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di Lisa Koetter (co-fondatrice di Maria 2.0)

La professoressa Johanna Rahner, presidente del Katholisch- Theologischen Fakultätentag (KThF), ha detto in un forum delle donne nella diocesi di Rottenburg-Stuttgart che chiunque non sostenga la parità di diritti per le donne nella Chiesa è un razzista.

 Immediatamente ci sono state forti reazioni da destra e da sinistra. Il vescovo Oster ha parlato di "sfacciataggine" e da parte sua ha accusato i sostenitori della parità di diritti nella Chiesa cattolica tedesca di guardare la chiesa universale dall'alto in basso. I commentatori di mentalità liberale hanno suggerito che la misoginia non è razzismo.

 Una definizione comune di razzismo è:

"Il razzismo è una dottrina che fa una distinzione gerarchica tra le persone. La base di questa distinzione sono le caratteristiche biologiche, che si pensa siano essenziali per le prestazioni sociali e culturali e per il progresso sociale".

 Secondo questa definizione, anche la misoginia sarebbe classificata come razzismo.

Tuttavia, ai nostri giorni impariamo che il razzismo è sempre diretto contro coloro che storicamente appartengono al gruppo discriminato, ma non al "gruppo dominante".

La Chiesa romana è razzista nel modo in cui insegna e agisce? La Chiesa romana è molte cose: misogina, omofoba, monarchica, antidemocratica, sessista, arretrata. Ma razzista? Non stanno tutti aspettando che il prossimo papa abbia un colore di pelle più scuro? Il cardinale Müller e il cardinale Sarah non stanno forse lavorando fianco a fianco sul loro concetto romano di "salvezza"? Non ci vogliamo tutti bene, indipendentemente dalla parte del mondo da cui proveniamo noi o i nostri antenati?

 Ma basta!

Chi chiede l'uguaglianza dei diritti per tutti nella Chiesa cattolica, sente subito dagli oppositori dell'uguaglianza dei diritti un argomento che, sempre con un gesto paternalistico, si riassume in una parola: chiesa universale!     

Poi segue la spiegazione, qualcosa del genere:

Oh voi donne emancipate dell'Europa occidentale, voi con la vostra educazione e la vostra libertà, con il vostro accesso alle migliori cure sanitarie, alla cura dei bambini, alle opportunità di carriera.... Le donne del sud del mondo, nei paesi più poveri, non sono come voi. Meno istruite, con molti figli, strettamente legate alle loro famiglie, vincolate dalla tradizione - hanno preoccupazioni completamente diverse.

E sempre, SEMPRE si parla dell'Africa.

 E questo è ovviamente razzista.

Ricordo come un prete, che a volte era ospite a casa dei miei genitori nei primi anni '70, sosteneva che "gli africani sono molto più capaci di soffrire degli europei". Naturalmente, continuava il signore "colto", questo era anche perché "non conoscono altro. Servono e soffrono...". Ecco perché "la schiavitù non era così male. Le persone stavano spesso meglio dei N... in America. Avevano solo bisogno di qualcuno che dicesse loro cosa fare...".

 Questo è l'atteggiamento mentale che non sfugge più alle labbra dei governanti che si aggrappano allo status quo, ma che sonnecchia nelle profondità Biedermeier dell'argomento chiesa mondiale.

 A proposito, un missionario di Steyl che ha vissuto in Congo per molti decenni era molto diverso. Ci ha parlato del suo desiderio di uguaglianza incondizionata nella Chiesa romana. Disse che, secondo lui, le donne portano quasi esclusivamente la responsabilità della società e della Chiesa in Africa. Le donne non solo la portano, ma sono anche quelle che la plasmano. Se ci fossero uguali diritti per loro, ci sarebbero paesi prosperi. Ma devono costantemente lottare contro l'impotenza della loro posizione. Contro lo sfruttamento sessuale, contro un'educazione insufficiente per loro stesse e per i loro figli, contro l'autoimportanza dei loro mariti o dei preti che vogliono governare ma non aiutano veramente a far andare avanti la vita. Sono ostacolate da tradizioni che le escludono dalle decisioni e cementano la loro mancanza di diritti. Il vecchio missionario diceva che sarebbe una spinta incredibile se alle donne venisse finalmente concesso ufficialmente dall'ufficio ciò che già sono: le artefici della vita sociale e religiosa.

 Il sottotesto nella parola "chiesa universale" è che alle donne del "sud globale" non importa "tanto" il fatto di non avere pari diritti, essere sfruttate, essere escluse dalle decisioni, dalle nomine o dagli uffici, essere patrocinate, ecc. Il fatto che a Roma, per esempio, ci siano donne del "sud globale" non fa alcuna differenza.

Il fatto che a Roma si sappia da tempo, per esempio, che le suore "del sud globale" sono abusate dai preti, che le gravidanze che ne derivano sono interrotte da aborti forzati, che alcune superiore conoscono e permettono queste cose, ecc. non ha costretto nessuno degli alti signori della chiesa a Roma e altrove a cambiare qualcosa su questa situazione senza legge e indifesa delle donne e nemmeno a denunciarla ad alta voce. Fratelli nella nebbia anche qui... 

Solo una donna europea, Doris Reisinger, doveva venire a mettere il dito nelle piaghe della violenza sessuale, che lei stessa aveva subito da suora per mano di un prete. Doveva scrivere un libro per svegliarci tutti.

 Papa Francesco, interrogato dai giornalisti su un volo sugli abusi sessuali di suore religiose da parte di preti, ha ammesso senza mezzi termini che ne era a conoscenza.

E perché, PERCHE' non si fa questo, che sarebbe l'unico e duraturo modo per togliere il terreno da questi disgustosi crimini: proclamare pari dignità e pari diritti per tutti gli esseri umani, senza se e senza ma, anche e soprattutto all'interno della Chiesa romana!

 Questo non avviene perché ciò che il prete degli anni Settanta ha diffuso intorno alla nostra tavola familiare in termini di sentimenti razzisti profondamente radicati è ancora nelle ossa misogine e razziste di molti alti e meno alti signori della chiesa:

Che le donne comunque, ma in particolare quelle con la pelle scura, sono capaci di soffrire.

E che non hanno altra scelta. Le Eva di questo mondo.

di Emilia Palladino

Non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare. Questa frase così lapidaria, spesso sentita e altrettanto spesso detta, ha un suo nocciolo di verità che fa riferimento ad una specifica esperienza esistenziale attraverso cui passa in genere ogni donna e ogni uomo: quella di non arrivare con il proprio controllo a prevedere il completo evolversi di una situazione specifica o generica che sia.

C’è però un’altra categoria di situazioni a cui facilmente viene associata la frase di apertura, che riguarda tutte quelle circostanze nelle quali abbiamo potuto comprendere nuovi aspetti della nostra persona, di come siamo e di cosa desideriamo anche profondamente, ma non sappiamo in alcun modo concretizzare questo cambiamento anche nei fatti, nelle relazioni con gli altri. Una situazione in particolare, in mezzo a tante altre che si potrebbero dire, è specificamente legata al comportamento delle donne nell’ambiente familiare: accade cioè che una donna, una moglie, una compagna, una mamma senta profondamente il desiderio di compiere passi di libertà che la sciolgano dall’obbedire a codici non scritti che riguardano situazioni concrete in casa, e poi però di non riuscire in alcun modo a spezzare quegli schemi ormai assodati della vita familiare, in non pochi casi costruiti con anni di consuetudini. Chi cucina? Mamma – sempre e in ogni caso; anche quando tempo non ne ha avuto e avrebbero potuto farlo figli e figlie grandi, mariti o compagni altrettanto adulti e autonomi. Chi può spezzare questo “si è sempre fatto così”: la donna per prima che ad un certo punto dice “no”? Oppure un comportamento differente (ma difficilissimo da cogliere per hi non si è mai posto il problema) da parte di chi abita in famiglia con lei? 

Eppure non è così semplice: non è vero cioè che la consapevolezza di poter dire di no (in questo caso), consente di dirlo effettivamente. Non sempre le cose vanno come una pensa che debbano andare. In parole più specifiche, non sempre la consapevolezza di assumere un ruolo dato dal genere e che non si sente proprio, porta alla capacità di rompere il modello di riferimento e tentare una strada differente, in termini prima di tutto relazionali, poi pratici.

Nel tentativo di arricchire la comprensione di questa particolare dinamica – che ha molteplici ragioni: storiche, psicologiche, culturali, sociali e politiche, che però non è possibile approfondire qui – si può partire da due raffigurazioni, che hanno avuto un consistente peso “normante” nella vita dell’uomo e della donna del passato, ma anche del presente, e che si trovavano in molte case del Nord Europa, soprattutto tedesche, fra la fine dell’‘800 e fino al 1930 circa: si tratta delle raffigurazioni della “scala della vita”.

A sinistra la scala della vita di una donna, a destra quella di un uomo. Come si può osservare, la rappresentazione grafica è radicalmente simbolica per entrambi i generi: detta infatti un percorso dalla nascita alla morte in “fasi”, riducendo l’esistenza di entrambi all’acquisizione di posizioni successive, ciascuna caratterizzata univocamente nei modi e negli obiettivi; il tempo, da compagno delle proprie scoperte e conquiste, diventa così il tiranno inesorabile che conosciamo, che sottrae tutte le possibilità che non si sono potute esplicitare senza aprirne altre; introduce l’idea che per metà della vita si salga e che poi la vecchiaia sia un inesorabile scendere e non un auspicabile perfezionare (come invece era nelle culture più antiche, a partire da quelle tribali); raffigura visivamente il sostegno della religione cattolica a tutte le fasi della vita, poggiato solo sui racconti di Genesi, raffigurati però in modo evidentemente manipolatorio; disegna famiglie monche, in cui entrambi sono funzionali alla realizzazione dell’altro/a.

Ogni volta che osservo queste immagini mi chiedo quanto di queste rimane nel nostro modo di vedere, di capire, di progettare, di aspettarsi qualcosa da sé e dagli altri. Quanto il nostro modo di essere e di comportarci rimanga “informato” da queste figure senza anima; quanto tutte le battaglie combattute e gli spazi conquistati abbiano in realtà lasciato dietro di loro brandelli di inutilità e inefficacia.

È vero soprattutto per le donne, lo sappiamo. Forse più per il fatto che gli uomini non abbiano maturato una riflessione su loro stessi altrettanto implacabile come quella femminile e per tempo sufficiente da aver generato cultura.

Eppure, quante donne oggi adulte in tutte la parti del mondo, in culture differenti, in non pochi casi senza saperlo, hanno in mente quella scala della vita: hanno cioè in mente – e così guardano il mondo, gli uomini, le altre donne, nel caso anche le figlie, i giovani e le giovani ... – che senza maternità la donna non sia “vera” donna, che senza un uomo che le ami non possano essere se stesse, che se non si passa proprio da quei gradini e proprio in quella successione non ci si possa dire “sé”.

Quanta naufragata solitudine in quelle rappresentazioni sia per lei, sia per lui. Quanto quell’eccellenza di genere, che calpesta chi si è concretamente, sia regola da rispettare solo in quell’unico modo; quanta severa aggressività in ogni gradino, quanta cattiveria lì dove non si è nel posto giusto al momento giusto. Quanto senso di colpa diventato criterio di valutazione di sé e tramutato in violenza nei riguardi degli altri e/o in tristezza depressa per non essere come si dovrebbe. E quanto, in questo brutto mondo di pezzi unici, ha giocato un ruolo una certa presunzione cattolica del dire come debba essere una donna, come debba essere un uomo, senza aggancio alla carne, al corpo, alla concretezza della storia, all’esperienza viva di ciascuna di noi, di ciascuno di noi.

Non si può pensare di riappropriarsi di sé senza passare dal faticoso percorso di dire il non detto, di individuare quel codice non scritto, la cui violenza simbolica (come direbbe Bourdieu) ci orienta senza nemmeno percepirne il potere manipolatorio. È un percorso che consente di intravedere e a volte di riappropriarsi di verità profonde di sé, ma costringe anche ad avere a che fare con la frustrazione di non essere sempre in grado di affrancarsi nella propria consapevolezza. È necessario che il tempo sia anche compagno della liberazione e non solo il nemico da battere: il rischio sarebbe di agganciarsi addosso conquiste che in realtà devono radicarsi più profondamente, per non perderle non appena si vorrebbe correre. Per non avere più la sensazione debilitante e destabilizzante di subire la propria vita e non di possederla; per provare a non essere tanto fatalisti da pensare che non sempre le cose vanno come uno pensa che debbano andare.

di Rebecca Bratten Weiss

(l'articolo è apparso su Patheos, versione originale qui)

Oggi, una pagina di Facebook chiamata "Traditional Catholic Femininity" ha condiviso un meme con una foto di due donne: a sinistra, una donzella modesta e guanti di pizzo con una cuffia anni '50 ("donna 1950"), a destra una donna mezza rasata e un gran numero di piercing ("donna 2017"). La didascalia: "ECCO L’ENORME MIGLIORAMENTO GRAZIE AL FEMMINISMO".
A parte il fatto che la "donna 1950" era in realtà un'immagine di una modella contemporanea, ma questa esaltazione di una immaginaria femminilità del passato è così ridicola che non so nemmeno da che parte cominciare.

...continua a leggere "“Cattolicesimo tradizionale” e feticizzazione delle donne"

Relazione di Linda Tripodi al primo incontro Donne per la Chiesa, Roma

Vorrei parlarvi brevemente di due cose che mi stanno a cuore: le donne e la famiglia. Se siamo qui, è inutile ribadirlo, è perché molte di noi vivono un disagio, come donne e come famiglie all’interno delle comunità parrocchiali in cui vivono.

Mi ci metto in prima persona: avete mai provato ad andare a Messa con tre bambini sotto i cinque anni in una delle parrocchie/reparto geriatrico delle nostre città? ...continua a leggere "Parrocchie o reparti geriatrici?"

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Relazione di Maria Ilaria de Bonis al primo incontro di Donne per la Chiesa, Roma

Nell’immaginario collettivo creato dalla Chiesa cattolica attraverso l’apparato mediatico, e strutturato nei decenni, la donna appare spesso chiusa e limitata in una dimensione binaria, molto caricaturale e decisamente poco corrispondente ad una realtà multiforme e sfaccettata.

In questa costruzione hanno aiutato molto i media, soprattutto i giornali, le riviste, anche quelli non mainstream, ossia i moltissimi periodici diocesani e mensili missionari e parrocchiali. Raccontando con immagini e parole, una icona di donna che non corrisponde più alla realtà. Per lo meno non più ad una fetta di società femminile contemporanea. In passato però ha contribuito a rafforzare uno stereotipo. ...continua a leggere "USCIRE DALLE GABBIE, ROMPERE GLI STEREOTIPI DI GENERE DISEGNATI DAI MASS MEDIA. RISCOPRIRE LA CREATIVITA’ DELLE DONNE"

Relazione di Paola Lazzarini al primo incontro di Donne per la Chiesa, Roma

Donne per la Chiesa è un raggruppamento informale di donne di tutta Italia (e non solo) che si è andata formando a partire da un nucleo originario di una trentina di persone che hanno scritto il Manifesto che oggi qui presentiamo.  Il progetto è nato in seguito a un mio articolo sulle criticità che vedevo nella rappresentazione della donna credente come negli ultimi anni si è affermata  e in particolare sul rischio che all’interno di questa si perpetui un’immagine di donna che non rende giustizia alla complessità e diversità che il mondo femminile cattolico racchiude. ...continua a leggere "La piena partecipazione alla missione di Cristo: è questo che vogliamo!"

di Gruppo Rut-parrocchia Ascensione del Signore- Torino

 "Sono anni che ci battiamo perché alla donna venga riconosciuta pari dignità. Non abbiamo paura di dichiararci sostenitrici di un rinnovato linguaggio di genere, convinte che attraverso il linguaggio si veicola un modo di pensare  e di comprendere la donna. Basterebbe poco: sottoporsi ad una regola grammaticale che può essere destrutturata e ristrutturata diversamente. ...continua a leggere "Almeno non chiamateci “uomini”"

di Rita Torti

(da Esodo n. 4/2017)

La relazione fra i presbiteri e le donne, che attraversa tanto i rapporti personali quanto le dinamiche allargate all’interno della comunità, è soggetta a numerose variabili, a una pluralità di condizionamenti legati alla cultura, alle situazioni concrete e anche al mutare della comprensione teologica e pratica del ministero e della sua collocazione rispetto all’insieme della chiesa.

...continua a leggere "Presbiteri e donne, una relazione “semper reformanda”"

di Rita Torti

(da Presbyteri n. 9/2015)

Una normale riunione in parrocchia, un incontro associativo, una conversazione casuale… indipendentemente dall’occasione e dall’argomento, molte volte ho visto svilupparsi senza preavviso un’istantanea e bruciante vampata: “Sì, con il maschilismo che c’è nella Chiesa…”, “Ah, beh, visto come i preti considerano le donne…” “Non sai cosa avrei da raccontare su come ci trattano, meglio che non cominciamo neanche”. ...continua a leggere "Dialogo tra donne e preti nella Chiesa: risorse, problemi, prospettive."