sentenze di condanna e illudersi che in questo modo la nostra coscienza è a posto è forse segno di misericordia? (! provare orrore per lo scandalo degli abusi, denunciare abusi subiti, è considerata una mancanza di “misericordia” nei confronti dei “poveri preti abusatori”!!).
Dove si ritrova in queste parole l’interesse per le sofferenze dei soggetti abusati? Non mi pare ci possano essere molti dubbi a riguardo.
Quando lessi il messaggio nel 2021, col cuore già pesante a causa di abusi subiti, la mia sofferenza si acuì ulteriormente; sofferenza (mista a rabbia) che si rinnova ogniqualvolta sento o leggo considerazioni analoghe (come il messaggio del 2024); nel Report, a pag. 322, si descrive bene questa “ulteriore sofferenza” che può essere inflitta: “a tutt’oggi, vi sono ancora alti rappresentanti della Chiesa cattolica che si ostinano a negare totalmente o quantomeno a relativizzare il carattere sistemico degli abusi sessuali interni alla Chiesa. Un atteggiamento, questo, irresponsabile e pericoloso, in quanto passibile di infliggere, anche dopo molto tempo dagli abusi subiti, nuove e ulteriori sofferenze, oltre che danni gravissimi.”
- Il coraggio di abbattere la barriera tra sacerdoti consacrati e laici non ordinati

Approfondendo ancora la causa sistemica del clericalismo e sistemi di alleanze maschili, a pag. 296 viene affrontato un altro basilare elemento, ossia la realtà di “un’istituzione gerarchicamente strutturata e arroccata in se stessa che, soprattutto a beneficio della propria reputazione (sociale) o del prestigio sociale e dei suoi poteri (sovrani), si distanzia e distingue dal resto della comunità per una concezione elitaria in cui si riconoscono i suoi membri.
Di seguito, facendo riferimento all’Esortazione post-sinodale “Pastor dabo vobis”, il Report (pag. 298) sottolinea che “la rilevanza del sacerdozio conferito dal sacramento dell’Ordine viene dunque chiaramente sottolineata specificando… la netta demarcazione da tracciare tra sacerdoti consacrati e laici non ordinati.”
Nel 2018, per decisione del direttore (giovane prete) dell’Ufficio catechistico diocesano e del neo-eletto vescovo, venni estromessa – come persona non più gradita – da quell’Ufficio (a nome del quale peraltro solo 2 mesi prima, mandata dallo stesso prete direttore, avevo partecipato al Convegno nazionale dei direttori e dei collaboratori degli Uffici catechistici diocesani ad Assisi). Non posso qui dettagliare la vicenda (che mi ha certamente sconvolto, ma al tempo stesso mi ha “liberato”, dandomi la possibilità di ampliare lo sguardo sulla realtà ecclesiale), ma potrei sintetizzare la motivazione di questa estromissione nella mia posizione “critica” sul catechismo e sull’evangelizzazione in genere – espressa in diverse occasioni nelle riunioni dell’ufficio – del resto corrispondente alle sollecitazioni di Evangelii Gaudium di Papa Francesco; sollecitazioni evidentemente non condivise né dal prete direttore, né dal nuovo vescovo.
Quando mi recai da quest’ultimo per un colloquio in merito alle mie perplessità per quanto mi era stato comunicato (l’espulsione dall’ufficio), la prima cosa che mi disse a sostegno della decisione che lui aveva preso (pur “in carica” da poco tempo) fu: “Non ho motivo di dubitare di una proposta, se questa viene da un prete”. Mi disse anche altro, sempre dall’alto del suo potere decisionale che esercitava su di me, con freddezza, distacco, totale insensibilità: mi suggerì addirittura di riferire a chiunque mi avesse chiesto spiegazioni riguardo al mio allontanamento, che la decisione era stata presa da me per motivi legati a impegni familiari.
Nel novembre 2020, quando a causa del lockdown il catechismo si teneva on-line e avevo chiesto di partecipare, il giovane vice parroco referente degli incontri mi telefonò per capire meglio le motivazioni che mi avevano indotto a fare la richiesta. La telefonata (che ebbi occasione di registrare) si rivelò di una violenza verbale tale da indurmi a trasmetterla ai Carabinieri, come segnalazione di violenza subita e di richiesta di tutela personale, in caso di vicinanza fisica con l’offensore. Nel corso della telefonata il vice parroco domandò ripetutamente: “Chi sei tu per chiedere una cosa del genere?”, ricordandomi: “… io sono il vice parroco! Io rappresento l’istituzione parrocchia! Tu non sei niente, non sei niente…”
La veemenza con cui il giovane prete (ordinato solo 5 anni prima) rivendicava il proprio ruolo istituzionale che lo elevava al di sopra del mio doveroso e inderogabile rispetto, mi ha profondamente colpito, e mi ha purtroppo riconfermato quanto, ancora oggi, la formazione seminariale “promuova un’identità individuale… quanto meno problematica” (pag. 297)
- Il coraggio di favorire la cultura dell’errore

Ancora nell’ambito della categoria “Cause sistemiche della copertura da parte dei responsabili diocesani” il Report evidenzia, come fattore di ostacolo all’esame dei casi di abuso, la “Carente cultura dell’errore”.
A pag. 312 si legge: “…la non-cultura dell’errore, profondamente radicata a livello dirigenziale e presente soprattutto fino alla metà degli anni 2010… si manifesta in particolare nell’incapacità o nella non volontà dei responsabili diocesani a riconoscere come tali e correggere i propri errori o le decisioni errate …. Questo atteggiamento ha gravi ripercussioni che minano fortemente non solo la fiducia nell’istituzione, ma anche la protezione delle parti lese. Si ha l’impressione che la preoccupazione di dover ammettere precedenti errori di condotta … pesasse molto di più della necessità di tutela delle persone coinvolte o del mantenimento della credibilità dell’istituzione ecclesiastica.
Nel gennaio 2021 successe un fatto “curioso”: a causa di un disaccordo o un’incomprensione tra il parroco e il viceparroco, poco prima della messa domenicale in cui si commemorava un anniversario, il viceparroco, visibilmente risentito, dichiarò con rammarico di non aver avuto il permesso dal parroco di presiedere la celebrazione, come invece era stato programmato, poiché sarebbe stato quest’ultimo a presiederla. In seguito a quel pubblico “battibecco” si scatenò una piccola grande bufera, che approdò anche sui giornali locali. Un paio di settimane dopo, il parroco, durante l’omelia domenicale, invece di ammettere che tutto era stato originato dal (pur piccolo) disaccordo fra lui e l’altro prete, inveì contro la comunità, la stampa, la città tutta che “aveva mostrato una brutta immagine di sé, avendo espresso opinioni in merito a qualcosa che “non era successo… non era vero che c’era stato un litigio, non era vero”. Lo stesso vescovo, negli stessi giorni, scriveva una lettera alla comunità, in cui attaccava pesantemente coloro che avevano commentato l’accaduto e ribadiva solidarietà e immutata stima ai 2 preti coinvolti nella vicenda, senza minimamente fare riferimento all’episodio che aveva originato il dibattito. Un commento sulla pagina Facebook del paese, a margine della lettera del vescovo, così diceva: “Sinceramente il polverone non è stato tirato su dal giornalista… i 2 parroci si sono tirati su il polverone da soli, il comunicato del vescovo è inqualificabile.”
Al di là della effettiva banalità della vicenda, mi sono chiesta, insieme ad altre amiche, perché mai i 2 non avessero ammesso, se non di avere sbagliato, almeno di aver perso la pazienza, di aver esagerato con le parole e i toni, di non essersi ben accordati… Noi (la comunità) avremmo capito, avremmo compreso, e superato la questione senza esitazioni. Eppure, anche di fronte ad una “banalità” del genere “l’istituzione ecclesiastica” non era riuscita a percorrere la strada del riconoscimento dell’errore, preferendo addossare inesistenti responsabilità ad altri! “… la preoccupazione di dover ammettere precedenti errori di condotta … (ha pesato) molto di più … del mantenimento della credibilità dell’istituzione ecclesiastica.”(pag. 313): credibilità, in effetti, a seguito dell’episodio, irrimediabilmente compromessa.
Mi sento peraltro sollecitata ad andare ancora più a fondo sulle implicazioni che può avere la non-cultura dell’errore sulla “formazione delle coscienze” in ambito ecclesiale. Se ripenso ad alcune vicende di ingiustizie, offese, slealtà subite in ambito parrocchiale, di cui spesso parlavo col prete mio confessore e guida spirituale, constato quanto fossi costantemente invitata ad accettare il dolore arrecato e ad accoglierlo come umiliazione utile alla mia purificazione e soprattutto a preferire il silenzio al confronto, impedendo in tal modo agli autori dell’ingiustizia di riconoscere l’errore compiuto. Questo tipo di consiglio spirituale (come mi è stato confidato da amiche) veniva spesso dato dal parroco o dal confessore anche, ad esempio in caso di contrasti coniugali o familiari, con l’invito al silenzio, all’accettazione della sofferenza, a discapito del confronto, e della possibilità di favorire il riconoscimento degli errori. Mi sono chiesta se, oltre alla propagazione della cultura del non-errore si trattasse in questi casi di “abusi spirituali, di coscienza”, poichè mi ero sentita dire (e lo avevo accolto come verità), che era Dio stesso che mi “forgiava” attraverso il dolore che sopportavo silenziosamente.
- (concludendo) Il coraggio di allargare lo sguardo

Nell’ambito della categoria 3) “Cause sistemiche della copertura a livello locale”, a pag. 318 si legge: “…è possibile talvolta constatare tra i laici una tendenza alla glorificazione della persona del sacerdote, esaltata fino a livelli di soprannaturalità… Finanche all’interno delle famiglie di appartenenza, i sacerdoti dovevano essere trattati, e così succedeva, con il massimo rispetto e timore reverenziale dagli stessi familiari. La trasfigurazione ontologica del sacerdote seguente alla sua consacrazione era davvero “palpabile” in quei contesti.”
Nella mia famiglia di origine (cattolica e molto praticante) era piuttosto frequente che preti e anche vescovi venissero invitati a pranzo. E anch’io, nella “mia” famiglia, ho proseguito volentieri con questa tradizione, avendo instaurato legami di sincera amicizia con alcuni di loro. Pur lontanissima da glorificazioni o esaltazioni alla soprannaturalità, ho sempre considerato un onore e un privilegio avere alla nostra tavola un prete o un vescovo; questo, da una parte, mi conferma che alcuni atteggiamenti (la considerazione del clero a un livello “più alto”) sono talmente radicati nel substrato culturale che possono essere “assorbiti” anche inconsciamente, ma dall’altra mi fa pensare che si può tranquillamente uscire da questa mentalità, considerando, in una situazione “paritaria”, l’amicizia come criterio di onore e privilegio.
Ecco, l’amicizia o, meglio, quella che si può “presumere tale” negli ambienti parrocchiali (in cui i legami fiorirebbero “automaticamente” in conseguenza alla frequentazione dell’ambiente – cosa che a volte può accadere, ma a volte no -) talvolta può essere scalzata in favore della devozione al parroco: mi è capitato di aver interrotto relazioni con alcune persone che consideravo amiche, proprio a causa della loro tendenza a ritenere inconfutabili le affermazioni del parroco, anteponendo la fedeltà a lui a un confronto onesto e diretto con me. In una situazione particolarmente significativa, queste stesse persone avevano consegnato al prete, a mia insaputa – e nello stesso giorno in cui insieme avevamo celebrato la messa – una lettera contenente accuse nei miei confronti, basate su atteggiamenti e opinioni che avevo espresso, ritenute da loro in contrasto con la linea del parroco; era evidentemente stato più importante per loro dimostrare devozione al prete, nella convinzione di essere per questo “nel giusto”, piuttosto che curare un’autentica relazione di amicizia.
Un’altra sollecitazione che travalica il problema degli abusi e riguarda l’attitudine ad una prospettiva localmente ristretta dei fedeli, si trova a pag. 319: “Questa forte fissazione sulla persona del sacerdote o del parroco a capo di una parrocchia si frappone al chiarimento dei casi anche nella misura in cui l’interesse della comunità locale di fedeli sia ristretto, principalmente, ai propri bisogni e al desiderio di sbarazzarsi del sacerdote chiacchierato. … le loro richieste si limitavano solitamente a invocare un trasferimento del sacerdote in un’altra parrocchia. Se ciò avveniva, i fedeli della parrocchia interessata erano solitamente soddisfatti e il “loro” problema risolto. Non vi era fra i credenti la consapevolezza che un tale trasferimento non costituisse di fatto una soluzione bensì, nella migliore delle ipotesi, solo uno spostamento del problema. … A prescindere dall’identità della Chiesa cattolica che si concepisce come una comunità mondiale di credenti, questa coscienza non risulta particolarmente pronunciata tra fedeli a livello locale.
Ancora oggi mi capita di incontrare persone che, continuando a frequentare una parrocchia, si ritengono ‘fortunate’ perché il loro contesto locale è buono, bello, con buone iniziative, con un “bravo prete”, e, quando condivido la mia esperienza negativa, vengo spesso accusata di voler vedere solo ciò che non funziona, come se fossi incapace di riconoscere il bene.
Alcuni anni fa avevo provato perfino a fare “un esperimento” in confessione: avevo raccontato ad alcuni confessori (sconosciuti) il mio profondo disagio nel vedere che un prete da cui avevo subito abusi continuava tranquillamente a esercitare il suo ministero nella mia parrocchia, presiedendo la celebrazione della messa come se nulla fosse, ed avevo espresso appunto la mia difficoltà a celebrare in quel contesto il sacramento dell’eucarestia. Anche in confessione, però, mi sono sentita liquidata con lo stesso consiglio vago e sbrigativo, mascherato da indicazione “spirituale”: cambia prete, cambia parrocchia.
Beh, io non riesco ad accettare una Chiesa così, non mi basta sapere che, al di là di eventuali situazioni “sgradevoli”, ce ne siano altre, altrove, belle e buone. Non è una questione di pretendere la perfezione da tutti, a ogni costo. Il punto è che, per me, la Chiesa non può essere altro che una comunità di persone che si vogliono bene, che si lavano i piedi a vicenda e vivono e celebrano localmente questa realtà.
Non credendo affatto che l’attuale struttura ecclesiale possa trasformarsi miracolosamente, ed essendo profondamente convinta che “il Regno di Dio è qui e ora” (parafrasando Mc 1,15), ho scelto di vivere fuori da quell’assetto istituzionale. Mi trovo invece dentro una dimensione più autentica, che non sento il bisogno di definire, di circoscrivere o di chiamare con un nome preciso. In questo spazio di libertà, sperimento la bellezza e la verità di relazioni profonde, non condizionate da riti imposti o da formalità, ma fondate sulla sincerità, sull’ascolto reciproco e sull’amicizia vissuta con autenticità.
A conclusione di questi poveri pensieri relativi ad una sola parte del corposo Report “Abuso sessuale di minori e persone vulnerabili ad opera di chierici nel territorio della Diocesi di Bolzano-Bressanone dal 1964 fino al 2023 – Responsabilità, cause sistemiche e raccomandazioni –”, in cui ho scorso il capitolo relativo alle “Cause sistemiche delle carenze riscontrate”, mi preme rilevare quanto l’”indipendenza” (o meglio l’estraneità alla chiesa) dello studio legale che ha realizzato l’indagine, unita alla competenza sull’argomento per averlo già ampiamente affrontato in Germania, abbia potuto far emergere con lucidità e chiarezza problemi oggettivi, reali, concreti, che molte persone, tra cui anch’io, hanno vissuto (o stanno ancora vivendo) all’interno della propria Chiesa locale.
Questo sguardo libero e acuto ha aiutato ad allargare anche il mio sguardo, inserendosi in un cammino di autocoscienza in cui è stato determinante il confronto con voci libere e autorevoli, capaci di interpretare la fede in modo adulto e responsabile. Voci come quella di Paola Lazzarini che con il suo “Non tacciano le donne in assemblea” (Effatà Editrice 2021,pag. 4) comunica “l’urgenza di portare alla luce i temi che toccano da vicino la vita delle donne”, o come quella di Paola Cavallari che, nel capitolo “Donna, perché piangi?” del suo straordinario “Lilith se ne va” (VandA Edizioni 2025, pag. 134) ribadisce che “le donne cristiane non possono non sentirsi chiamate a recuperare l’antica radice, a restituire a Dio quello che è di Dio e consegnare alla comunità l’integrità di questo Volto”. Voci autorevoli e libere come quella di Mary Daly, che in “Al di là di Dio Padre” (Editori Riuniti – Roma 2017, pag. 67) invita le donne a rifiutare “gli schemi preconcetti di una cultura che è di dominio maschile”.
In quelle voci mi sono riconosciuta, e ne ho tratto forza per assumere una postura critica, non come forma di opposizione sterile, ma come espressione di fedeltà a una visione del Vangelo che interpella a fondo, smascherandole, le strutture che si sono arrogate il compito di rappresentarlo, e che troppo spesso lo hanno tradito (e continuano a tradirlo).
Ancora Mary Daly (Al di là di Dio Padre – Cap. 1 Dopo la morte di Dio Padre, pag. 90) mi viene in aiuto per la conclusione finale di questi pensieri che hanno avuto il filo conduttore nella parola “coraggio”:
“io sostengo che ora come ora le donne sono in un senso senza precedenti, chiamate a essere le portatrici del coraggio esistenziale nella società”.

