Vai al contenuto

di Silvana Baldini

-Il giardino che mi avevano dato da guardare era piccolo, scuro, seminascosto tra le due ali del Palazzo di Erode; da una parte terminava con la cisterna dell’acqua e dall’altra con la terrazza verso il Tempio. Avevo avuto l’ordine di ripulire tutto; e mi sforzavo di finire il lavoro anche perché… perché volevo mangiare. Sai, allora non era come qui a Corinto da Prisca e Aquila, quel Ponzio era avaro e se qualcuno della casa non lo contentava gli diminuiva la razione di cibo oppure gliela toglieva del tutto, noi schiavi eravamo sempre affamati. Insomma, ero indaffarata e non mi accorsi di niente; quando tirai su la testa credimi, mi si gelò il sangue nelle vene: sulla terrazza c’era lui, lui Ponzio in persona, quell’uomo crudele di cui tutti erano terrorizzati, con un segretario. Davanti a lui, in piedi, con le mani legate, e con i segni del pestaggio, c’era quel vostro Jeshua di cui qui sempre tutti parlate. Che fare? Perfino una poveretta come me capiva che era una trappola: uscire passando davanti al Procuratore voleva dire frustate, farcisi trovare era come ammettere di essere una spia, peggio ancora. Mi raggomitolai dietro una siepe e pregai che non mi vedessero e difatti… mi andò bene. Però fu così che assistetti all’interrogatorio.

Paolo ascoltava tutt’orecchi e, se avesse recuperato un po’ di vista, anche tutt’occhi. Fece per chiedere qualcosa; lei lo zittì con un cenno

- Parlarono un bel po’ o almeno a me parve un bel po’, mezza morta di paura com’ero. Lo so cosa mi stai chiedendo, non ti so ripetere cosa dissero ma una frase sì, una frase mi risuona ancora nelle orecchie non so neanch’io perché. Ponzio dopo varie domande, tutte fatte con il suo solito modo sbrigativo, come ti chiami, da dove vieni e altre… gli chiese se era vero quello che c’era scritto nella denuncia presentata da un tale di Kiriat che asseriva che lui, lui Jeshua andava dicendo che avrebbe distrutto il Tempio e in tre giorni l’avrebbe ricostruito. Lui rispose che sì, era vero, ma che aveva inteso tutt’altro, che sarebbe crollato il vecchio Tempio della Legge di cui siamo prigionieri e sarebbe sorto il nuovo Tempio dello Spirito e della Verità. Non fu un buon argomento perché Pilato si irritò: - Dei! sentitelo! La verità! Perché, scriteriato, vai cianciando di cose di cui non puoi avere la minima idea? La Verità! E che cos’è la Verità?-  Si alzò, buttò a terra la pergamena, e- penso - decise di averne avuto abbastanza. Lo fece portar via via e…e la storia finì come sappiamo. Alla fine da quel maledetto giardino se ne andarono tutti, persino io. Quando vidi che tutto era deserto, uscii di soppiatto dal mio nascondiglio e, puoi capire con quale respiro di sollievo, scappai via.

Eutichia incrociò le braccia, guardò verso Paolo e concluse

-Ecco, questo è tutto. Non ho altro da raccontarti

Paolo in silenzio la fissava, spiritato

-Vedo  che ti ho turbato. Mi dispiace.

-No, no…anzi ti ringrazio.

-Posso andarmene adesso?

-Sì, sì. No. Aspetta. Dimmi solo un’altra  cosa…

-Ancora?

-Sì. L’ultima, te lo prometto. Tu…tu  sai che in questa casa siamo cristiani, che ci riuniamo nel nome proprio di quel Jeshua, io stesso sono arrivato qui per lui, eppure… nessuno, ti assicuro, nessuno, in questa casa sa niente di quel che mi hai riferito. Perché…perché tu questa storia non l’hai mai raccontata prima?

Lei si alzò dallo sgabello e sembrò a Paolo molto più alta

- Intanto perché io non sono dei vostri, non mi sono “convertita”, come dite voi. Poi perché noi schiavi crediamo sempre ad altri dei, a Mitra, a Iside, persino agli dei di quei Romani, ma comunque mai a quelli dei padroni.  E infine perché, a parte te, nessuno mai  - ti giuro - né qui né in altri luoghi, MAI mi ha chiesto niente di quel che potevo avere visto o sentito o ricordato di qualsiasi cosa. E io, da parte mia, sono abbastanza vecchia per sapere ormai come va il mondo: chi mai avrebbe creduto ai racconti di una donna, straniera, e per giunta non libera?

Poi aggiunse, e quasi a se stessa

-Ed è un peccato, sai, perché alle volte noi donne ne sappiamo più di voi uomini, greci, giudei, romani che conoscete gli alfabeti … e lo sappiamo in modo, in modo… ecco sì… in modo diverso.

Afferrò una volta per tutte il suo cestello e…

-Ad ogni modo il mondo è così e né io né  te possiamo farci niente per cambiarlo. Ora basta, però, che è davvero troppo tardi. Ti saluto. Dirò a Demetrios di tornare

E uscì dall’oscurità.

di Silvana Baldini

La stanza che Paolo a Corinto aveva eletto come suo quartier generale era piccola, quasi del tutto occupata dal telaio e dal pagliericcio di foglie. Pure, a quelle tre parole proferite dall’ortolana, a quell’io l’ho conosciuto  buttato lì come la cosa più naturale della terra, Paolo ebbe la sensazione che tutto intorno a lui si capovolgesse. Il pavimento volteggiò in aria e le travi del soffitto si liquefecero di botto e lui si sentì come uno che non sa dove aggrapparsi.

-Stai scherzando?-

-No-

-Tu, donna, mi stai dicendo che davvero ti ricordi di…di Lui? che l’hai visto…da, sì insomma, …da vivo? Ma sei sicura?-

Lei aveva già un piede fuori dalla porta ma si fermò. Guardò quell’uomo disteso dall’aspetto sofferente e rispose

-Perché te ne stupisci? Non l’ho visto solo io. A Gerusalemme l’abbiamo visto in tanti…-

Lui con tutte le forze cercava di non crederci.

- Ma…intendo dire…sei sicura che fosse proprio Lui?  La gente più disparata arriva a Gerusalemme per le feste, maghi, astrologi, indovini… quanti altri possono attirare l’attenzione della folla? Quanti ce ne sono ancora che dicono di essere il Messia? –

L’ortolana parve offesa. Depositò a terra il cesto e proferì

-Sentimi bene, tu intendi quel Jeshua Ha-Nozri detto il Galileo, no? Ti dico che l’ho visto e più volte. Sono vecchia ma non del tutto instupidita. – lì si fermò e aggiunse- Sebbene sarebbe meglio se lo fossi diventata davvero stupida, visto tutto quello che ho passato e le cose orribili che ho visto nella vita. Compresa la fine di lui, di quel tuo rabbi.-

-Scusami, scusami – si corresse febbrilmente lui - Sono stanco e ho ancora male alla testa…non…non misuro le parole. No, non te ne andare, te ne prego – la tirò per un lembo della gonna – Resta qui. Devi raccontarmi. E’ importante. –

-Non posso restare. – disse lei - Che diranno giù in cucina?-

-Parlerò io con Prisca. Tu siediti-

Con aria rassegnata la vecchia si sedette sullo sgabello davanti al telaio e incrociò le mani in grembo come si fa con i bambini

-Che cosa vuoi sapere? Avanti-

-Tutto. Voglio sapere tutto. Dov’era, com’era, dove eri tu, cosa disse Lui, quando…-

- Piano. Dove era…era in diversi posti.

-Cosa vuoi dire?-

-Voglio dire che lo incrociai diverse volte; intanto quando arrivò in città. Era sopra una bestia, un cavallo, un asino…non so, entrava per una delle Porte Orientali. Aveva intorno un sacco di gente. Anche donne. Fu questo che mi colpì. In giro ce ne erano tanti di tipi strani in quei giorni…ma che avessero il coraggio di farsi vedere con le donne, no. Solo lui.-

-Ma…ma lui, Lui…com’era?-

-Beh, che faccia avesse questo non me lo ricordo. Però un particolare mi è rimasto impresso: feci caso che aveva addosso un tallith con le frange scucite, tanto che pensai: ragazzo mio, devi essere proprio un senza casa se per te nessuno prende in mano un ago!-

Paolo non era interessato a quelle osservazioni da domestica

-Ma, senti,  lui parlava? Diceva qualcosa? Disse qualcosa a …a te?-

Lei si spazientì

-Come vuoi che mi parlasse in quella confusione? E poi perché avrebbe dovuto? Io non ero dei suoi, ero una qualunque della folla-

-E poi? Poi lo vedesti altre volte?-

-Sì, un’altra volta, ma sempre così, di lontano, in mezzo alla calca.

- E dove?-

-In città, al mercato davanti all’Ippodromo. Ero andata ( mi ci avevano mandato) a comprare una misura di cinabro. Sentii un rumore di gente, mi voltai e…era lui che arrivava con un codazzo di seguaci, amici, ammiratori…non so neanch’io come chiamarli. Era a piedi questa volta. Notai che aveva sempre quello strappo nell’orlo, che nessuno glielo aveva riparato. Mi passò davanti in mezzo ai suoi e si perse via oltre il colonnato –

Paolo tacque. Sembrava incerto, forse anche deluso.

-Ma.. senti. Prima tu hai detto di averlo conosciuto. Questo che mi hai raccontato finora non è “averlo conosciuto”, tu l’hai visto di lontano, in definitiva non siamo neanche certi che fosse lui, poteva essere anche chissà chi.-

Lei sbuffò

-Se ti dico che l’ho conosciuto è perché l’ho conosciuto. Lo vidi una terza volta e precisamente quando lo presero e lo tolsero di mezzo; tu puoi crederci o non crederci ma io al suo interrogatorio, beh sappi che io c’ero. Ma questa, mio caro, è un’altra storia.-

 

2

di Silvana Baldini

 

Era passata qualche ora. Paolo si era riscosso. Il breve sonno l’aveva ristorato e si era sentito abbastanza in forze per dettare un altro brano.

-Ci tieni proprio tanto a questa lettera ai Romani! - aveva borbottato lo scriba, riluttante a riprendere la penna. Si vede benissimo che stai ancora male, che cosa ti cambia se riprendessimo domani?-

Niente. Non c’era stato niente da fare.

-Tu scrivi- era stato l’ordine. ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (terza parte)"

di Silvana Baldini

...Lo scriba deglutì a vuoto, decise di rimandare a dopo lo stupore, si mise a rovistare nelle pergamene vecchie che portava dentro un rotolo; ne srotolò una e ci scrutò dentro

-Eravamo rimasti…eravamo rimasti che il mondo affonda tutto nel peccato e non c’è nessuno giusto davanti a Dio.-

-Ecco, sì.- ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (seconda parte)"

di Silvana Baldini

 

È stato l’altro giorno, in cucina, mi è capitato un fatto stranissimo che vi voglio raccontare. Saranno state le sette, stavo facendo il caffè quando la luce sopra il fornello è rimbalzata sul calendario a muro e mi ha reso noto che era il 25 gennaio, memoria liturgica della conversione di San Paolo. Sapete come succede alle volte, la mente si mette ad andare per libere associazioni e va e va e di pensiero in pensiero ti porta lontanissimo da quel che ti circonda, alle volte anche dalla realtà.  Beh, a me è andata così. Mi sono messa a pensare a San Paolo e alle sue immagini. Di solito, a parte il grande quadro di Caravaggio che ce lo fa vedere a terra, lo si raffigura in piedi barbuto, stempiato, con un fascio di lettere in mano e con una grande fisicità. Ma – mi sono chiesta – lui sarà stato veramente così? Al corso di analisi testuale mi hanno insegnato che tanto più la versione di un testo è diffusa ai quattro punti cardinali e tanto maggiori sono le possibilità che sia autentica e- ho pensato -  perché non dovrebbe essere così anche per le facce? Magari il suo volto era proprio così o magari no e, soprattutto,  io lo riconoscerei se lo vedessi? ...continua a leggere "“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (prima parte)"

di don Luciano Locatelli

Abbiamo considerato come varie caratteristiche, in questo testo, avvicinino l’umanità agli animali.

L’umanità è creata lo stesso giorno delle bestie terrestri e partecipa della benedizione sugli animali del quinto giorno; è sessuata (“maschio e femmina”) e molteplice (li creò) come il regno animale. Questo è un modo per dire che “l’animalità” non è solo una realtà esteriore all’umanità, ma è una parte costitutiva dell’umanità stessa e quindi anch’essa oggetto di quel dominio mite di cui abbiamo detto. Pertanto per realizzarsi a immagine di Elohim l’uomo deve assumere l’animalità interiore dominandola, e questo sia a livello individuale che collettivo.

A livello individuale i termini “maschio e femmina” potrebbero indicare che l’animalità rimanda alla sessualità e al desiderio. Se non è dominata, se non accetta il limite, una tale forza può degenerare. In altre parole: in ogni “umano” vi è un che di “animale” che aspetta di essere umanizzato. In se stesse queste forze vive sono neutre, né buone né cattive. Si tratta di “dominarle” in modo che possano dispiegarsi per far “fruttificare” la vita, “moltiplicarsi” e “riempire” lo spazio che spetta loro.

“… ci sono delle forze che, come pesci, sembrano sfuggenti, inafferrabili. Nascoste nelle nostre profondità, nell’oscurità dei grandi fondali, possono talvolta assumere l’apparenza di quei mostri marini di cui il testo parla evocando la creazione della fauna acquatica. Ci sono le forze dello spirito, sottili, libere e aeree come i volatili, i quali, grazie alle loro ali, attraverso gli spazi, prendono l’altezza necessaria e sfuggono alla presa dell’hic et nunc. C’è tutto quello che ha a che fare col corpo, quelle forze a fior di pelle, a immagine degli animali che brulicano sulla superficie della terra, alcuni domestici, altri più selvatici: è il mondo dell’affettività, delle emozioni, dei sentimenti. Diventare umano, non significa forse imparare a dominare, a poco a poco, tutto questo, ad addomesticare queste potenzialità, ad ammaestrare questa animalità, in modo da costruire, con essa e non contro di essa, un essere unico a immagine di Dio? Poiché, se cerchiamo di distruggere e soffocare queste forze, si rischia di vederle riaffiorare laddove non ci aspettiamo e con una forza maggiore, talvolta incontrollabile. Lenta emergenza, da riprendere di continuo e che necessita di un’intera vita”. (A. Wénin)

Tale animalità interiore non è solo questione individuale: è anche collettiva.

Quando Elohim affida all’umano il dominio sulla terra e sugli animali, lo fa utilizzando dei verbi molto forti, dal sapore militare. Risuona qui l’eco (udita dal narratore) del dominio che popoli o singoli spesso si arrogano sugli altri. È proprio questa violenza che Elohim invita ad “addomesticare” per il tramite del dono del cibo vegetale. Una nazione che, incapace di dominare la propria potenza animale, di porsi un limite, schiaccia, assoggetta o distrugge altri popoli, svela l’animale che la abita. Il libro di Daniele (4,13.22) presenterà Nabucodonosor proprio come un uomo dal cuore di bestia.

Per l’individuo, come per i gruppi umani o l’umanità intera, diventare umani significa imparare pazientemente a dominare questa animalità brulicante e potenzialmente violenta propria di ogni realtà umana. Lasciar emergere l’umanità significa dunque diventare “pastori della propria animalità”, come ha detto bene P. Beauchamp.

Letto in questo modo, il dono del cibo vegetale agli umani e agli animali risuona come un richiamo discreto per una relazione pacifica e continuamente pacificata con ogni vivente, compreso me stesso. “È un invito a costruire un vivere insieme in cui la forza si converta in autentica mitezza; invito, perciò a lavorare a una società in cui alterità e differenza abbiano diritto di esistere” (A. Wénin).

Resta un’ultima questione. Come può un umano (individuo o collettività) vivere con forza e mitezza il proprio dinamismo vitale? La via per addomesticare l’animalità è suggerita proprio dalla chiamata a somigliare al Creatore. Cos’è che permette a Elohim di dominare con mitezza lungo tutto il processo della creazione? Non si tratta forse della parola, soffio dominato e contenuto? In effetti proprio in questo racconto del Genesi la parola è il principio e la costante della mitezza di Elohim. Ecco allora tracciata la via per dominare l’animalità, per dominare, a immagine di Dio, le forze del proprio caos interiore: la parola. Questa è forse l’unica via da seguire affinché l’umano compia la sua umanizzazione, porti a compimento la sua immagine nella “somiglianza”. Solo così l’umano diventerà un pastore pieno di forza e di mitezza, a “immagine e somiglianza” del suo Creatore.

A condizione di non mettere mai, di non piegare mai in alcun modo la parola a servizio della violenza.

Una nota conclusiva

Questi spunti di commento e riflessione sono largamente e liberamente tratti dagli studi del prof. A. Wénin dell’Università di Louvain-la-neuve, Belgio, che conosco e a cui sono personalmente grato.

Vorrei solamente aggiungere, personalmente, che utilizzare questi testi del Genesi per “fissarsi” sulla differenziazione maschio-femmina a sostegno di teorie creazioniste o parimenti a sostegno di battaglie ideologiche in funzione della difesa tout court della famiglia, come ho avuto modo di osservare da più parti, non è altro che svilire il testo e defraudarlo delle sue splendide e profondissime ricchezze.

Credo che il narratore sia più interessato a educare il suo lettore a considerare la diversità come spazio in cui prendere consapevolezza del proprio limite personale e fare del limite accolto e della diversità accettata il luogo dove far brulicare la vita. Solo così la terra da brulla può diventare un giardino.

In caso contrario, sarà sempre “l’animalità”, anche se travestita da orpelli religiosi, ad averla vinta.

di don Luciano Locatelli

La benedizione riportata nel v. 28 (“e Elohim li benedisse e Elohim disse loro: “fortificate e moltiplicate e riempite la terra e sotto mettetela e dominante il pesce del mare e il volatile dei cieli e ogni vivente strisciante sulla terra”) si pone come indicazione da seguire per superare l’incompiutezza che caratterizza l’umano. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano (seconda parte)"

di don Luciano Locatelli

Fornire una sorta di commento a questi versetti estrapolandoli dalla complessità armonica di tutto il racconto della creazione costituisce un limite. Il rischio è, come sempre, quello di concentrare l’attenzione sul singolo dettaglio perdendo l’insieme della costruzione. Tuttavia il narratore stesso ci viene in aiuto perché questo breve racconto della creazione di Ha ’adam, che traduciamo con “essere umano” o “umanità”, è costruito in maniera un po’ differente rispetto al resto del racconto che precede. ...continua a leggere "La creazione dell’Umano – Gen 1,26-28 (prima parte)"

di Stefania Ioppolo

La presenza delle donne nell’Esodo è fondamentale, ancora una volta Dio si serve di chi è giudicato ultimo nella società per portare avanti il suo progetto di salvezza: dalle levatrici, a cui è dato il compito di accogliere la vita, passando attraverso altri personaggi femminili che rappresenteranno, di volta in volta la  Vigilanza, la Cura, la Dedizione e che  potremmo definire le “madri dell’esodo”. In ogni loro intervento metteranno sempre al di sopra di tutto l’amore per la vita e la fede in Dio, notevole se pensiamo che molte di esse non erano nemmeno ebree. ...continua a leggere "DONNE DELL’ESODO: le madri d’Israele"

di Tina Beattie

Articolo tradotto, versione originale qui

Nel 2017 Antonio Spadaro SJ, direttore di La Civiltà Cattolica, e il pastore presbiteriano Marcelo Figueroa, redattore dell'edizione argentina de L'Osservatore Romano, hanno scritto un articolo sulle guerre culturali americane intitolato "Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico: un sorprendente ecumenismo" L'articolo ha suscitato un ampio dibattito, ma oggi sembra ancora più pertinente e accurato nella sua analisi rispetto a quanto fosse quando è stato pubblicato per la prima volta. Si riferisce a "un ecumenismo dell'odio" espresso in una "visione xenofoba e islamofobica che vuole muri e deportazioni purificatrici" che trova un terreno comune attorno a questioni come "aborto, matrimonio omosessuale, educazione religiosa nelle scuole e altre questioni generalmente considerate morali o legate a valori ". Oltre e contro questo "ecumenismo del conflitto", gli autori pongono l'ecumenismo di Papa Francesco che si muove sotto l'impulso dell'inclusione, della pace, dell'incontro e dei ponti in cui "L’apporto del cristianesimo a una cultura è quello di Cristo con la lavanda dei piedi".

La destra americana ha goduto di un'influenza eccessiva in Vaticano sotto gli ultimi due papi. Nonostante il disaccordo significativo con l'interventismo militare americano, dai primi anni '90 i guerrieri della cultura americana hanno focalizzato con successo tutta l'energia morale della gerarchia sull'opposizione all'aborto, all'omosessualità, al femminismo e alla teoria del genere, proprio come negli anni '80 avevano focalizzato con successo le sue energie sull’opposizione alla teologia della liberazione. Francesco ha fatto molto per cambiare questo squilibrio di potere e la gerarchia sta diventando sempre più rappresentativa delle diverse culture e contesti che costituiscono il cattolicesimo globale. Ha ridato vita alla visione del Vaticano II e ha spostato l'accento dall'assolutismo dottrinale sulle questioni di sessualità e genere per concentrarsi sulla giustizia sociale e ambientale e su un approccio più pastoralmente sensibile alle realtà esistenziali del vivere e dell'amare. Ed è chiaro dalle campagne piene di odio che hanno lanciato contro di lui, che gli ex mediatori del potere cattolico americano non ne sono contenti.

Tuttavia, in un settore importante non è cambiato nulla di significativo e si tratta degli insegnamenti della Chiesa relativi alle incarnazioni sacramentali, sessuali e riproduttive femminili e al ruolo e alla rappresentazione delle donne nella Chiesa. L'insegnamento cattolico rimane radicato nella convinzione che gli uomini hanno l'autorità data da Dio di esercitare controllo sui corpi delle donne, compresa l'esclusione del corpo femminile dalla capacità sacramentale di rappresentare Cristo. Una gerarchia esclusivamente maschile continua a promuovere i suoi insegnamenti sulla sessualità, l'aborto e la vita familiare senza alcun impegno pubblico con le donne. Francesco cerca una chiesa il cui modello è quello del dialogo, ma non abbiamo ancora visto alcun dialogo significativo tra la gerarchia cattolica e le donne.
È difficile esagerare il peso che questo aspetto gioca nelle mani di coloro che cercano di cooptare la Chiesa cattolica al servizio delle ideologie nazionaliste e razziste che si diffondono attraverso le democrazie occidentali. Il controllo del corpo femminile è alla base di ogni ricerca di dominio razziale, religioso o nazionale, perché è attraverso i corpi delle donne che si perpetuano le genealogie di razza, religione e nazione e viene promosso il "purismo" a cui si riferiscono Spadaro e Figueroa. Basti pensare allo zelo con cui gli attivisti anti-aborto difendono i diritti dei bambini americani non ancora nati e implicitamente bianchi, con la relativa indifferenza o persino ostilità che molti hanno dimostrato nei confronti della difficile condizione dei bambini rifugiati incarcerati dal regime di Trump. La recente serie televisiva basata sul romanzo di Margaret Atwood, The Handmaid's Tale, è un promemoria agghiacciante dell'associazione tra tirannia politica e controllo riproduttivo.

Alcuni anni fa, ho scritto un articolo di giornale che analizzava l'influenza della Santa Sede sulle Nazioni Unite intorno a questioni di genere e sessualità. Ho fatto notare come una potente alleanza di cattolici ed evangelici conservatori, supportata in maniera improbabile da alcune teocrazie islamiche, abbia sfruttato l'appartenenza della Santa Sede all'ONU per bloccare la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi. Questi tentativi della Santa Sede di inibire le politiche di sviluppo internazionale relative ai diritti delle donne sono sintomatici della misura in cui la Chiesa cattolica è implicata nell'ascesa di un'agenda politica globale della destra che trova un terreno comune nell’intenzione di controllare le donne attraverso l’opposizione ai diritti riproduttivi.

L'insegnamento morale della Chiesa sull'aborto potrebbe trovare un posto coerente all'interno di un più ampio ethos pro-vita se le donne fossero partecipanti a pieno titolo, come agenti attivi e non semplicemente destinatari passivi dell'insegnamento della Chiesa, in particolare per quanto riguarda gli insegnamenti riproduttivi e sessuali che hanno un impatto diretto sulla vita femminile in modi complessi e a volte tragici. L'insegnamento della Chiesa mostra uno scioccante disprezzo per i molti modi in cui le donne e le ragazze soffrono a causa della gravidanza e del parto. L'aborto è ancora troppo spesso presentato in un linguaggio assolutista che non tiene conto dei fattori che influenzano le decisioni che lo causano aborto, compresa la considerazione delle condizioni sociali ed economiche necessarie per promuovere la prosperità materna e infantile. Da nessuna parte nell'insegnamento della Chiesa c'è una discussione prolungata sulla mortalità materna, nonostante il fatto che quasi 300.000 donne e ragazze muoiano ogni anno a causa delle complicazioni derivanti dalla gravidanza e dal parto (inclusi aborti non sicuri), il 99% delle quali nelle comunità più povere del mondo .
Indipendentemente da quanto Francesco cambi gli uomini al vertice, non importa quanto appassionatamente promuova la sua visione di una chiesa povera e dei poveri nel contesto di un onnicomprensivo ambientalismo di “Laudato Si”, i suoi sforzi falliranno finché la Chiesa nelle sue istituzioni e insegnamenti continuerà a sostenere l'idea che gli uomini siano autorizzati da Dio a governare la vita delle donne. Rimuoviamo quell'ideologia distorta e la collusione tra cattolicesimo e demagoghi dell'estrema destra diventerà più difficile da sostenere. Solo attraverso l’inclusività di genere potranno essere abbracciate ed espresse altre forme di inclusività.