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di Chiara Giliberti

Ho una figlia di otto anni che frequenta la terza elementare, già da un po’ è alle prese con l’analisi grammaticale, quella per cui il linguaggio è colto in termini di verbi, articoli, aggettivi e nomi articolati secondo la tassonomia singolare-plurale e maschile-femminile.  La mente dei bambini impara così a cogliere come rilevante la distinzione sessualmente connotata: c’è differenza tra maschile e femminile e questa differenza si riverbera linguisticamente. ...continua a leggere "L’analisi delle bambine non è solo grammaticale"

Condivido con voi la mia storia nella Chiesa. Una storia per certi aspetti degna di un film di Verdone.
Salto tutte le piccole e grandi umiliazioni subite fin da bambina perché donna, da parte di sacerdoti anche illuminati e moderni, perché queste storie non hanno nulla di eccezionale.
All'età di circa 18 anni ho seriamente cominciato a sentire diciamo una vocazione. Mi ci è voluto del tempo ma poi ho capito: avrei voluto essere sacerdote.

...continua a leggere "Testimonianza 27: ingiustizia e umiliazione, restare o andarsene?"

di Melinda Selmys 

(l'articolo è apparso  su Patheos.com, versione originale qui)

traduzione di Paola Lazzarini

Fu dopo la nascita del mio sesto figlio, la mia famiglia aveva preso per qualche giorno gli altri per lasciarmi riposare e riprendere insieme al bambino, mio marito stava bevendo senza controllo. Per giorni si è aggirato per casa infuriato mentre io cercavo di prendermi cura di un neonato. Finché era ancora vicino alla sobrietà, voleva discutere sull'insegnamento sessuale della Chiesa. Quando fu completamente ubriaco il pretesto della discussione teologica cadde e lui dichiarò semplicemente le sue richieste: "Succhiami l’uccello". ...continua a leggere "Coercizione sessuale e stupro coniugale: cosa può fare la Chiesa."

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Con questo documento vogliamo espressamente occuparci del DDL 735 (Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità) presentato dal Sen. Pillon al Senato il 1 agosto 2018, che sta sollevando molte discussioni e generalizzate critiche da parte del mondo psicologico-giuridico e del diritto.

...continua a leggere "Donne per la Chiesa: il DDL Pillon non ha nulla di cattolico"

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di Silvana Baldini

-Il giardino che mi avevano dato da guardare era piccolo, scuro, seminascosto tra le due ali del Palazzo di Erode; da una parte terminava con la cisterna dell’acqua e dall’altra con la terrazza verso il Tempio. Avevo avuto l’ordine di ripulire tutto; e mi sforzavo di finire il lavoro anche perché… perché volevo mangiare. Sai, allora non era come qui a Corinto da Prisca e Aquila, quel Ponzio era avaro e se qualcuno della casa non lo contentava gli diminuiva la razione di cibo oppure gliela toglieva del tutto, noi schiavi eravamo sempre affamati. Insomma, ero indaffarata e non mi accorsi di niente; quando tirai su la testa credimi, mi si gelò il sangue nelle vene: sulla terrazza c’era lui, lui Ponzio in persona, quell’uomo crudele di cui tutti erano terrorizzati, con un segretario. Davanti a lui, in piedi, con le mani legate, e con i segni del pestaggio, c’era quel vostro Jeshua di cui qui sempre tutti parlate. Che fare? Perfino una poveretta come me capiva che era una trappola: uscire passando davanti al Procuratore voleva dire frustate, farcisi trovare era come ammettere di essere una spia, peggio ancora. Mi raggomitolai dietro una siepe e pregai che non mi vedessero e difatti… mi andò bene. Però fu così che assistetti all’interrogatorio.

Paolo ascoltava tutt’orecchi e, se avesse recuperato un po’ di vista, anche tutt’occhi. Fece per chiedere qualcosa; lei lo zittì con un cenno

- Parlarono un bel po’ o almeno a me parve un bel po’, mezza morta di paura com’ero. Lo so cosa mi stai chiedendo, non ti so ripetere cosa dissero ma una frase sì, una frase mi risuona ancora nelle orecchie non so neanch’io perché. Ponzio dopo varie domande, tutte fatte con il suo solito modo sbrigativo, come ti chiami, da dove vieni e altre… gli chiese se era vero quello che c’era scritto nella denuncia presentata da un tale di Kiriat che asseriva che lui, lui Jeshua andava dicendo che avrebbe distrutto il Tempio e in tre giorni l’avrebbe ricostruito. Lui rispose che sì, era vero, ma che aveva inteso tutt’altro, che sarebbe crollato il vecchio Tempio della Legge di cui siamo prigionieri e sarebbe sorto il nuovo Tempio dello Spirito e della Verità. Non fu un buon argomento perché Pilato si irritò: - Dei! sentitelo! La verità! Perché, scriteriato, vai cianciando di cose di cui non puoi avere la minima idea? La Verità! E che cos’è la Verità?-  Si alzò, buttò a terra la pergamena, e- penso - decise di averne avuto abbastanza. Lo fece portar via via e…e la storia finì come sappiamo. Alla fine da quel maledetto giardino se ne andarono tutti, persino io. Quando vidi che tutto era deserto, uscii di soppiatto dal mio nascondiglio e, puoi capire con quale respiro di sollievo, scappai via.

Eutichia incrociò le braccia, guardò verso Paolo e concluse

-Ecco, questo è tutto. Non ho altro da raccontarti

Paolo in silenzio la fissava, spiritato

-Vedo  che ti ho turbato. Mi dispiace.

-No, no…anzi ti ringrazio.

-Posso andarmene adesso?

-Sì, sì. No. Aspetta. Dimmi solo un’altra  cosa…

-Ancora?

-Sì. L’ultima, te lo prometto. Tu…tu  sai che in questa casa siamo cristiani, che ci riuniamo nel nome proprio di quel Jeshua, io stesso sono arrivato qui per lui, eppure… nessuno, ti assicuro, nessuno, in questa casa sa niente di quel che mi hai riferito. Perché…perché tu questa storia non l’hai mai raccontata prima?

Lei si alzò dallo sgabello e sembrò a Paolo molto più alta

- Intanto perché io non sono dei vostri, non mi sono “convertita”, come dite voi. Poi perché noi schiavi crediamo sempre ad altri dei, a Mitra, a Iside, persino agli dei di quei Romani, ma comunque mai a quelli dei padroni.  E infine perché, a parte te, nessuno mai  - ti giuro - né qui né in altri luoghi, MAI mi ha chiesto niente di quel che potevo avere visto o sentito o ricordato di qualsiasi cosa. E io, da parte mia, sono abbastanza vecchia per sapere ormai come va il mondo: chi mai avrebbe creduto ai racconti di una donna, straniera, e per giunta non libera?

Poi aggiunse, e quasi a se stessa

-Ed è un peccato, sai, perché alle volte noi donne ne sappiamo più di voi uomini, greci, giudei, romani che conoscete gli alfabeti … e lo sappiamo in modo, in modo… ecco sì… in modo diverso.

Afferrò una volta per tutte il suo cestello e…

-Ad ogni modo il mondo è così e né io né  te possiamo farci niente per cambiarlo. Ora basta, però, che è davvero troppo tardi. Ti saluto. Dirò a Demetrios di tornare

E uscì dall’oscurità.

di Silvana Baldini

La stanza che Paolo a Corinto aveva eletto come suo quartier generale era piccola, quasi del tutto occupata dal telaio e dal pagliericcio di foglie. Pure, a quelle tre parole proferite dall’ortolana, a quell’io l’ho conosciuto  buttato lì come la cosa più naturale della terra, Paolo ebbe la sensazione che tutto intorno a lui si capovolgesse. Il pavimento volteggiò in aria e le travi del soffitto si liquefecero di botto e lui si sentì come uno che non sa dove aggrapparsi.

-Stai scherzando?-

-No-

-Tu, donna, mi stai dicendo che davvero ti ricordi di…di Lui? che l’hai visto…da, sì insomma, …da vivo? Ma sei sicura?-

Lei aveva già un piede fuori dalla porta ma si fermò. Guardò quell’uomo disteso dall’aspetto sofferente e rispose

-Perché te ne stupisci? Non l’ho visto solo io. A Gerusalemme l’abbiamo visto in tanti…-

Lui con tutte le forze cercava di non crederci.

- Ma…intendo dire…sei sicura che fosse proprio Lui?  La gente più disparata arriva a Gerusalemme per le feste, maghi, astrologi, indovini… quanti altri possono attirare l’attenzione della folla? Quanti ce ne sono ancora che dicono di essere il Messia? –

L’ortolana parve offesa. Depositò a terra il cesto e proferì

-Sentimi bene, tu intendi quel Jeshua Ha-Nozri detto il Galileo, no? Ti dico che l’ho visto e più volte. Sono vecchia ma non del tutto instupidita. – lì si fermò e aggiunse- Sebbene sarebbe meglio se lo fossi diventata davvero stupida, visto tutto quello che ho passato e le cose orribili che ho visto nella vita. Compresa la fine di lui, di quel tuo rabbi.-

-Scusami, scusami – si corresse febbrilmente lui - Sono stanco e ho ancora male alla testa…non…non misuro le parole. No, non te ne andare, te ne prego – la tirò per un lembo della gonna – Resta qui. Devi raccontarmi. E’ importante. –

-Non posso restare. – disse lei - Che diranno giù in cucina?-

-Parlerò io con Prisca. Tu siediti-

Con aria rassegnata la vecchia si sedette sullo sgabello davanti al telaio e incrociò le mani in grembo come si fa con i bambini

-Che cosa vuoi sapere? Avanti-

-Tutto. Voglio sapere tutto. Dov’era, com’era, dove eri tu, cosa disse Lui, quando…-

- Piano. Dove era…era in diversi posti.

-Cosa vuoi dire?-

-Voglio dire che lo incrociai diverse volte; intanto quando arrivò in città. Era sopra una bestia, un cavallo, un asino…non so, entrava per una delle Porte Orientali. Aveva intorno un sacco di gente. Anche donne. Fu questo che mi colpì. In giro ce ne erano tanti di tipi strani in quei giorni…ma che avessero il coraggio di farsi vedere con le donne, no. Solo lui.-

-Ma…ma lui, Lui…com’era?-

-Beh, che faccia avesse questo non me lo ricordo. Però un particolare mi è rimasto impresso: feci caso che aveva addosso un tallith con le frange scucite, tanto che pensai: ragazzo mio, devi essere proprio un senza casa se per te nessuno prende in mano un ago!-

Paolo non era interessato a quelle osservazioni da domestica

-Ma, senti,  lui parlava? Diceva qualcosa? Disse qualcosa a …a te?-

Lei si spazientì

-Come vuoi che mi parlasse in quella confusione? E poi perché avrebbe dovuto? Io non ero dei suoi, ero una qualunque della folla-

-E poi? Poi lo vedesti altre volte?-

-Sì, un’altra volta, ma sempre così, di lontano, in mezzo alla calca.

- E dove?-

-In città, al mercato davanti all’Ippodromo. Ero andata ( mi ci avevano mandato) a comprare una misura di cinabro. Sentii un rumore di gente, mi voltai e…era lui che arrivava con un codazzo di seguaci, amici, ammiratori…non so neanch’io come chiamarli. Era a piedi questa volta. Notai che aveva sempre quello strappo nell’orlo, che nessuno glielo aveva riparato. Mi passò davanti in mezzo ai suoi e si perse via oltre il colonnato –

Paolo tacque. Sembrava incerto, forse anche deluso.

-Ma.. senti. Prima tu hai detto di averlo conosciuto. Questo che mi hai raccontato finora non è “averlo conosciuto”, tu l’hai visto di lontano, in definitiva non siamo neanche certi che fosse lui, poteva essere anche chissà chi.-

Lei sbuffò

-Se ti dico che l’ho conosciuto è perché l’ho conosciuto. Lo vidi una terza volta e precisamente quando lo presero e lo tolsero di mezzo; tu puoi crederci o non crederci ma io al suo interrogatorio, beh sappi che io c’ero. Ma questa, mio caro, è un’altra storia.-

 

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di Silvana Baldini

 

Era passata qualche ora. Paolo si era riscosso. Il breve sonno l’aveva ristorato e si era sentito abbastanza in forze per dettare un altro brano.

-Ci tieni proprio tanto a questa lettera ai Romani! - aveva borbottato lo scriba, riluttante a riprendere la penna. Si vede benissimo che stai ancora male, che cosa ti cambia se riprendessimo domani?-

Niente. Non c’era stato niente da fare.

-Tu scrivi- era stato l’ordine. ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (terza parte)"

di Silvana Baldini

...Lo scriba deglutì a vuoto, decise di rimandare a dopo lo stupore, si mise a rovistare nelle pergamene vecchie che portava dentro un rotolo; ne srotolò una e ci scrutò dentro

-Eravamo rimasti…eravamo rimasti che il mondo affonda tutto nel peccato e non c’è nessuno giusto davanti a Dio.-

-Ecco, sì.- ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (seconda parte)"

di Silvana Baldini

 

È stato l’altro giorno, in cucina, mi è capitato un fatto stranissimo che vi voglio raccontare. Saranno state le sette, stavo facendo il caffè quando la luce sopra il fornello è rimbalzata sul calendario a muro e mi ha reso noto che era il 25 gennaio, memoria liturgica della conversione di San Paolo. Sapete come succede alle volte, la mente si mette ad andare per libere associazioni e va e va e di pensiero in pensiero ti porta lontanissimo da quel che ti circonda, alle volte anche dalla realtà.  Beh, a me è andata così. Mi sono messa a pensare a San Paolo e alle sue immagini. Di solito, a parte il grande quadro di Caravaggio che ce lo fa vedere a terra, lo si raffigura in piedi barbuto, stempiato, con un fascio di lettere in mano e con una grande fisicità. Ma – mi sono chiesta – lui sarà stato veramente così? Al corso di analisi testuale mi hanno insegnato che tanto più la versione di un testo è diffusa ai quattro punti cardinali e tanto maggiori sono le possibilità che sia autentica e- ho pensato -  perché non dovrebbe essere così anche per le facce? Magari il suo volto era proprio così o magari no e, soprattutto,  io lo riconoscerei se lo vedessi? ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (prima parte)"

di don Luciano Locatelli

Abbiamo considerato come varie caratteristiche, in questo testo, avvicinino l’umanità agli animali.

L’umanità è creata lo stesso giorno delle bestie terrestri e partecipa della benedizione sugli animali del quinto giorno; è sessuata (“maschio e femmina”) e molteplice (li creò) come il regno animale. Questo è un modo per dire che “l’animalità” non è solo una realtà esteriore all’umanità, ma è una parte costitutiva dell’umanità stessa e quindi anch’essa oggetto di quel dominio mite di cui abbiamo detto. Pertanto per realizzarsi a immagine di Elohim l’uomo deve assumere l’animalità interiore dominandola, e questo sia a livello individuale che collettivo.

A livello individuale i termini “maschio e femmina” potrebbero indicare che l’animalità rimanda alla sessualità e al desiderio. Se non è dominata, se non accetta il limite, una tale forza può degenerare. In altre parole: in ogni “umano” vi è un che di “animale” che aspetta di essere umanizzato. In se stesse queste forze vive sono neutre, né buone né cattive. Si tratta di “dominarle” in modo che possano dispiegarsi per far “fruttificare” la vita, “moltiplicarsi” e “riempire” lo spazio che spetta loro.

“… ci sono delle forze che, come pesci, sembrano sfuggenti, inafferrabili. Nascoste nelle nostre profondità, nell’oscurità dei grandi fondali, possono talvolta assumere l’apparenza di quei mostri marini di cui il testo parla evocando la creazione della fauna acquatica. Ci sono le forze dello spirito, sottili, libere e aeree come i volatili, i quali, grazie alle loro ali, attraverso gli spazi, prendono l’altezza necessaria e sfuggono alla presa dell’hic et nunc. C’è tutto quello che ha a che fare col corpo, quelle forze a fior di pelle, a immagine degli animali che brulicano sulla superficie della terra, alcuni domestici, altri più selvatici: è il mondo dell’affettività, delle emozioni, dei sentimenti. Diventare umano, non significa forse imparare a dominare, a poco a poco, tutto questo, ad addomesticare queste potenzialità, ad ammaestrare questa animalità, in modo da costruire, con essa e non contro di essa, un essere unico a immagine di Dio? Poiché, se cerchiamo di distruggere e soffocare queste forze, si rischia di vederle riaffiorare laddove non ci aspettiamo e con una forza maggiore, talvolta incontrollabile. Lenta emergenza, da riprendere di continuo e che necessita di un’intera vita”. (A. Wénin)

Tale animalità interiore non è solo questione individuale: è anche collettiva.

Quando Elohim affida all’umano il dominio sulla terra e sugli animali, lo fa utilizzando dei verbi molto forti, dal sapore militare. Risuona qui l’eco (udita dal narratore) del dominio che popoli o singoli spesso si arrogano sugli altri. È proprio questa violenza che Elohim invita ad “addomesticare” per il tramite del dono del cibo vegetale. Una nazione che, incapace di dominare la propria potenza animale, di porsi un limite, schiaccia, assoggetta o distrugge altri popoli, svela l’animale che la abita. Il libro di Daniele (4,13.22) presenterà Nabucodonosor proprio come un uomo dal cuore di bestia.

Per l’individuo, come per i gruppi umani o l’umanità intera, diventare umani significa imparare pazientemente a dominare questa animalità brulicante e potenzialmente violenta propria di ogni realtà umana. Lasciar emergere l’umanità significa dunque diventare “pastori della propria animalità”, come ha detto bene P. Beauchamp.

Letto in questo modo, il dono del cibo vegetale agli umani e agli animali risuona come un richiamo discreto per una relazione pacifica e continuamente pacificata con ogni vivente, compreso me stesso. “È un invito a costruire un vivere insieme in cui la forza si converta in autentica mitezza; invito, perciò a lavorare a una società in cui alterità e differenza abbiano diritto di esistere” (A. Wénin).

Resta un’ultima questione. Come può un umano (individuo o collettività) vivere con forza e mitezza il proprio dinamismo vitale? La via per addomesticare l’animalità è suggerita proprio dalla chiamata a somigliare al Creatore. Cos’è che permette a Elohim di dominare con mitezza lungo tutto il processo della creazione? Non si tratta forse della parola, soffio dominato e contenuto? In effetti proprio in questo racconto del Genesi la parola è il principio e la costante della mitezza di Elohim. Ecco allora tracciata la via per dominare l’animalità, per dominare, a immagine di Dio, le forze del proprio caos interiore: la parola. Questa è forse l’unica via da seguire affinché l’umano compia la sua umanizzazione, porti a compimento la sua immagine nella “somiglianza”. Solo così l’umano diventerà un pastore pieno di forza e di mitezza, a “immagine e somiglianza” del suo Creatore.

A condizione di non mettere mai, di non piegare mai in alcun modo la parola a servizio della violenza.

Una nota conclusiva

Questi spunti di commento e riflessione sono largamente e liberamente tratti dagli studi del prof. A. Wénin dell’Università di Louvain-la-neuve, Belgio, che conosco e a cui sono personalmente grato.

Vorrei solamente aggiungere, personalmente, che utilizzare questi testi del Genesi per “fissarsi” sulla differenziazione maschio-femmina a sostegno di teorie creazioniste o parimenti a sostegno di battaglie ideologiche in funzione della difesa tout court della famiglia, come ho avuto modo di osservare da più parti, non è altro che svilire il testo e defraudarlo delle sue splendide e profondissime ricchezze.

Credo che il narratore sia più interessato a educare il suo lettore a considerare la diversità come spazio in cui prendere consapevolezza del proprio limite personale e fare del limite accolto e della diversità accettata il luogo dove far brulicare la vita. Solo così la terra da brulla può diventare un giardino.

In caso contrario, sarà sempre “l’animalità”, anche se travestita da orpelli religiosi, ad averla vinta.