“Una spina nella carne mi è stata data”: un incontro con Paolo (prima parte)

di Silvana Baldini

 

È stato l’altro giorno, in cucina, mi è capitato un fatto stranissimo che vi voglio raccontare. Saranno state le sette, stavo facendo il caffè quando la luce sopra il fornello è rimbalzata sul calendario a muro e mi ha reso noto che era il 25 gennaio, memoria liturgica della conversione di San Paolo. Sapete come succede alle volte, la mente si mette ad andare per libere associazioni e va e va e di pensiero in pensiero ti porta lontanissimo da quel che ti circonda, alle volte anche dalla realtà.  Beh, a me è andata così. Mi sono messa a pensare a San Paolo e alle sue immagini. Di solito, a parte il grande quadro di Caravaggio che ce lo fa vedere a terra, lo si raffigura in piedi barbuto, stempiato, con un fascio di lettere in mano e con una grande fisicità. Ma – mi sono chiesta – lui sarà stato veramente così? Al corso di analisi testuale mi hanno insegnato che tanto più la versione di un testo è diffusa ai quattro punti cardinali e tanto maggiori sono le possibilità che sia autentica e- ho pensato –  perché non dovrebbe essere così anche per le facce? Magari il suo volto era proprio così o magari no e, soprattutto,  io lo riconoscerei se lo vedessi?

Ed è stato qui che è successo il fatto di cui voglio raccontare prima che mi scivoli via dalla memoria.  Ero seduta al tavolo con la tazza del caffè in mano e di colpo mi sono trovata immersa in una sorta di reverie. Non ho visto niente eh, non sono una visionaria, ma nella mente mi si è presentata una scena di teatro con me dentro e lui, e un altro e con le domande, le risposte, le battute…

Insomma. Eravamo a Corinto una mattina di marzo del 54 o 55; in uno dei cortili della casa di Aquila e Priscilla, quelli che producevano tende per mezzo esercito romano. Lui era lì in uno degli sgabuzzini che si aprivano sui portici, accovacciato su uno sgabello e quasi infilato dentro il telaio. Sembrava tutto intento al lavoro ma si capiva che le mani obbedivano a un comando automatico e che lui era perso chissà dove. Ebbene, sappiate, non era affatto come lo si rappresenta. Quello che mi apparve era  un ometto di una quarantina d’anni, con una barbetta rada e un aspetto malaticcio; forse non aveva dormito perché aveva le occhiaie e gli occhi rossi. Sembrava che avesse del sangue rappreso a un angolo della bocca come certi epilettici che di notte hanno la crisi e poi se ne accorgono la mattina perchè si trovano con la lingua morsicata.

Era soprappensiero perché trasalì quando entrò un giovane scriba con in mano un pezzo di pergamena e uno scrittoio portatile.

-Ti saluto, o Paolo – gli si rivolse quello con cautela- Come stai oggi? Te la senti di andare avanti a dettare? I tuoi amici di Roma aspettano le tue indicazioni ma se non ti senti possiamo vederci anche  –

-Sì, sì. – rispose lui – Solo un momento, lascia che finisca la pezza di consegna e poi riprenderemo dal punto di ieri-

Ci fu un silenzio. Nell’aria solo il cigolare dei rocchetti e i tonfi del telaio, fino a quello definitivo. Lo scriba intanto aveva montato il suo scrittoio ed era pronto.

Lui invece, Paolo, si era alzato ed era andato verso la porta. Non era fermissimo sulle gambe.

-Questa città –sospirò – mi rende pazzo.-

-Perché dici così?-

– Perché per quanto io mi sforzi di spiegare a tutti di Lui non c’è chi mi capisca. I tuoi concittadini corinzi sarebbero felici di vedermi morto. C’eri anche tu ieri, hai visto che scenata con Apollo e gli altri suoi… –

– Ma no…-

– Ma sì! C’è da restare scoraggiato.

– Scoraggiato! Tu!-

-Sì. A volte, credi, sono stanco.-

– Ho capito. – il giovane mise giù lo stilo –  Sei stato ancora male. Hai avuto ancora uno dei tuoi attacchi?-

-Sì, ma che importa, quelli ci sono e basta.-

– Importa, perché se il tuo male non ti dà tregua bisogna che tu ti riguardi, che tu la smetta di lavorare come me che sono schiavo, non puoi ostinarti a fare questa vita.-

– Sì che posso. Del resto è Lui stesso… Lui, che mi ha dato questa spina, e proprio perché io mi ricordassi chi sono e rimanessi basso. Non sono le idee mie da affermare .-

– Io davvero non ti seguo. –

– Non importa, tu sei greco, e ragioni come quel vostro Aristotele. Io invece, guarda, mi ci sono perfino affezionato a questa malattia. Non ne sono per niente infastidito. Del resto…

-Del resto?-

– Del resto, mi capitò così anche quella sera, a Damasco…

Lo scriba si raddrizzò di colpo. Si capiva che quel discorso lo interessava molto di più delle malattie di quel bizzarro personaggio a cui i suoi padroni Aquila e Priscilla gli avevano comandato di obbedire senza fare tante domande

-E che cosa ti capitò a Damasco? Tu ne parli sempre ma non ci hai mai spiegato cosa accadde veramente a Damasco. Che cosa, chi,  hai visto? –

Paolo si asciugò il sudore con un cencio cavato fuori da una tasca e sempre malfermo venne a sederglisi vicino-

-Cosa accadde , ragazzo, anche se lo volessi non lo potrei tradurre in parole, e pure tu sai che io delle parole sono pratico; quello che successe a me invece lo sanno tutti. E tu più degli altri che le scrivi.-

L’altro sembrava deluso.

Paolo sorrise.

-Sei deluso, lo vedo. Oppure pensi che non mi ricordi più niente. E invece no, guarda. Mi ricordo di tutto benissimo. –

Adesso sembrava divertito. E anche meno sofferente.

-Ascolta, tu come tutti i Greci di sicuro conosci tutto Omero a memoria. Io sono Giudeo ma i vostri eroi li conosco bene anch’io. Avanti, mettimi alla prova. Quale è il tuo personaggio preferito della storia di Troia?-

– Beh…a me piace …Achille-

– Benissimo. Achille. Senti qui-

E si mise a declamare in greco di quando il temibile guerriero acheo si trovò davanti il cadavere di Patroclo e di colpo colse che la morte era irrimediabile e che non c’era illusione di immortalità pagana che tenesse. L’altro lo stava ad ascoltare con tanto d’occhi e non poteva credere che quello straniero, quel piccolo Giudeo conoscesse tutto, indovinasse tutto, persino che quello era il suo pezzo preferito dell’Iliade

-Bene. –  lo sentì che diceva – Adesso basta. Vogliamo riprendere il nostro lavoro per Roma? Dunque, eravamo rimasti dove?-

E un chiaro filo ironia gli passava nella voce.

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