VIOLENZA CONTRO LE DONNE E RELIGIONI: L’ AUTOCRITICA PARTE DAL VANGELO 

di Paola Cavallari
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 18 del 19/05/2018

“Sì, facciamo autocritica”: è un nucleo semantico minimo, ma che nella sua asciuttezza dischiude un capovolgimento nella storia delle religioni (è bello sperarlo!). Era contenuto nella risposta che don Cristiano Bettega (team CEI) esprimeva il 2 maggio alla fine dell’incontro “Violenza contro le donne e religioni. Si muovono le chiese? Si muovono gli uomini?”. Gli faceva da controcanto la fierezza, quasi protesta “virile” (è il caso di dirlo) del padre ortodosso Trandafir Vid: «La nostra macchina funziona bene così com’è!».


Anche il terzo colloquio delle Tavole bolognesi sul tema “Violenza contro le donne e religioni” si è concluso. La materia insolita- la violenza di genere dal punto prospettico delle religioni – era l’asse portante anche dei precedenti incontri, la cui cornice è costituita dall’intreccio tra dialogo interreligioso (ne sono promotori SAE, Osservatorio interreligioso contro la violenza di genere, Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII) e teologia femminista.
Quest’anno l’obiettivo era tentare di snidare i non detti che il mondo ecclesiale ufficiale desidera mantenere sotto formalina; al tempo stesso si puntava a dare voce a realtà maschili che quei non detti li hanno convertiti come cuore della loro ricerca, politica, esistenziale, spirituale. Con l’espressione non detti, intendo ovviamente la complicità sotterranea maschile alla violenza di genere. La quale non è, come è stato esplicitato fin dall’introduzione, solo quella fisica, ma ha radici molto più pervasive e, nell’universo religioso, assume spesso la forma di abusi spirituali.
Ecco perché sono stati invitati i rappresentanti ufficiali delle Chiese – firmatarie dell’Appello “Contro la violenza sulle donne: un appello alle chiese cristiane in Italia” (marzo 2015) – chiedendo loro di dar conto di quello storico documento e soprattutto delle sue ricadute; e perché sono state convocate le associazioni (del mondo religioso o laico) il cui scopo principale è l’autocomprensione di sè che gli uomini conducono proprio in quanto maschi, interrogandosi sul terreno della loro identità di genere. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa (se escludo quelle evangeliche lo si capirà fra breve) sapevano di giocare fuori casa, fuori da spazi ecclesiologici recintati, ma hanno accettato ugualmente il rischio del confronto aperto; va riconosciuto loro il coraggio di non essersi sottratte e di esporsi.
Il distinguo fra le Chiese è doveroso. Come è noto, l’impianto ecclesiologico delle Chiese evangeliche comprende il pastorato femminile, da cui discendono molte ricadute sui rapporti uomini/donne: sono esse, rappresentate il 2 maggio da Debora Spini – colei da cui partì l’iniziativa dell’Appello – le promotrici. Se dopo quell’appello non sono stati avviati programmi di ampio respiro per sostenerlo, esse godono comunque di una grande risorsa: contano tra le loro fila un drappello di donne seriamente impegnate, a vari livelli, per contrastare sessismo e androcentrismo, ed uno di questi gesti è quello promosso dalla FDEI (Federazione Donne Evangeliche Italiane) ogni anno con “16 giorni per vincere la violenza”, i cui quaderni sono belli, semplici ed efficaci.
Ritornando al 2 maggio, il benvenuto del presiedente SAE, Piero Stefani, ha impresso ai lavori il timbro di un “volare alto”. Ha preso spunto dal libro dei Giudici al cap.19: la concubina del levita. È a lei che spetterà la crudele avventura di dover soddisfare le voglie sadicosessuali di cittadini che avanzano pretese nei confronti del suo padrone/ marito, straniero in quella città. Egli ordina alla donna di concedersi e «la dà loro in pasto». Le violenze si protraggono per tutta la notte. «Alzati, andiamo!», le ordina al mattino. Ma lei è morta. «Segue la scena truculenta in cui egli la fa a pezzi, brandelli che manda alle varie tribù», con l’intento meschino e ipocrita di denunciare la violenza commessa da altri. L’infamia si moltiplica quindi nella strumentalizzazione politica cui il crimine viene piegato. Nessun giudizio di valore da parte del narratore biblico, né sullo strazio commesso, né sull’abiezione del levita, che si autoassolve da ogni responsabilità.
Passando ai relatori/trici, Debora Spini, rappresentante della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, ha messo in campo i seguenti motivi: 1. La violenza fisica è preceduta dalla ben più potente ed estesa violenza simbolica. 2. C’è necessità improrogabile che il tema sia inserito nel dialogo interreligioso e interculturale; 3. Le Chiese non sono solo strumenti di controllo delle donne, ma anche comunità di fede e, in quanto tali, sostengono l’affermazione delle soggettività, maschili e femminili (da cogliere con la lente intersezionale ); 3. Tra pratica ecumenica e pratica femminista c’è una felice coincidenza: entrambe non definiscono l’altro, ma lo conoscono a partire dal suo proprio dirsi; 4. Si è adottata per l’Appello la metodologia del processo conciliare (per esempio quella del celebre documento ecumenico Giustizia, Pace e Integrità della creazione), metodo che isola punti minimi di base condivisibili per dar luogo all’intesa; 5. «Ora l’appello c’è ed è vostro», ha concluso Debora Spini, responsabilizzando tutte e tutti per un buon uso di esso. «La FCEI si augura che dia frutto, anche per rendere testimonianza alla Parola di Dio».
Ha colto l’invito di Spini ad integrare la narrazione per la costruzione dell’Appello don Cristiano Bettega, direttore Ufficio nazionale CEI dell’Ecumenismo e Dialogo interreligioso. Lo stesso Bettega ha anche affermato: 1. di appartenere ad una chiesa “maschiocentrica”, restia ad affrontare il problema; 2. con papa Francesco, si danno segnali di aperture: sia a livello di magistero (si veda per esempio la Commissione istituita per il diaconato femminile), sia a livello pastorale/di base, dove si contano non poche iniziative di cui ha portato esempi poco conosciuti; 3. la diffusione in area cattolica di un “fastidio” crescente per i delitti/peccati, vissuti sempre più come gesti antievangelici; 4. la Consulta ecumenica nazionale, che con fatica sta delineandosi, e che potrà essere strumento efficace per agire in questo campo, rappresentando essa una voce autorevole dei/delle cristiani/e in Italia.
«Sacrilegio è la violenza sulle donne»: così ha esordito padre Trandafir Vid, consigliere culturale della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, il quale ha poi aggiunto: 1. è sacrilegio perché attenta all’ integrità della famiglia, che è ekklesia minor; 2. la donna è fondamento generativo, è incarnazione dello spirito materno, rappresentato dalla Vergine Maria; 3. la secolarizzazione arreca conseguenze malefiche che trasformano la donna in merce di seconda mano; 4. riposizionamento della donna a regina della famiglia benedetta da Dio. «Non basta la condanna, perché la violenza non ci è estranea»: intorno a questa prospettiva si è intrattenuto Stefano Ciccone, fondatore del gruppo Maschile plurale; il quale ha anche offerto i seguenti punti problematici: 1. è improprio parlare di emergenza, tanto più di difesa (delle “nostre” donne), di disordine, evocando nostalgie di una tramontata cultura dove vigeva la legge del padre e il “suo” ordine; 2. è scorretto chiedere agli uomini forme di autodiscplinamento, di controllo interiorizzato dei propri desideri, perché si tratta invece di decodificare il proprio immaginario maschile e di metterlo in discussione; 3. l’ispirazione religiosa e quella laica (a cui lui appartiene) si possono incontrare sul valore della singolarità; 4. la trasformazione sociale si gioca a partire dall’assunzione della propria esperienza di maschio, alla luce di una domanda di senso che ospiti un desiderio di libertà che ha assunto però il valore del limite.
«Sono credente evangelico e sono uomo consapevole»: questo l’esordio di Daniele Bouchard, pastore valdese e membro dell’associazione Nuovo maschile di Pisa, il quale si è soffermato su questi temi: 1. ha praticato l’autocoscienza in gruppi maschili: qui l’ordine del discorso capovolge i codici convenzionali, poiché si incentra su narrazione di sé e ascolto dell’altro, escludendo la scappatoia dell’astrazione e del giudizio, ospitando invece il coinvolgimento emotivo; 2. la paternità è parte essenziale della sua identità; solo dando valore all’esperienza è possibile la costruzione di un nuovo ordine paterno (che includa la dimensione della cura e della relazione); 3. la pratica cristiana si discosta pesantemente dalle proprie origini, per cui «un lavoro che non parta da un’ autocritica di ciò che essa è stata – e a partire dalla propria chiesa (è facile accusare gli altri) – rischia l’ irrilevanza, o appare un tentativo autoassolutorio»; 4. l’importanza dell’Appello è fuori discussione, ma il documento “minimizza”; 5. la maggioranza delle violenze avvengono in famiglia: «Il cristianesimo non ha responsabilità in questo?».
Per ultimo è intervenuto Beppe Pavan, fondatore del gruppo Uomini in cammino e della Comunità cristiana di Base Viottoli di Pinerolo, il quale ha ripercorso le radici delle Comunità cristiane di Base in Italia, frutto del desiderio di libertà dischiusosi dal Concilio Vaticano II. Le collettività si sono presto trovate a fare i conti con la delega di cui avevano investito quei preti attorno a cui esse erano sorte. Il desiderio di libertà si è poi incontrato con il femminismo e il contagio si è esteso agli uomini. «Abbiamo preso consapevolezza che la conversione a cui ci chiama Gesù è una pratica sessuata… Per gli uomini è scendere dal piedistallo in cui la cultura patriarcale ci ha issati». «Il separatismo si è rivelato fondamentale per far maturare la consapevolezza della convenienza del cambiamento della nostra maschilità». Le resistenze però permangono; ad esempio, si è contro le culture omofobiche, ma non se ne vedono i legami con il dominio maschile. E «soprattutto non si coglie che circolarità significa un di più di comunità, contraddetta dal permanere di una delega al prete». Pavan ha concluso indicando un ventaglio di attività cui il gruppo è impegnato.
Nel dibattito finale, don Bettega ha di nuovo giustamente riaffermato che è indispensabile percepire i passi avanti compiuti, come per esempio l’intervento in cui il papa ha definito tortura la prostituzione: non era mai stato detto in modo così marcatamente incisivo e radicale. Ma ancor più giustamente ha ribadito che la gerarchia maschile nella Chiesa cattolica è innegabile. Ed in un crescendo di fedeltà al vangelo, sollecitato dalle interlocutrici alla parresia, ha dichiarato: «A mio parere occorre un’ autocritica, perché essa parte dal Vangelo, ogni forma di autocritica è benvenuta ed indispensabile».

* Paola Cavallari è portavoce dell’Osservatorio interreligioso contro la violenza di genere, socia del Coordinamento Teologhe Italiane e redattrice di Esodo

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