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di Maria Teresa Milano

Ho letto d’un fiato l’ultimo libro di Paola Lazzarini, lucido, chiaro, sincero, senza fronzoli né facili buonismi. Non mi occupo di questi temi dal punto di vista professionale, quindi non entrerò nel merito dei contenuti, ma vorrei riprendere una bella immagine che credo racconti qualcosa di noi aldilà del tempo, dello spazio e di qualsivoglia comunità religiosa. Alle pp. 42-43 si legge in merito alle relazioni tra donne:

C’è una qualità nel sostenersi che non si rinviene altrove […] Lo fanno ascoltando per ore l’amica che sta vivendo una dolorosa separazione, accompagnandosi l’un l’altra in ospedale per esami impegnativi, testimoniando in tribunale, vegliandone i figli: è una catena invisibile ai più, che quando si svela – per caso o per necessità – emana una luce fortissima.

È un’immagine profondamente vera e io stessa mi sento parte di questa rete in cui si condivide la vita, con la trasmissione dei saperi più semplici, l’ascolto senza giudizio, i consigli e l’aiuto concreto. Si tratta di un’antica pratica femminile che si scorge già nella Bibbia, in cui tra le mille sfumature dell’essere donna e le mille situazioni della vita, anche le più impossibili, ritroviamo alcune storie di forti legami femminili. 

Penso a Ruth e Noemi, nuora e suocera unite da un affetto profondo e da un senso di lealtà fuori dal comune. Insieme vivono il lutto e il dolore per la perdita dei mariti, insieme si mettono in cammino verso Betlemme e insieme ricominciano una nuova vita. Penso alle figlie di Lot che, temendo fortemente la fine del mondo, si alleano per ubriacare e violentare il proprio padre, garantendo così eredi alla famiglia e, forse, la sopravvivenza della specie umana. 

Penso a Lea e Rachele, sorelle e contemporaneamente cognate, impegnate a gestire il loro uomo in comune Giacobbe, due serve, tredici figli e un padre di cui in fondo, ci si può fidare poco. In questo loro caos assoluto e improponibile per i nostri criteri etici e morali, restano unite fino alla fine, superando i momenti di rabbia e gelosia e prendendo ogni decisione di comune accordo. Nel romanzo molto bello di Anita Diamant dedicato a Dina, figlia di Giacobbe e Lea, si parla della tenda rossa, luogo in cui si resta nel periodo del ciclo e del parto, evitando qualsiasi contatto con gli uomini per via del sangue. Quella tenda è l’immagine di antichi riti condivisi, è la memoria di donne che in quella “stanza tutta per loro”, imparano a comprendersi e a crescere insieme. 

Le protagoniste della Bibbia non sono figure eteree, ma donne in carne e ossa, che affrontano la vita in tutta la sua complessità, compiendo anche scelte poco convenzionali e questo ha dato non poco filo da torcere ai commentatori di ogni epoca, che si sono arrabattati a trovare cornici nobili o ancor più nobili metafore per evitare gli imbarazzi.

Una buona parte di esegesi testuale e di tradizione ha spiritualizzato a tal punto le figure femminili della Bibbia che poco alla volta le ha allontanate da noi, dalla nostra vita e dalla nostra esperienza ed è legittimo dire che per certi versi questa operazione impedisce al testo di fare il suo lavoro principale, ovvero quello di suscitarci domande su di noi.

E invece è proprio in quel testo che ritroviamo noi e le nostre relazioni con i genitori, l’uomo (o gli uomini) che amiamo, i figli, i nipoti e le donne che abbiamo intorno ed è proprio in quelle figure femminili che possiamo provare a leggere noi stesse e la nostra vita, in tutta la sua concretezza.

La rete invisibile di cui parla Paola Lazzarini nasce anche di qui, dalla nostra capacità di riconoscere noi stesse e le nostre relazioni in quelle storie profondamente vere e umane.

Il mio pensiero oggi va alle tante donne con cui faccio rete e condivido in varia misura la mia vita, perché quelle donne sono esattamente come le protagoniste della Bibbia: forti, in gamba, bellissime nella loro fragilità e nella consapevolezza di essere imperfette.

Hanno desiderio di conoscere e imparare come Eva di fronte all’albero e di essere bellissime come Sarah, anche quando si fanno più evidenti le rughe e i segni del corpo; conoscono il sottile fascino del cibo come Abigail e talvolta giocano a sedurre come fece Betsabea con Davide; si ritrovano spesso a prendere decisioni importanti, come la profetessa e giudice Deborah, a raccontare piccole o grandi bugie come Tamar per poter indirizzare le cose nel verso giusto o a scegliere il silenzio, la riflessione e la preghiera come la regina Ester; sanno amare intensamente, come Anna a Shiloh o come l’anonima protagonista del Cantico dei Cantici, che intreccia parole e desideri con il suo amato in un dialogo assolutamente alla pari.

Le donne con cui condivido la vita sono proprio così e sanno dire “Ci sono per te”, come fa Micol, che ama a tal punto il suo uomo, il re Davide, da dedicarsi totalmente a lui, senza se e senza ma, senza bisogno di inganni o trucchetti, senza mai imporre ultimatum. Lei è l’unica donna di cui la Bibbia dice che ama un uomo e quel suo amare gratuito e infinito non è purtroppo compreso da lui, che quando la situazione si fa dura, scappa perché non sa come affrontare la vita. 

Micol sta lì a dirci quando sia difficile saper dire “Ci sono per te”, ma la storia insegna che le donne lo sanno fare e forse è proprio questa la forza più grande che abbiamo, perché se si cammina insieme, a volte forse in modo un po’ rocambolesco, si può arrivare lontano. 

Caro don Giulio, ci sembra importante scriverti per non sottrarci ad una occasione di impegno e testimonianza.

Abbiamo scritto nel nostro manifesto che:

“ Siamo donne credenti, siamo discepole di Gesù, innamorate della Chiesa, delle nostre famiglie, di chi è più fragile e più indifeso, ma innamorate anche della nostra forza, energia e intelligenza, doni di Dio. Alla Chiesa, come anche alla società e alle nostre famiglie, vogliamo portare tutto ciò che siamo e non sminuirci per compiacere qualcuno. Non sentiamo il bisogno di riconoscerci in modelli preconfezionati, ma rivendichiamo la possibilità di costruire ciascuna il proprio cammino unico e irripetibile: come persone, come donne, come sorelle, figlie, mogli e madri. ”

In coerenza con tali intenti siamo rimaste ferite ed amareggiate per la presa di posizione della Congregazione per la Fede in merito alla possibilità di benedire l’amore e la relazione tra persone dello stesso sesso, profondamente convinte che ogni rapporto d’amore in quanto tale non può che contemplare la presenza di Dio, padre e madre, e che, appunto, il “cammino unico ed irripetibile” di ciascuno non debba trovare limiti quando è volto all’amore.

Ci siamo stupite non solo della presa di posizione della Congregazione, ma anche dell’assordante silenzio di coloro che - almeno nel sentire comune - rappresentano la Chiesa, e quindi il tuo gesto ci ha sollevato sia come espressione anche del nostro sentire, sia perché ha dato voce e visibilità ad una parte di comunità forse non allineata, ma certamente preoccupata dell’accogliere amorevolmente prima che del dare giudizi.
Ti vogliamo pertanto esprimere la nostra gratitudine e vicinanza, condividendo con te anche la campagna che abbiamo lanciato con l’hashtag #iovibenedico.

Il gruppo genovese di “Donne per la Chiesa”

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di Maria Teresa Milano

Il bar la mattina è un vero e proprio forum di discussione e la cosa incredibile è che si toccano praticamente tutti i campi dello scibile. Certo in questo momento è difficile intavolare dibattiti consistenti, ma il coffee to go permette comunque qualche scambio di battute mentre si è in coda o si beve, a debita distanza, caffè e cappuccino in piedi davanti al locale.

Stamattina si parlava del Festival di Sanremo, in particolare delle performance di Amadeus e Fiorello, che hanno duettato prima in una nuvola di piume soffici e bianche, unghie laccate di rosso e glutei sodi e poi letteralmente incorniciati quasi fossero opere d’arte, da donne che si muovevano intorno a loro fasciate da mini-tute in pelle nera. Le amiche del caffè erano piuttosto perplesse e così sono andata a cercarmi in rete la puntata. Di primo acchito mi sono sembrate semplicemente due scene d’altri tempi, la prima più vicina alla tradizione del cabaret, la seconda a certe produzioni anni ’80 un po’ trash, poi ho cominciato ad avvertire una sorta di disagio. Qualcosa mi disturbava, ma non capivo cosa: non era certo l’esibizione dei due uomini, eleganti e sobri, né i costumi piuttosto minimal delle ballerine. La danza è arte e le produzioni del celebre Ohad Naharin, direttore artistico della compagnia di ballo israeliana Batsheva hanno dimostrato come sia possibile portare in scena anche un nudo senza che questo risulti volgare perché, appunto, ogni scelta sul palcoscenico nasce da un pensiero e di questo si fa portavoce.

Il problema allora non è da cercare nei centimetri di pelle esposti davanti alle telecamere, bensì nel pensiero che sta dietro quei movimenti ostentati e quegli sguardi lanciati in parte ai due conduttori del Festival, in parte al pubblico a casa.

Il pensiero forse, è quello delle “donne in vetrina” e lo dico senza alcun intento moralistico e senza alcuna ideologia, ma solo con grande tristezza, perché il palcoscenico dell’Ariston per certi versi è un simbolo di questo paese. È vero, non è seguito come un tempo e i giovani non se ne interessano granché, ma resta comunque un punto di riferimento, per noi e per chi ci guarda di fuori. Le scelte artistiche del Festival raccontano un po’ chi siamo e quali sono i nostri modelli culturali. La puntata di mercoledì ha messo chiaramente in luce che non amiamo né sperimentare né puntare sull’eccellenza e preferiamo stare comodi nei cliché, perché di certo sono più rassicuranti.

E mentre la tv di stato propinava ai fedeli ascoltatori il classico binomio uomo forte/donna oggetto, sul canale YouTube delle Paoline tre donne discutevano con intelligenza e lucidità dello spinoso e quanto mai urgente tema della presenza femminile nella Chiesa, ponendo l’accento proprio su questo punto in particolare: cosa vogliamo dire di noi e come siamo percepite?

Con quale consapevolezza e quale fiducia ci avviciniamo a un mondo, quello ecclesiastico, strutturato secondo una rigida gerarchia composta di maschi celibi che vedono nell’esclusione della donna dalla vita il punto forte della loro scelta? Se non siamo contemplate nella vita, come possiamo esserlo in una collaborazione in cui i soggetti hanno pari dignità e pari diritti? 

Paola Lazzarini, Antonietta Potente e Cristina Simonelli hanno messo sul tavolo della discussione, pur nel poco tempo a disposizione, i diversi aspetti della questione e hanno ribadito che non si può parlare di distribuzione di incarichi e di posizioni interne al sistema se non si prende prima in considerazione l’aspetto antropologico: ma questa donna, cos’è?

Forse un oggetto da collocare in una struttura cercando di trovare un equilibrio tra le richieste concrete dei movimenti femminili internazionali e le resistenze e/o gli impedimenti giuridici di un sistema patriarcale poco incline al cambiamento? O un’immagine idealizzata e tramandata dalla tradizione che non trova riscontro nella realtà? O un’entità distante dalla vita concreta, una realtà di cui gli uomini si permettono di parlare ma con cui non si “sporcano le mani” mai? 

Ed ecco che in modo forse un po’ surreale, nella stessa sera e nello stesso momento, l’immagine di donna oggetto e donna in vetrina univa idealmente il Festival nazional popolare della canzone italiana e i discorsi teologici e sociologici che in questo momento ci stanno particolarmente a cuore. 

Questo paradosso credo metta in luce un fatto fondamentale: la rivoluzione deve essere innanzitutto culturale, perché il concetto stesso di donna-oggetto va riconosciuto nelle sue mille sfumature e non sempre il criterio è quello della “nudità esposta”. Solo se lo si riconosce lo si può decostruire, per ritrovare dignità di sé, sicurezza del proprio valore e finalmente, possibilità di costruire un dialogo. Finché noi donne accetteremo di stare “in vetrina”, raccontandoci magari che lo facciamo per nobili motivi o peggio ancora per fede, nessun cambiamento sarà possibile. 

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A TUTTE LE PERSONE DI BUONA VOLONTÀ!

1. Nella nostra Chiesa tutte le persone abbiano accesso a tutti i ministeri.

I diritti umani e la Legge fondamentale (=Costituzione) garantiscono uguali diritti per tutte le persone - solo la Chiesa Cattolica lo ignora.

Essere un uomo oggi attribuisce diritti speciali nella Chiesa.

#giusta: pari dignità - pari diritti

2. Nella nostra Chiesa tutti partecipino alla missione e il potere sia condiviso.

Perché il clericalismo è uno dei problemi fondamentali della Chiesa Cattolica oggi e incoraggia l’abuso di potere con tutte le sue sfaccettature disumane.

#partecipativa: responsabilità condivisa

3. Nella nostra Chiesa, gli atti di violenza sessualizzata siano indagati in modo completo e i responsabili siano ritenuti tali. Le cause siano costantemente combattute.

Per troppo tempo la Chiesa Cattolica è stata scenario di violenza sessuale. Le autorità ecclesiastiche tengono ancora nascoste le informazioni su questi crimini violenti e si sottraggono alle responsabilità.

#Degna di fede: interazione rispettosa e trasparenza

4. La nostra Chiesa mostri un atteggiamento di apprezzamento e riconoscimento nei confronti di una sessualità autodeterminata e attenta e della partnership.

Perchè la morale sessuale ufficialmente insegnata è estranea alla vita e discriminatoria. Non si basa sull'immagine cristiana dell'esssere umano e non è più presa sul serio dalla maggioranza dei credenti.

#colorata: vivere in relazioni di successo

5. Nella nostra Chiesa lo stile di vita celibe non sia un prerequisito per l’esercizio di un ministero ordinato.

Questo perché l'obbligo del celibato impedisce di seguire la propria vocazione. Coloro che non sono in grado di mantenere quest’obbligo spesso vivono dietro false facciate e sprofondano in crisi esistenziali.

#vicinoallavitavera: senza celibato obbligatorio

6. La nostra Chiesa operi secondo i principi cristiani. È amministratrice dei beni che le sono stati affidati, non li possiede.

L’ostentazione, le dubbie transazioni finanziarie e l’arricchimento personale dei responsabili della chiesa hanno profondamente scosso e diminuito la fiducia nella Chiesa.

#responsabile: gestione sostenibile

7. La nostra missione è il messaggio di Gesù Cristo. Agiamo di conseguenza e affrontiamo le questioni sociali.

Poiché la gerarchia della Chiesa si è giocata la sua credibilità, non riesce a farsi sentire in modo convincente e a lottare per un mondo giusto nello spirito del Vangelo.

#rilevante: per le persone, la società e l’ambiente

L’associazione Donne per la Chiesa accoglie con gioia la notizia della nomina di suor Nathalie Becquart a vicesegretaria del prossimo Sinodo dei vescovi e del riconoscimento, all’interno dello stesso, del suo diritto di votare il documento finale. 

È dall’ottobre 2018 che il nostro gruppo si spende per portare alla luce la profonda incongruenza di una partecipazione femminile ai sinodi che non preveda il diritto di voto, l’abbiamo fatto in alleanza con tante organizzazioni di donne in tutto il mondo che si sono mobilitate raccogliendo migliaia di firme, manifestando in piazza, ma soprattutto parlando senza paura.

Ora, sapere che suor Nathalie voterà ci riempie di speranza e attendiamo notizie certe rispetto all’allargamento di questo diritto a tutte le donne che parteciperanno. 

Leggendo i documenti finali dei due sinodi precedenti e ascoltando le sollecitazioni che vengono dal cammino sinodale tedesco, emerge con forza la necessità di valorizzare le donne nei processi decisionali ecclesiali e, come ha detto il Papa in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi: “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell'ascolto”. È chiaro quindi che questo non è un passo avanti per le donne, ma per tutta la Chiesa sinodale. 

Sappiamo che il cammino per una Chiesa che faccia corrispondere alla pari dignità dei suoi membri anche pari diritti è ancora lunga, ma sentiamo che la direzione è stata imboccata e, come ha dichiarato monsignor Grech, che una porta è stata aperta. 

di Emilia Palladino

Non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare. Questa frase così lapidaria, spesso sentita e altrettanto spesso detta, ha un suo nocciolo di verità che fa riferimento ad una specifica esperienza esistenziale attraverso cui passa in genere ogni donna e ogni uomo: quella di non arrivare con il proprio controllo a prevedere il completo evolversi di una situazione specifica o generica che sia.

C’è però un’altra categoria di situazioni a cui facilmente viene associata la frase di apertura, che riguarda tutte quelle circostanze nelle quali abbiamo potuto comprendere nuovi aspetti della nostra persona, di come siamo e di cosa desideriamo anche profondamente, ma non sappiamo in alcun modo concretizzare questo cambiamento anche nei fatti, nelle relazioni con gli altri. Una situazione in particolare, in mezzo a tante altre che si potrebbero dire, è specificamente legata al comportamento delle donne nell’ambiente familiare: accade cioè che una donna, una moglie, una compagna, una mamma senta profondamente il desiderio di compiere passi di libertà che la sciolgano dall’obbedire a codici non scritti che riguardano situazioni concrete in casa, e poi però di non riuscire in alcun modo a spezzare quegli schemi ormai assodati della vita familiare, in non pochi casi costruiti con anni di consuetudini. Chi cucina? Mamma – sempre e in ogni caso; anche quando tempo non ne ha avuto e avrebbero potuto farlo figli e figlie grandi, mariti o compagni altrettanto adulti e autonomi. Chi può spezzare questo “si è sempre fatto così”: la donna per prima che ad un certo punto dice “no”? Oppure un comportamento differente (ma difficilissimo da cogliere per hi non si è mai posto il problema) da parte di chi abita in famiglia con lei? 

Eppure non è così semplice: non è vero cioè che la consapevolezza di poter dire di no (in questo caso), consente di dirlo effettivamente. Non sempre le cose vanno come una pensa che debbano andare. In parole più specifiche, non sempre la consapevolezza di assumere un ruolo dato dal genere e che non si sente proprio, porta alla capacità di rompere il modello di riferimento e tentare una strada differente, in termini prima di tutto relazionali, poi pratici.

Nel tentativo di arricchire la comprensione di questa particolare dinamica – che ha molteplici ragioni: storiche, psicologiche, culturali, sociali e politiche, che però non è possibile approfondire qui – si può partire da due raffigurazioni, che hanno avuto un consistente peso “normante” nella vita dell’uomo e della donna del passato, ma anche del presente, e che si trovavano in molte case del Nord Europa, soprattutto tedesche, fra la fine dell’‘800 e fino al 1930 circa: si tratta delle raffigurazioni della “scala della vita”.

A sinistra la scala della vita di una donna, a destra quella di un uomo. Come si può osservare, la rappresentazione grafica è radicalmente simbolica per entrambi i generi: detta infatti un percorso dalla nascita alla morte in “fasi”, riducendo l’esistenza di entrambi all’acquisizione di posizioni successive, ciascuna caratterizzata univocamente nei modi e negli obiettivi; il tempo, da compagno delle proprie scoperte e conquiste, diventa così il tiranno inesorabile che conosciamo, che sottrae tutte le possibilità che non si sono potute esplicitare senza aprirne altre; introduce l’idea che per metà della vita si salga e che poi la vecchiaia sia un inesorabile scendere e non un auspicabile perfezionare (come invece era nelle culture più antiche, a partire da quelle tribali); raffigura visivamente il sostegno della religione cattolica a tutte le fasi della vita, poggiato solo sui racconti di Genesi, raffigurati però in modo evidentemente manipolatorio; disegna famiglie monche, in cui entrambi sono funzionali alla realizzazione dell’altro/a.

Ogni volta che osservo queste immagini mi chiedo quanto di queste rimane nel nostro modo di vedere, di capire, di progettare, di aspettarsi qualcosa da sé e dagli altri. Quanto il nostro modo di essere e di comportarci rimanga “informato” da queste figure senza anima; quanto tutte le battaglie combattute e gli spazi conquistati abbiano in realtà lasciato dietro di loro brandelli di inutilità e inefficacia.

È vero soprattutto per le donne, lo sappiamo. Forse più per il fatto che gli uomini non abbiano maturato una riflessione su loro stessi altrettanto implacabile come quella femminile e per tempo sufficiente da aver generato cultura.

Eppure, quante donne oggi adulte in tutte la parti del mondo, in culture differenti, in non pochi casi senza saperlo, hanno in mente quella scala della vita: hanno cioè in mente – e così guardano il mondo, gli uomini, le altre donne, nel caso anche le figlie, i giovani e le giovani ... – che senza maternità la donna non sia “vera” donna, che senza un uomo che le ami non possano essere se stesse, che se non si passa proprio da quei gradini e proprio in quella successione non ci si possa dire “sé”.

Quanta naufragata solitudine in quelle rappresentazioni sia per lei, sia per lui. Quanto quell’eccellenza di genere, che calpesta chi si è concretamente, sia regola da rispettare solo in quell’unico modo; quanta severa aggressività in ogni gradino, quanta cattiveria lì dove non si è nel posto giusto al momento giusto. Quanto senso di colpa diventato criterio di valutazione di sé e tramutato in violenza nei riguardi degli altri e/o in tristezza depressa per non essere come si dovrebbe. E quanto, in questo brutto mondo di pezzi unici, ha giocato un ruolo una certa presunzione cattolica del dire come debba essere una donna, come debba essere un uomo, senza aggancio alla carne, al corpo, alla concretezza della storia, all’esperienza viva di ciascuna di noi, di ciascuno di noi.

Non si può pensare di riappropriarsi di sé senza passare dal faticoso percorso di dire il non detto, di individuare quel codice non scritto, la cui violenza simbolica (come direbbe Bourdieu) ci orienta senza nemmeno percepirne il potere manipolatorio. È un percorso che consente di intravedere e a volte di riappropriarsi di verità profonde di sé, ma costringe anche ad avere a che fare con la frustrazione di non essere sempre in grado di affrancarsi nella propria consapevolezza. È necessario che il tempo sia anche compagno della liberazione e non solo il nemico da battere: il rischio sarebbe di agganciarsi addosso conquiste che in realtà devono radicarsi più profondamente, per non perderle non appena si vorrebbe correre. Per non avere più la sensazione debilitante e destabilizzante di subire la propria vita e non di possederla; per provare a non essere tanto fatalisti da pensare che non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare.

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Come associazione Donne per la Chiesa abbiamo letto con attenzione il Motu Proprio di Papa Francesco. Esprimiamo soddisfazione perché vediamo in questo gesto del Papa, che ha di fatto modificato il diritto canonico rendendolo più inclusivo, una volontà di cogliere gli inviti provenienti dagli ultimi due sinodi e anche di mettersi in ascolto dell’azione di noi donne credenti, che in tutto il mondo ci impegniamo per promuovere una Chiesa più giusta, una Chiesa dell’uguaglianza di tutti i battezzati. E ne siamo grate.

Siamo ben consapevoli che per molti contesti si tratta della ratifica di una prassi pluridecennale, ma innanzitutto riteniamo significativo il passaggio da una concessione a un diritto e, in secondo luogo, siamo avvertite che non in tutto il mondo l’accesso delle donne all’altare era finora permesso. Per questo confidiamo che la riforma apra alle donne di tutto il mondo maggiori spazi di espressione della propria vocazione, spiritualità, discernimento. Soprattutto speriamo che si creino le condizioni perché le donne possano esercitare con sempre maggiore autorità il ministero della predicazione, che è così connaturato alla vocazione battesimale.

Siamo però consapevoli di trovarci appena all’inizio di un lungo cammino che la Chiesa deve compiere per fare giustizia di millenni di subalternità, misoginia, umiliazione e violenza contro le donne. Siamo fiduciose che il Papa e la Chiesa gerarchica tutta intendano questo come un primo passo a cui farne seguire presto altri.

A noi, in particolare, indica un metodo di lavoro: ovvero che occorre agire ora il cambiamento, vivere ora la Chiesa che vogliamo, sapendo che “la realtà è superiore all’idea” (come dice lo stesso Papa Francesco) e che le ratifiche arrivano e arriveranno sempre dopo.

Ci sentiamo quindi incoraggiate e rafforzate da questo documento nel nostro impegno per costruire una Chiesa nella quale figlie e figli siano accolti e possano far fruttare i propri talenti, con la stessa dignità e pari diritti.

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di Maria Teresa Milano*

Sono ebraista e non mi occupo di questioni femminili in modo specifico, ma in qualche modo la storia delle donne attraversa da sempre le mie tante attività e i miei interessi, accademici e non.

La mia curiosità risale a quando ero piccola: mia mamma mi leggeva la Vera storia dei bonobo con gli occhiali, un libro della fortunata serie Dalla parte delle bambine diretta da Adela Turin e passavo le mie giornate con mia nonna che aveva creato intorno a sé un circolo femminile d’altri tempi, un numero nutrito di donne che faceva capo a lei per ogni sorta di domande e problemi. 

Sono cresciuta in una grande famiglia in cui tutte le donne hanno sempre lavorato e avuto ruoli di responsabilità, hanno sempre guidato e gestito i propri viaggi in modo autonomo, hanno potuto coltivare i propri hobby, hanno preso decisioni importanti e non ho mai avuto l’impressione, nemmeno per un attimo, che in qualche modo le donne fossero inferiori agli uomini, anzi, mi è sempre sembrato che per molte faccende gli uomini avessero bisogno di appoggiarsi alle donne. 

Avrei poi trovato conferma di questo leggendo “L’anello forte” di Nuto Revelli, un ritratto sincero e profondo delle donne nella società contadina del cuneese d’un tempo, in cui molte vivevano una condizione di sottomissione soprattutto economica e diverse famiglie erano segnate dalla piaga della violenza domestica, ma laddove i mariti erano uomini perbene, l’opinione della moglie era tenuta in grande considerazione.

Sono entrata in contatto con la discriminazione di genere dunque molto tardi, forse perché non avendola in mente non riuscivo neppure a riconoscerla come tale. Ricordo che avevo forse già 25 anni quando ho capito che un uomo che batte un pugno su un tavolo è carismatico e sicuro di sé, mentre una donna che fa la stessa cosa è una prepotente o un’isterica, quando non una femminista (ovviamente il termine è pronunciato con disprezzo e porta con sé un corredo di immagini in cui i reggiseni bruciati sono solo il punto di partenza). 

Forse anche per questo ho iniziato a leggere le storie di donne con altri occhi e ho iniziato ad ascoltare le voci e le vicende femminili dal vivo, perché proprio come mia nonna anche io ho creato un mio “circolo”, in cui si parla di cose belle e di successi, ma anche di paure e di difficoltà, con grande schiettezza.

Ed è proprio a queste donne che ho iniziato a portare un pezzetto del mio lavoro su quel testo meraviglioso che è la Bibbia, a impiegare alcuni spunti che il testo ci dà perché penso che quel testo antico che per troppi secoli (ancora oggi purtroppo) è stato confinato all’ambito della fede e alla pratica religiosa, sia in realtà una miniera di riferimenti umani e universali.

Una grande studiosa israeliana, Rachel Elior, ha definito le donne della Bibbia “presenti/assenti” e in effetti tutti noi conosciamo Abramo, Mosè, Davide e Isaia, ma forse non abbiamo mai sentito parlare di Micol, Miriam, Chulda o Tamar. E se ne abbiamo sentito parlare forse ci sono apparse così lontane, nel tempo ma anche nei riferimenti, come se non c’entrassero nulla con la nostra vita.

In realtà, se noi eliminiamo da quelle figure la patina (o per meglio dire la coltre spessa) del moralismo e dei significati poco umani e molto simbolici che abbiamo accumulato lungo i secoli e proviamo a leggere i personaggi alla luce dell’esperienza prettamente umana e quotidiana, ritroviamo ogni minima sfaccettatura dell’essere donna, ogni singolo aspetto della nostra vita. Vediamo in quell’universo femminile tanti pezzetti di noi, a prescindere dalle nostre scelte di vita o di fede, perché quelle vicende ci raccontano in generale come siamo fatte, ci suscitano domande importanti e fungono da specchio.

Inoltre, cosa importante, possiamo leggere il rapporto tra le figure femminili e quelle maschili, possiamo osservare il loro modo di stare al mondo in quanto esseri umani. Non icone, non simboli, ma donne come noi. 

In quel libro troviamo ogni situazione possibile e ovviamente anche i grandi temi che ci toccano: la relazione con l’uomo in ogni forma (amare, essere amate, essere rifiutate, essere sfruttate, sedurre ed essere sedotte), la maternità, il ruolo sociale e comunitario, il rispetto e anche la violenza, verbale e fisica (a questo proposito ricordiamo lo stupro di Tamar e di Dina e la terribile vicenda della concubina di Gabaa).

Davvero credo che nelle storie di quelle donne si possano ritrovare i nodi della nostra esistenza, del nostro essere umani. 

Prendiamo per esempio Eva, il personaggio che più di ogni altro ha influenzato la percezione della donna nella nostra cultura e nella nostra società religiosa ma non solo. Ci è stata inculcata una visione profondamente errata e credo che spesso questo sia stato fatto in assoluta malafede.

Eva è associata alla parola peccato, è la tentatrice, è un essere subdolo e l’uomo Adamo è una vittima. Pensiamo a quanto questo ha condizionato e continua a condizionare il nostro modo di guardare il mondo e credo sia una violenza verbale (che poi ha ricadute anche molto concrete) da parte di tutti noi, ogni volta che guardando una situazione ci aggrappiamo al “modello Eva”, peraltro nella sua visione bieca e sbagliata, funzionale solo a disegnare modelli maschili e femminili utili a una società maschilista e patriarcale. 

Purtroppo la lettura errata della vicenda di Adamo ed Eva ha influito in modo molto pesante 

Ma cosa c’è scritto davvero?

Sono 2 i racconti della creazione: 1. Dio crea l’essere umano, maschio e femmina (assoluta uguaglianza in natura); 2. Dio crea la donna dall’uomo, come parte di lui e il testo dice che crea per lui un ezer kenegdo, un aiuto che sta di fronte e contro, ovvero in relazione dialogica e dialettica. Perché due racconti della creazione? Io credo per illustrare due aspetti: quello biologico, legato alla natura (maschio e femmina) e quello legato alla relazione (in dialogo e in dialettica). 

Di certo nessuno dei due racconti parla di superiorità dell’uomo sulla donna e nessuno dei due lascia pensare che l’uomo debba dominare la donna. Chiunque si appelli alla Bibbia per dimostrare questo o non l’ha mai letta, o non l’ha capita, o la usa in modo disonesto per i propri scopi. 

Cosa succede dopo la creazione? C’è il famoso fattaccio dell’albero della conoscenza del bene e del male. Eva vede che quell’albero è buono e bello da mangiare, desiderabile agli occhi, affascinante da comprendere. Quell’albero colpisce Eva nella parte più istintiva ovvero attraverso i sensi (bello, buono, desiderabile), ma anche nella sua mente, perché lei sente che è affascinante da comprendere. 

E così Eva coinvolge l’uomo in quella meraviglia e gli porge la mela, cioè gli dice: “facciamo questo percorso insieme, nella conoscenza della realtà”. Ma dopo essersi incamminati insieme lungo quel percorso, a un tratto i due si accorgono di essere nudi, ovvero capiscono di essere umani e vulnerabili. In effetti a quel punto il testo biblico dice che Dio consegna loro due tuniche di pelle. Adamo ed Eva piombano nella realtà: sono fatti di pelle, sono esseri umani e non angeli.

E allora inizia la fatica, che non è solo il duro lavoro della terra e la sofferenza del parto, ma è proprio la fatica di continuare a camminare insieme, uomo e donna, nel mondo reale, dopo che il paradiso è finito. 

Quando ci si innamora è come stare nel Giardino di Eden, poi si entra poco alla volta nella conoscenza reciproca e a un tratto ci si guarda e ci si accorge di essere nudi, umani, senza difese e vulnerabili, persone che sbagliano e che per la maggior parte del tempo fanno semplicemente quel che possono. La consapevolezza dà inizio alla fatica, ma non vi è nulla di tragico in questo, anzi, accettare quella fatica e starci dentro è il primo passo per cercare insieme, uomo e donna, il senso della vita. 

In effetti da Adamo ed Eva in poi, la Bibbia ci racconta di uomini e donne che affrontano le situazioni più disparate e se leggiamo quelle storie con occhi puliti, senza sovrastrutture, senza moralismi, vedremo proprio noi stessi e le nostre situazioni. E il punto fondamentale è che come ha fatto notare una psicanalista e filosofa francese, Éliane Amado Levy, tutta la storia è un susseguirsi di coppie e infatti la prima frase che pronuncia Dio nel racconto della creazione è “Non è bene che l’uomo sia solo”.

La donna non è un accessorio e non è uno strumento per fare figli; la donna è la metà dell’umanità e l’uomo non esiste senza donna. Lo dice molto chiaramente la Bibbia: uomo e donna camminano a fianco, fanno insieme la storia, si sostengono e si confrontano, stando sullo stesso piano.

Dunque l’uomo non ha alcun diritto di prevalere e se lo fa, ne pagherà le conseguenze, perché il suo prevalere è contrario alla natura e alla relazione. 

Allora perché la lettura di quel testo ha contribuito così tanto a creare la visione opposta? Questa è la classica domanda da 1 milione di dollari e mi permetto di dire che forse è successo perché la lettura è stata fatta soprattutto dagli uomini, spesso da uomini che non solo non erano sposati, ma avevano pure il sacro terrore delle donne. Se uno legge la Bibbia e ha difficoltà con le donne, è ben difficile che possa avere una visione oggettiva del testo e possa leggerlo in libertà. In realtà credo che sia ben difficile che possa avere una visione normale della vita in generale, ma questo è un altro discorso. 

Il testo biblico si presta a moltissime letture e ci insegna a guardarci, a farci domande, a ritrovarci in tanti piccoli frammenti che poi vanno a comporre la nostra esistenza.

Eva ci ricorda costantemente che noi donne siamo capaci di intraprendere percorsi di conoscenza, camminando a fianco agli uomini, nella reciprocità, condividendo esperienze e che nessuno ha il diritto di farci sedere sul sedile posteriore. Ricordiamolo ogni volta che sentiamo quella frase orribile “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. Si sta a fianco, non dietro.

Miriam, sorella di Mosè e Aronne che canta per il popolo all’uscita dalla schiavitù d’Egitto, segnando così il punto più importante della storia ci ricorda che abbiamo una voce e che abbiamo il diritto di farla sentire nei momenti cruciali.

E gli esempi sono ovviamente decine e decine e non è possibile entrarci dento ora, ma vale la pena citare un particolare che mi ha sempre molto colpita. I racconti biblici spesso impiegano l’aggettivo “bella” per definire la donna. 

E questo ci ricorda una cosa fondamentale: è nostro diritto essere e sentirci belle sempre, perché non si tratta di proporzioni del viso, corpi scolpiti o pelle perfetta e non si tratta neppure di essere giovani ed esibirsi su Instagram e affini, ma si tratta di avere la consapevolezza che siamo belle anche quando passano gli anni, perché la bellezza viene dalle esperienze che abbiamo maturato, dai tesori che abbiamo dentro di noi e che ci rendono così speciali. Nessun uomo ha il diritto di dirci il contrario, anzi, gli uomini intelligenti guardano le nostre rughe e i segni degli anni e dicono: “Sei bellissima”.

Abramo e Sarah erano molto anziani e il testo dice che lei era bellissima, ma non lo dice di lui. Ricordiamolo ogni volta che diciamo o sentiamo dire: l’uomo diventa affascinante quando invecchia, la donna si “disfa”. In realtà lo stesso processo avviene anche nell’uomo e le nostre sono solo idee infondate ma così radicate che abbiamo iniziato a crederci.

Cari signori uomini che avete costruito un sistema intero su questo testo, facendovi patriarchi, provate a rileggere quel passaggio e a comprendere meglio la risata di Sarah, che è per sé ma anche e soprattutto per Abramo. E in quella risata c’è anche posto per un colpo dritto all’orgoglio maschile, perché Sarah esprime chiaramente il suo dubbio di poter provare piacere, data l’età del suo uomo.

Come ho detto, la Bibbia è davvero una miniera di riferimenti umani e universali e le sue donne ci parlano di quel che siamo. Forse possiamo cominciare proprio di qui, dicendoci chi siamo e cominciando così a essere presenti e non presenti/assenti.

* Maria Teresa Milano è docente di lingua, storia e cultura ebraica allo STI ISSR di Fossano, traduttrice, collabora con festival letterari, giornali, musei, teatri e associazioni culturali, crea progetti culturali e porta avanti l’attività artistica con le Voci Fuori dal Coro di Fossano e con il gruppo klezmer Mishkalé.

http://www.salottibiblici.com/

Questo intervento è stato fatto in occasione della Giornata contro la violenza alle donne per la Consulta per le pari opportunità di Genola (CN) e il Centro antiviolenza Mai più Sole.

Siamo sette donne, chiamate a diverse funzioni all'interno della Chiesa cattolica.

Forti di questa chiamata, il 22 luglio, qui alla Nunziatura Apostolica in Francia, abbiamo presentato le nostre candidature per le cariche di diacona, predicatrice laica, parroca, nunzia e vescova.

Recentemente, tra il 14 settembre e il 2 ottobre 2020, siamo state ricevute in udienza individuale dal Nunzio Apostolico in Francia.

Ringraziamo Celestino Migliore per questo gesto di apertura e per il suo benevolo ascolto. Ha potuto ascoltare la diversità delle nostre realtà di donne e delle nostre vocazioni. Dimostra che il dialogo è possibile.

Tuttavia, non siamo qui a titolo personale; è per la pari responsabilità di tutti nella Chiesa che abbiamo supplicato.

E un ascolto cordiale non fa una riforma.

Ricordiamo inoltre che Anne Soupa non ha finora ricevuto alcuna risposta alla sua candidatura all'arcidiocesi di Lione, che è stata resa pubblica il 25 maggio. Ancora nelle mani del Nunzio.

Siamo convinte che la Chiesa sia a un punto di svolta nella sua storia. Deve ora riconoscere - a parole e soprattutto nei fatti - che per le donne è legittimo ricoprire tutti gli incarichi, siano essi laicali o ordinati, di governo o spirituali.

La Chiesa, come istituzione, deve finalmente superare il suo procrastinare e aprire le porte alle donne. Se vuole rimanere fedele a Cristo, deve ricordare che Cristo non ha mai usato criteri di genere.

Le nostre candidature hanno dato vita a dialoghi senza precedenti, sia intorno a noi che all'estero, confermando che siamo in molti a desiderare una Chiesa diversa. Per far sì che ciò avvenga, continueremo a portare il nostro messaggio con determinazione e invitiamo tutte le donne che lo desiderano a far conoscere la loro vocazione; saremo lì per sostenerle.

DICHIARAZIONI INDIVIDUALI delle 7 CANDIDATE

Loan ROCHER - Ricevuta il 14 settembre 2020

In un'atmosfera cordiale, ho parlato del mio desiderio di essere diacona per l’accoglienza incondizionata di coloro che si sentono rifiutati dalla chiesa. In particolare, ho parlato dei credenti LGBTQI+, che spesso non hanno altra scelta che essere cristiani alla periferia.

Mi ascoltava, da buon diplomatico, e mi ricordava la tradizione. Gli ho offerto il libro della Comunione Betania: Omosessuali e transessuali, Cercatori di Dio.

Marie-Automne THEPOT - ricevuta il 18 settembre 2020

Perché privarci delle donne quando abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i credenti per pensare e realizzare una Chiesa ambiziosa e impegnata, che risponda alle sfide del secolo? Ho potuto presentare al nunzio la mia richiesta di una condivisione delle responsabilità tra donne e uomini, chierici e laici, e il mio invito ad essere audaci per progredire concretamente sull’argomento.

Lo scambio che avevo sperato sulle possibili soluzioni non ha avuto luogo.

Sylvaine LANDRIVON - ricevuta il 22 settembre 2020

In uno scambio caldo e aperto, abbiamo discusso temi difficili: il desiderio teorico di declericalizzazione che si confronta con una reazione autoritaria in molte diocesi; l'apertura alle donne, ma solo alle cariche amministrative senza alcun legame con la trasmissione della Parola.

E una domanda è rimasta senza risposta: cosa fare oggi quando si è laici e si è chiamati a "servire con i nostri beni" spirituali, intellettuali... una Chiesa che amiamo in un solido impulso di fede?

Laurence de BOURBON-PARME - ricevuta il 25 settembre 2020

La sua accoglienza e il suo ascolto sono stati molto calorosi. È stato un momento intenso per me.

Ho condiviso con lui le mie esperienze spirituali. Il suo ascolto è stato profondo e mi ha risposto a livello personale. Attraverso le mie parole, ha sentito alcune delle esigenze delle donne.

Claire CONAN-VRINAT - ricevuta il 28 settembre 2020

Un ascolto benevolo e reciproco, a volte ridendo, sempre attento. Abbiamo discusso, con reciproca apertura, sull’accesso delle donne all’ordinazione. Ho potuto spiegare con determinazione la mia convinzione che Gesù non ha scelto di fondare un clero, tanto meno un clero di uomini, e che l'apertura del diaconato e del sacerdozio alle donne parteciperà alla lotta contro il clericalismo voluta da papa Francesco. Nell'attuale contesto francese, ho chiesto che la Chiesa esca da una riflessione infinita con sè stessa, come due specchi rivolti l'uno verso l'altro. Ci siamo trovati d'accordo sul bisogno di speranza e di fiducia... e ho aggiunto: "Abbiamo bisogno anche di azione!»

Hélène PICHON - ricevuta il 1° ottobre 2020

Ho avuto il piacere di discutere della presenza di donne in posizioni di leadership nella Chiesa con un nunzio che da Ginevra a New York, dal Consiglio d'Europa all'Onu, è stato accompagnato da decine di donne brillanti e altamente competenti. A questo proposito, Papa Francesco, convinto dell'eccellenza delle donne e della loro perfetta capacità di esercitare posizioni di leadership nella Chiesa, ha nominato donne alla guida della Banca Vaticana e diverse donne a posizioni di Segretari di Stato vaticano.

Ho sollevato con lui la questione dell'uguaglianza di genere nella leadership della Chiesa cattolica romana e l'ho invitato a sviluppare con noi la visione di una Chiesa egualitaria veramente ispirata al messaggio di Cristo con piena parità, ricordandogli che, in effetti, in vista dell'agenda del 2030 e dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile, non avevamo un secondo da perdere!

Christina MOREIRA - ricevuta il 2 ottobre 2020

Dopo anni durante i quali i papi uno dopo l’altro hanno invariabilmente ripetuto che "la porta era chiusa", una porta si è aperta. Un sacerdote premuroso ed empatico mi ha accolto, mi ha ascoltato e mi ha fatta sentire compresa. Ero dentro una "casa", riconosciuta e nutrita con la connessione. È stato un incontro di speranza, la prova che tutto è possibile.

Per ulteriori informazioni, potete consultare il sito: www.toutesapotres.fr/

DISCORSO DI APERTURA DELLA SETTIMANA D'AZIONE DI MARIA 2.0

COLONIA, 19 SETTEMBRE 2020

di MARIA MESRIAN

Venite a tavola!

Un caloroso benvenuto a tutte e tutti voi che siete venuti a Colonia da vicino e da lontano. Abbiamo apparecchiato le tavole e vi invitiamo tutti a pregare con noi e a condividere il pane. Siamo qui davanti al Duomo di Colonia e siamo sulle spalle di donne giganti. Per 2000 anni le donne hanno portato il fuoco del messaggio di Gesù. Stavano in piedi sulla collina del Golgota. La prima testimone e annunciatrice della risurrezione è stata una donna e quasi 1000 anni fa una donna si trovava davanti alla venerabile cattedrale e chiamava le lamentele per nome: Ildegarda di Bingen.

Lei e noi siamo unite dalla convinzione che il messaggio cristiano di giustizia e di misericordia può rendere il mondo un posto migliore. Ci troviamo qui perché ci è difficile riconoscere il messaggio di Gesù nelle azioni di molti uomini potenti della Chiesa. Ci manca l'apertura e la libertà con cui Gesù ha accolto tutte le persone. Vediamo l'esclusione e la ristrettezza, l'abuso di potere e la disonestà. Abbiamo apparecchiato le nostre tavole perché desideriamo una chiesa in cui tutti siano benvenuti e nessuno sia escluso. Invitiamo la gente a condividere il pane con gli altri, secondo le parole: "Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro". Gesù ci ha insegnato a spezzare il pane dicendo: "Fate questo in memoria di me". Questo è molto più di un semplice ricordo. È una questione di realizzazione. Ci riuniamo nel nome di Gesù e quindi Egli è con noi. È la sua presenza che ci nutre. Non fissiamo ciò che vuole limitarci e costringerci. Il nuovo è già iniziato. Andiamo avanti e portiamo la brace più lontano.

Scrive Giovanni XXIII: "La tradizione significa custodire il fuoco, non conservare le ceneri". Con questo ci colleghiamo come fratelli e sorelle con uomini e donne di tutto il mondo. Dall'India riceviamo questo saluto dalla teologa femminista indiana Virginia Saldanha: "Care Sorelle di Maria 2.0 ammiriamo il vostro coraggio, la vostra creatività e il vostro impegno per l'uguaglianza delle donne nella Chiesa cattolica. Siete un'ispirazione per noi donne indiane. Ci incoraggiate anche nel nostro cammino! Vi auguriamo una settimana di successo e spero di essere con voi un giorno". Grazie Virgina per queste parole! Perché l'ultimo anno ha dimostrato che la nostra volontà di uguaglianza e di cambiamento globale nella Chiesa cattolica non è un problema di lusso per le donne e gli uomini occidentali.

La nostra rete del Catholic Women's Council è sostenuta da donne di tutto il mondo. Tutte lottano per la pari dignità e l'uguaglianza dei diritti nel loro contesto. Pertanto la nostra lotta non è un'egoistica visione dell'ombelico, ma un atto di solidarietà con le donne di tutto il mondo: nessuna donna al mondo vuole essere oppressa!

La Chiesa è un attore globale. Se attuasse il rispetto per la dignità e l'uguaglianza e gli standard di trasparenza e di controllo del potere nelle sue strutture, darebbe l'esempio e avrebbe un'immensa influenza positiva sulle società. Se non lo fa, oscura il messaggio del Vangelo. Dico deliberatamente questa frase qui a Colonia, davanti alla cattedrale: il potere senza controllo diventa arbitrario e diffonde paura. La Chiesa deve proclamare la Buona Novella. Non deve diffondere la paura.

Non smetteremo di mettere il dito nella piaga. Ma non ci fermiamo a questo. Il tempo del lamento è finito. Andiamo avanti e vogliamo vivere ciò che abbiamo capito dal Vangelo. Così insieme cominciamo…

Traduzione di Paola Lazzarini, a partire dalla traduzione in inglese del sito di Voices of Faith: https://voicesoffaith.org/conversations-1/2020/9/21/maria-mesrians-opening-speech-at-maria-20-action-week-19-september-2020